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“Bell’amori”: un film da incorniciare

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“Bell’amori”, il lungometraggio di Gaspare Mastro, è davvero un bel film, per la sua semplicità, per quella soffusa malinconia e per l’immagine romantica di una Grottaglie che oggi, ad onor del vero, fa una grande fatica a riconoscersi e a rispecchiarsi in quella del passato: alla città odierna, un po’ distratta e frastornata, ma anche un po’ “svuotata” e insuperbita, il regista, come un “laudator temporis acti”, contrappone (o meglio “ripropone”), con encomiabile ostinazione (leggasi “amore”), la Grottaglie di un tempo non troppo lontano: un tempo felice, che a tratti, però, ci sembra lontanissimo.

Una città che non era inghiottita nel traffico elefantiaco e soffocata dall’effimera e inconsistente esteriorità. Una Grottaglie in carne e ossa, ingenuamente vista nello svolgersi della sua fatica quotidiana, quando le feste si animavano “sobbra lu iefu”, sulle aprìche terrazze inebriate dal profumo della menta e del basilico, adesso trasformate in eleganti e posticci “rooftop”: allora, nel fresco luminoso della sera, nascevano i primi amori, si facevano le prime promesse, si guardava all’orizzonte con ardore e un’inconsapevole trepidazione.

Un olio del 1903 realizzato dal pittore Ciro Fanigliulo si intitola “Dichiarazione d’amore”: credo che Mastro si sia ispirato a questa scena “bucolica” (due innamorati al chiaro di luna), incastonando il ricordo “tlu Milordo” in uno dei momenti più teneri e delicati del film. La gente pensava a sbarcare il lunario; era insomma alle prese con la fatica del lavoro: priva di opulenza, senza le distrazioni dei social, senza l’intelligenza artificiale e le amicizie robotizzate, Grottaglie era nel fiore della sua giovinezza. E forse i sentimenti, allora, erano più veri e forse le relazioni, allora, erano più autentiche. Tanti forse, che erano certezze: i giovani si amavano di più e con una maggiore dolcezza, le famiglie erano più unite e nei confronti degli anziani c’era un maggiore rispetto.

«Le cose fatte in casa sono quelle più genuine», mi ha detto il regista, quasi a voler mettere le mani avanti. Non avevo ancora visto il film. In realtà, le cose fatte in casa non solo sono più buone e saporite, ma sono decisamente “vere”, sincere, non artefatte. Il protagonista, interpretato dallo stesso Mastro, è il clochard che vive per strada, ai margini della stazione ferroviaria: è l’uomo buono colpito dalla malasorte, che ha subito le cattiverie della vita, ma che non si arrende, continua a sognare, continua a credere nella bontà, nella gentilezza d’animo e di cuore, nella possibilità di un riscatto: aiuta una coppia di giovani fidanzati e viene picchiato dai teppisti; conserva in tasca una foto della sua giovinezza (un biondo e riccioluto Mastro, simile a un attore da “Grand Hotel”, il celebre fotoromanzo degli anni Cinquanta) e a quella immagine è appesa la sua speranza di ricominciare a vivere. Ha ormai vinto i Lestrìgoni, è ritornato nella sua Itaca, la sua Grottaglie.

Il “nòstos” è segnalato dalla presenza del cane: l’animale, pur avendo un collare rosso, è un randagio come lui: gli si avvicina e lo “riconosce”. È il fedele Argo. Ma nella storia ci sono tante storie che si incastrano; ognuna di esse è autonoma e procede per proprio conto. C’è il vecchio affetto dall’Alzheimer, che ricorda il commovente “The Father” (“Nulla è come sembra”) di Antony Hopkins; ci sono la signora Frola e il signor Ponza suo genero, i protagonisti della novella pirandelliana, che si muovono tra verità e finzione. Si tratta di storie appena accennate, che hanno in comune la “forza” della fede: non può passare inosservato il parallelismo tra la croce di ferro che svetta sulla cupola del Santuario di San Francesco de Geronimo e il Crocifisso realizzato dal pittore Mastro venticinque anni fa, in occasione del Giubileo. Il “volto del Cristo” è quello stesso dell’artista, che desidera immedesimarsi nella sofferenza di quell’uomo innocente che ha cambiato la storia. E che trova corrispondenza, “in persona Christi”, nella figura del sacerdote presentato come una specie di “eroe”: il parroco salva l’homeless da due delinquenti; riporta sulla retta via gli ubriaconi seduti nei pressi delle “Scalelle” di via Spirito Santo e infine, come un “deus ex machina”, contribuisce all’agnizione finale del “senza tetto”. Di preti del genere, per fortuna, ce ne sono ancora, ma (purtroppo) è sempre più raro incontrarli.

Il film di Gaspare Mastro mi è piaciuto: gli attori non sono marionette, ma interpretano loro stessi: ognuno combatte contro le sue paure e le sue fisime. Il regista, però, è sempre con loro, non li abbandona, ma li guarda dalla “tenda” della sua stanza, quella cortina che sembra il velo di Maya che alla fine viene “squarciato”, mettendo tutte le cose a posto. Il lieto fine è nell’aria: potrebbe sembrare scontato, ma è fortemente atteso e desiderato dallo spettatore. Il vecchio affetto da demenza senile ha un lampo di memoria e negli “estranei” che stanno al suo fianco riconosce i suoi familiari; il meccanico misogino (che nella donna vede una possibile serva che lo debba solo accudire) resta con un pugno di mosche in mano e il barbone ritrova finalmente il suo “bbell’amori”, quello della sua giovinezza, quell’amore che non ha cessato di far battere il cuore alla Penelope (rimasta vedova) che ha continuato a nutrire le sue emozioni, a tessere e ritessere quella tela. Il piede del talamo costruito nel tronco dell’ulivo si ritrova in quella espressione tante volte sussurrata all’orecchio che fa rivivere un amore mai sopito e mai dimenticato.

Complimenti a Gaspare per questo “regalo” fatto alla sua città e a tutti noi.

Francesco Occhibianco


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Redazione Oraquadra

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