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Cultura, quando due menti aperte si incontrano: i due prof Rosario Jurlaro e Francesco Occhibianco

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Incontro con il professor Rosario Jurlaro, il noto studioso di Francavilla Fontana autore de “L’utile canna”

Francavilla Fontana (Br) – Oggi pomeriggio 5 giugno 2024, nella sua casa ubicata in via Pietro Palumbo a Francavilla, ho incontrato il professor Rosario Jurlaro, classe 1930. Era da tempo che volevo conoscerlo “de visu”, nonostante fossimo stati “compagni di banco” (solo sulla carta) in una bella pubblicazione, gli Atti del convegno sul santo gesuita Francesco de Geronimo, pubblicati nel 2006 a cura del professor Mario Spedicato.

Gli ho detto che scrivo sul “Quotidiano” dal 1999, che insegno in una piccola scuola media di Monteiasi, che amo la storia locale e che mi trovavo a Francavilla per fotografare l’epigrafe di casa Palumbo, in via Umberto I. A questo punto, ho giocato il mio asso nella manica: ho aggiunto che mi sto occupando della Rivoluzione partenopea del 1799 o meglio della controrivoluzione del cardinale Fabrizio Ruffo, del ruolo giocato dallo scaltro massaro di Monteiasi Bonafede Gerunda (divenuto campiere della regina Carolina e amico del capopopolo Ciccio Sorìa) e degli anglo-còrsi che furono i protagonisti della “beffa”.

Allora l’iniziale diffidenza di Rosario ha subito lasciato il posto a un’improvvisa familiarità, a una “affinità elettiva”. Mi ha raccontato la sua infanzia trascorsa in via Calò (oggi via Palumbo), in quella casa-museo dove ha vissuto suo padre, e prima di lui, suo nonno e il suo trisavolo. – Giocavamo con le monete a “battiparete” (battimuro), oppure con il triciclo. Inoltre, imitavamo la corsa possente e sfrenata dei cavalli, persino il fumo che usciva delle loro froge. Una mia vicina di casa ci guardava tutti dal balcone. Le ho dedicato una poesia, che è ancora nel cassetto -. Volevo dirgli che oggi “l’allegro rumore” per le strade non si sente più, che i ragazzini hanno la testa ricurva sul cellulare, che la nostra società è ormai liquida e storie di questo genere e che, purtroppo, le mamme non gridano più per raccogliere i loro figlioli sparsi e apparentemente dispersi nelle vie. -I tempi sono cambiati-, ha bofonchiato.

Mi ha quindi accennato a una sua silloge “Svolta a U” che è stata ripubblicata nel 2023 dalla Società Editrice Fiorentina. -Sai cos’è il peculio? È quel “tesoretto” d’argento di diversi chili che le famiglie benestanti come la mia avevano e che utilizzavano in casi particolari, se ad esempio qualche brigante avesse avuto delle “cattive intenzioni”. Stamattina uno studioso è venuto a trovarvi per fotografare un cucchiaino d’argento cesellato, con incastonata una antica moneta, che mia nonna regalava ai suoi nipoti. E che regalò anche a me, quando nacqui-. La conversazione ha poi ripreso il ritmo: ho citato il professor Rosario Quaranta, la vulcanica Bianca Tragni (-È venuta a trovarmi l’altro giorno -, mi ha interrotto Rosario, – perché ha presentato a Francavilla il suo volume “Le sciagurate regine di Napoli”). Ho fatto riferimento al mio professore all’Università Francesco Tateo (anche in questo caso Rosario mi ha “bloccato”, ricordando la sua amicizia con un “mito” come Tateo). Poi lui ha citato un pittore famoso di Latiano, Agesilao Flora e io gli ho aggiunto che era stato maestro del grottagliese Ciro Fanigliulo. E così il discorso è andato avanti, tra nomi e circostanze varie.

Quasi dal nulla sono spuntati i figuli di Grottaglie, san Francesco de Geronimo, un certo possidente Oronzo Cavallo, citato in “Casa mia” da Carmelo Pignatelli. A proposito dei ceramisti il professore mi ha ricordato il suo contributo dato al libro di Ninina Cuomo Di Caprio (“Ceramica rustica tradizionale in Puglia”), che fu stampato da Congedo Editore nel lontano 1982. Un volume straordinario. – Ricordo che non fu ben accolto da alcuni ceramisti -, sussurra. Ed io gli ho risposto. – I ceramisti di Grottaglie sono una razza particolare. Il libro in questione è però servito da “modello” a tanti altri che poi hanno scritto sulla ceramica grottagliese -.

