“La fortuna cu la F maiuscola”, una commedia di “carattere”, divertente, spensierata, ma anche dal valore pedagogico
di Francesco Occhibianco
Grottaglie (Ta) – Il sole sorge finalmente anche su chi è costretto a sbarcare il lunario, sullo scrivano Giovanni Ruòppolo, magnificamente interpretato da Mario Brittannico, che diventa sempre più bravo e sempre più padrone della scena.
Trucco azzeccato, tempi di recitazione perfetti, senza sbavature. Il suo ruolo mi ha ricordato quello di Totò nei panni di Felice Sciosciammocca in “Miseria e nobiltà”, quell’immortale scrivano che scrive la lettera al cafone e inneggia all’ignoranza. Alla fine della commedia il Ruoppolo sarà costretto a vedere il sole a scacchi e lo farà per un lustro, dopo aver ammesso di aver intascato la somma di 10 mila lire per la mendace dichiarazione: essere il padre del barone Sandrino (Danilo Ferilli) prossimo alle nozze. Ruoppolo confessa il suo reato, ma è finalmente libero, perché “la verità ci rende davvero liberi” (battuta finale della pièce), come ci ha insegnato la pericope evangelica di Giovanni. Una libertà che gli attori hanno saputo trasmettere al numeroso pubblico in sala, che ha apprezzato la commedia, diretta dal professor Ciro Acquaviva.
Il gruppo culturale-teatrale “Le Grazie” è una compagnia che si definisce “amatoriale”, ma ormai non ha nulla da invidiare a quelle professionistiche. Un gruppo affiatato, scrupoloso durante le prove: gli attori ripetono meticolosamente battute e movimenti. Ma lo fanno divertendosi, senza l’ansia da prestazione, senza neppure prendersi troppo sul serio. Un’osservazione sul cognome del protagonista: MARIO Brittannico ha indossato i panni di Giovanni (sic) Ruoppolo: il suo nome mi ha fatto ricordare un altro Mario Ruoppolo, l’indimenticato e straordinario Massimo Troisi nel film “Il Postino”. Un omaggio voluto, ne sono certo, a uno dei più grandi attori del cinema italiano. Il tema della fortuna, ben illustrato dalla presentatrice Marilena Cavallo, è un “topos” ricorrente nella letteratura di tutti i tempi. La professoressa Cavallo ha opportunamente ricordato Machiavelli, che nel “Principe” definì la fortuna “amica dei giovani”.
E aggiunse: “Volendo tenerla sotto è necessario batterla ed urtarla”. Mi viene in mente anche il “Decameron” del Boccaccio. Cristina, la moglie di Ruoppolo, è stata interpretata da Francesca De Angelis: non vorrei esagerare ma De Angelis sembra un’attrice nata, uscita da qualche commedia dei De Filippo. Mi era già piaciuta in “Ma ce tumenica è questa”. Il nipote della coppia, Enricuccio (Giuseppe Scappati), è sciocco, ma non è ingenuo, anzi sa come va il mondo. Giuseppe è bravissimo: piace a tutti per la sua mimica facciale, per il suo modo dinoccolato di muoversi sul proscenio e anche per la sua voce. Spassoso, strambo anche nel modo di vestire: un basco francese in testa e una giacca di quasi due taglie più larga. A dispetto della pruderie ipocrita, Enricuccio allude a tre gesti “scabrosi” e osé, ma non scurrili: il frenetico movimento del bacino, che non è dovuto alla sua sindrome di Tourette; le mani birichine messe a imbuto all’altezza dell’organo genitale (se Ruoppolo avesse firmato la falsa dichiarazione non avrebbe potuto usufruire dell’eredità del de cuius fratello deceduto in America: il milione e mezzo, la villa a Capri, le cento monete d’oro del re Filippo, la cassa piena di pietre preziose); e quando è steso sul letto e ha in mano il suo inseparabile e speciale balocco che apre le mani e i piedi: un onanismo ingenuo, il suo, non peccaminoso, che nel dialetto nostrano allude al manico della zappa di chi non sa come occupare il tempo.
Molto riuscito il ruolo del notaio Sarachiello, il “piccolo sarago”, come lo definisce il Ruoppolo: i suoi occhiali a fondo di bottiglia, la sua forte miopia (come quella di mister Magoo) lo ha reso simile a un personaggio dei cartoni animati: tremendamente simpatico. Certo, nella scena della lettura del testamento il notaio (interpretato dall’avvocato e amico Mimmo Arces) ha dovuto sbattere la testa sul tavolo più e più volte, ma l’allocuzione dal sapore patriottico che si conclude con “Viva l’Italia”, ha liberato anche lui dalla sua quasi cecità: un piccolo raggio di sole, dice il notaio, che porterà lo sventurato Ruoppolo a mettersi alle spalle l’indigenza e a godere un po’ di felicità e di serenità. Sembrava Totò in una scena del film (quella dell’inchiostro e delle salsicce, se non ricordo male) dal titolo “Totò cerca moglie”.
Tutti bravi, insomma: dal canuto barone Sandrino (Danilo Ferilli), al brigadiere Orazio Monteforte, accompagnato dal carabiniere (Martino L’Angellotti), dal geloso don Vincenzo (Ciro De Giorgio) alla sinuosa e provocante donna Amalia (Lucia Quaranta), dalla portinaia e dall’aiuto portinaia (Rosalba Masella e Lucy Summa), alla vicina di casa Maria (Anna Palmieri). Non ho dimenticato l’avvocato Manzillo (Vita Dimitri): in testa sembrava che avesse un colbacco. Mi ha ricordato Franca Valeri. Brava, davvero e convincente. “La fortuna cu la F maiuscola”. Una commedia di “carattere”, divertente, spensierata, ma anche dal valore pedagogico. Quante volte ci siamo sentiti bersagliati dalla sfortuna come il Ruoppolo? Quante volte abbiamo sperato in quel “deus ex machina” di una ricca eredità che potesse cambiare le nostre vite?-Non ti posso vedere più…-, dice l’uomo a sua moglie, non perché vorrebbe separarsi (ci mancherebbe, anche se un figlio con l’avvocato Manzillo lo avrebbe forse fatto volentieri, a condizione di mangiare qualcosa per trovare le energie), ma perché è stanco di vederla con quello scialle di lana sulle spalle, due pantofole e un’acconciatura da massaia. Il Ruoppolo vorrebbe qualche denaro in più, per cambiare non solo parlata e camminata (come del resto fa quando intasca l’anticipo di 3 mila lire), ma tutta la sua vita. Un giorno uscirà dal carcere (dove non starà peggio rispetto alla sua abitazione e avrà un pasto caldo) e potrà ritrovare la moglie e un Enricuccio, pronto a dargli quei corbezzoli appesi al muro che saranno certamente maturi. Un finale bellissimo.

