APERTAMENTE di Gianfranco Coccia – ALCIDE DE GASPERI, l’Uomo da cui tutto ricominciò
A poco più di settant’anni dalla nascita della Democrazia Cristiana, per tutti la DC, la figura di Alcide De Gasperi è riemersa in questi tempi per ricordarne l’azione politica che, a partire dalla metà circa degli anni ’40, si è basata su tre direttrici:
– l’affermazione della democrazia in antitesi alle tentazioni autoritarie
-la politica favorevole all’apertura nei confronti delle masse
-l’integrazione dell’Italia nel sistema delle relazioni internazionali
Queste note pertanto non indugeranno molto sul De Gasperi del periodo pre-bellico, limitandosi a ricordare che egli era nato nel 1881 nel Trentino allora facente parte dell’impero austro-ungarico, che era stato membro della Camera dei Deputati di Vienna, eletto nella Val di Fiemme facente parte della Contea del Tirolo, che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale aveva sperato che l’Italia entrasse a fianco degli Imperi Centrali in forza del Trattato della Triplice Alleanza o, diversamente, che dovesse mantenere almeno la posizione di neutralità. Dopo l’annessione del Trentino al Regno d’Italia, aderisce al Partito Popolare Italiano fondato da Luigi Sturzo nel 1921. Vive il periodo del ventennio fascista pressocché isolato e impossibilitato a svolgere qualsiasi forma di attività politica. Guardato a vista dalla polizia, nel 1928 trova – grazie ad alcune persone rimastegli amiche – riparo nella Biblioteca Apostolica Vaticana dove, oltre prestare servizio come collaboratore soprannumerario, passa lunghi anni di studi e di osservazione degli avvenimenti politici nazionali e oltre. Verso la metà degli anni quaranta ha modo di incontrare clandestinamente alcuni esponenti politici di matrice cattolica, quali Mario Scelba, Giovanni Gronchi, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Attilio Piccioni, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti ed Emilio Taviani che, nel dopo guerra, ritroveremo ai vertici della ricostruita politica italiana e, nel caso di specie, in seno alla Democrazia Cristiana, fondata nel 1943 durante il periodo di clandestinità.
Caduto il governo Parri, De Gasperi viene nominato presidente del Consiglio dei Ministri, l’ultimo del Regno d’Italia. Tocca pertanto proprio a lui, a seguito del referendum del ’46, gestire il passaggio dalla forma istituzionale monarchica a quella repubblicana. Nella mattinata del 12 giugno 1946 gli giunge da parte di Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, la dichiarazione che il Re Umberto avrebbe rispettato il responso della maggioranza del popolo italiano espresso dagli elettori votanti, quale sarebbe stato il risultato del giudizio definitivo della Suprema Corte di Cassazione. E tocca pertanto ancora a lui recarsi di notte al Quirinale per convincere il sovrano di Casa Savoia a prendere atto del risultato del referendum e ad accettarlo, per poi imboccare la via dell’esilio evitando così all’Italia una probabile guerra civile.
Partito il re per il Portogallo, Alcide De Gasperi inizia a impegnarsi nella effettiva attività di governo, dimostrando spiccate attitudini nell’individuare le priorità da inserire nell’agenda di quell’Italia ricolma di macerie, non solo materiali, e soprattutto lacerata da una guerra civile che, per certi versi, prosegue anche dopo il 25 aprile, una guerra intestina combattuta senza esclusioni di colpi. Lo scenario è desolante. Un Paese allo sbando e isolato per di più in ambito internazionale dove il suo status di ex nemico è ancora di tutta evidenza.
Ultimo capo di governo dell’Italia monarchica e primo capo di governo della nuova Italia repubblicana, Alcide De Gasperi si trova ad affrontare con una dignità politica degna dei grandi personaggi della storia, le trattative di pace con le nazioni vincitrici quando il 10 agosto 1946, presentandosi alla conferenza di Parigi, esordisce dicendo: Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione tra i popoli che avete il compito di stabilire.
In questo discorso De Gasperi arriva a criticare incisivamente la cessione di territori orientali alla Jugoslavia e la soluzione della questione triestina proposte dalle potenze alleate e associate, disposizioni da lui ritenute non conformi ai principi del trattato. Dopo aver manifestato tutta la propria amarezza su come l’Italia veniva considerata, una veloce ratifica del Trattato di Pace gli sembrava un passaggio necessario, ancorché doloroso, allo scopo principale di avviare una nuova fase della storia pàtria per acquistare anche formalmente la sovranità andata miseramente perduta con la guerra e riprendere il ruolo internazionale che competeva al nostro allora disgraziato Paese, allora lacerato da una guerra civile, che per certi versi, prosegue anche dopo il 25 aprile, combattuto d’ambo le parti. Di qui sin quando s’imbarca assieme alla figlia Maria Romana nella notte del 4 gennaio 1947 a bordo del quadrimotore Skymaster e vola verso gli Stati Uniti con la piena convinzione di poter rompere l’isolamento in cui l’Italia era precipitata dopo il destruente conflitto da poco concluso.