Intanto il mio sguardo è stato attirato da una mensola della cucina, dove Rosario ha schierato come in battaglia pezzi di ceramica del secolo scorso, di un certo pregio. – Una volta – dice Jurlaro, – c’era la ceramica laertina, che faceva da padrona. Anche a Francavilla vi era una timida, ma significativa produzione di maioliche. Poi Grottaglie, grazie alle sue argille rosse, ha monopolizzato il settore -.  Rosario ama la poesia e ama scrivere poesie. -Ne vuoi leggere una?-, mi ha chiesto e senza attendere la mia risposta, ha chiamato Marina Muntenau, la sua badante moldava.

-L’ho dettata a lei, perché ormai non riesco più a scrivere e la vista è completamente annebbiata. L’ho scritta nel marzo del 2024. Forse ne scriverò un’altra-, ha aggiunto. Si intitola: “Breve è la notte”. C’è un grillo lanternaro “con la fiammella/in cima all’asticella/” che “va cantando nel cielo”; c’è la cicala “prèfica di se stessa” che “racconta la sua vuota vita/ e muore stanca/al tronco dell’albero/ che sanguina per lei”. I versi mi piacciono. Cerco di leggere con espressione e Rosario mi ascolta, adagiato sulla poltrona, con il suo volto rubizzo e pensieroso. Poi mi interrompe: – Non è il mare che contiene la terra, ma è la terra che contiene il mare -, anticipando e chiosando i versi che seguono. C’è il cardo, in questo componimento: il protagonista della notte di San Giovanni e dell’estate più calda dell’anno. -Il suo colore viola-, spiega Iurlaro, -ricorda quello dei paramenti sacri, della mestizia e del dolore. Ma anche l’orizzonte nel cielo, per un attimo, si tinge di viola, ma poi l’alba è alle porte. Hai mai visto il viola che lambisce l’orizzonte? -. Mi chiede. E un velo di tristezza mi prende all’improvviso. Ho mai visto il viola che lambisce l’orizzonte? Continuo a leggere: “Il cardo/ tra le spine pungenti/ è vivo e rifiorisce/ dopo essere bruciato/ per buon augurio”. La poesia è quasi alle battute finali: l’immagine più bella è quella del duro lavoro dei campi riarsi dal sole: il contadino con la pelle adusta non porta il pane sul lavoro e si nutre di frutta “liberamente se presa/ con una mano/e in una sola mano/fichi e uva”. Rosario mi ferma. -Devo chiarire questo concetto. Se prendi della frutta da un albero, una “francata”, e riempi una mano, allora nessuno ti potrà dare del ladro. Se invece ne riempi due, allora sei un ladro-. La poesia si conclude con questi versi: “Ogni donna/rattoppa abiti e vesti/pazientemente/ e le provviste deve custodire/fino a maggio/quando il gregge/torna a bere acqua”.

Tante altre cose, ci siamo detti. Mi ha parlato della vecchiaia, della sua vecchiaia, non di quell’elogio fatto da Seneca e riproposto dal Mantegazza. Mi ha parlato del suo spegnersi lentamente. – Ho 95 anni e barcollo, appoggiandomi a un bastone. Mi sembra di essere un peso, per tutti. Alcuni miei compagni d’infanzia, quelli che giocavano con me a fare i cavalli, si trasferirono in altre regioni. Io, invece, sono rimasto qui, a Francavilla. Non so se, per me, sia stato un fatto positivo oppure negativo -. Per noi, certamente, è stato un “dono”, come quell’utile canna del suo racconto più celebre (“L’utile canna. Diario intimo della gente del Sud”, Congedo Editore, Galatina 1975).

Prima di andar via mi ha regalato l’intera raccolta di “Alba Pratalia”, il “semenzaio delle memorie” che ha editato per 29 numeri, dal 2002 al 2016.

Mi ha congedato così: – Ogni volta che verrai a trovarmi, ci saranno sempre dei libri per te-.

Grazie, Rosario, per il bellissimo pomeriggio trascorso insieme.

Francesco Occhibianco

docente di lettere – scrittore – saggista – giornalista


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Redazione Oraquadra

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