De Gasperi aveva compreso per primo che, nell’ambito in cui si era stesa la Cortina di Ferro tra l’Est Europeo e il resto del mondo, il rapporto con gli Stati Uniti sarebbe stato fondamentale per la ripartenza e lo sviluppo dell’Italia. Nel creare la partnership, anche se con ruolo subalterno, con lo Zio Sam, De Gasperi incontra però molti ciottoli lungo il suo incedere. A quell’epoca era ancora forte il condizionamento politico e militare legato alla presenza delle truppe anglo-americane nel nostro paese nel triste scenario di città distrutte dai bombardamenti che avevano causato la morte di decine di migliaia di connazionali, del dramma degli sfollati provenienti dall’Istria e parte dalle colonie, dei precari mezzi di comunicazione, delle fabbriche da ricostruire. De Gasperi aveva capito che gli americani erano gli unici che potevano aiutare gli italiani a sfamarsi nel senso non solo letterale del termine, e ancora, che gli stessi americani erano gli unici che dal punto di vista economico e strutturale potevano realmente aiutare l’Italia attraverso il Piano Marshall, il piano ideato per la ricostruzione della parte occidentale del Vecchio Continente: 17 milioni di dollari da investire in quattro anni. De Gasperi intuisce che quel treno non sarebbe più passato e che gli americani erano i meno nemici dei nostri nemici di allora e lo erano anche per la massiva presenza nel paese a stelle e strisce di una massa di nostri emigrati in tempi pregressi e già integrati a pieno titolo nelle comunità del Nord America. Questo viaggio decreta la fine dei governi di unità nazionale nati in epoca di CLN, che si riaffacceranno solo negli anni settanta, prima con Moro e poi con Andreotti.
Leader oramai carismatico della neonata Democrazia Cristiana, De Gasperi porta il partito a vincere le elezioni politiche del ’48 in contrapposizione al Fronte Popolare delle sinistre, ottenendo il 48,5% del consenso elettorale. Saldamente al governo assieme ad altri partiti centristi, il presidente ha due pregnanti progetti: legarsi appunto politicamente ad Ovest e costruire un grande partito di massa a matrice cattolica in un’Italia da sfamare, necessitante di tutto e di più, soprattutto sotto il profilo morale. Il nostro era un Paese dove la ricostruzione morale stava procedendo di pari passo con quella materiale e Il Piano Marshall è riuscito a dare impulso alla costruzione delle case, attesa l’attenzione alla Famiglia che la DC aveva posto al centro delle cose da farsi, realizzando con il Piano Case Fanfani, un progetto di edilizia residenziale di tipo popolare.
Dal 1948 al 1953, anno della prematura scomparsa di De Gasperi, l’attività del Governo è tutta concentrata su un modello di politica riformista che non sconvolga gli equilibri sociali, da cui consegue l’indispensabile consenso delle masse cui De Gasperi stesso aspirava, in particolare quelle rurali molto vicine alle sue posizioni. L’azione di governo, cui il leader democristiano si attiene, è tutta concentrata sulla ineludibile necessità di risanare il Paese, evitando ogni iniziativa tendente alla destabilizzazione politica e sociale, il tutto con il fine di perseguire il bene comune. De Gasperi si adopera massivamente assumendo decisioni di portata davvero storica, a partire dalla Cassa per il Mezzogiorno, a seguire con l’adesione all’Alleanza Atlantica, il cui iter istruttorio non fu affatto pacifico in quanto non solo contrastato dai social-comunisti, ma anche dalla Santa Sede e da alcune frange della stessa DC, si pensi ai Dossetti, ai Gui e ai Del Bo, che finiscono, poi, però, per votarla a favore. In punto, a parte lo scontato dissenso delle sinistre che guardavano all’est europeo, quello del Vaticano si basava, invece, sul mantenimento della neutralità da parte dello Stato Italiano, follia pura considerando, tra le altre, anche la posizione geopolitica della penisola italica con l’Adriatico a far da spartiacque tra Est e Ovest.
In politica interna viene varata, sempre grazie ai fondi del Piano Marshall, la riforma agraria meglio nota col nome di Legge Stralcio, ritenuta tra le più importanti di quelle emanate nel dopoguerra: con tale legge vengono sottratte le terre ai grandi latifondi per assegnarle ai salariati agricoli che di fatto si trasformano in piccoli proprietari.
Il profondo senso di solidarietà tra le classi sociali e tra le varie zone del Paese è molto sentito nel pensiero di De Gasperi, tant’é che, nonostante opposizioni e contrasti presenti anche all’interno della stessa DC, egli – fortemente animato e alimentato dalla speranza di poter vedere un futuro migliore – s’impegna costantemente contro la miseria e la disoccupazione, soprattutto nel Sud del Paese, punto fermo del suo programma di ricostruzione.
Dopo aver consolidato nello spazio di quattro anni la partnership, ancorché con ruolo abbastanza subalterno rispetto al governo degli Stati Uniti, Alcide De Gasperi inizia a guardare con fiducia e crescente attenzione i paesi viciniori. Da qui il disegno, un tempo assolutamente utopistico, condiviso con il tedesco Adenauer, il francese Schuman, il belga Spaak e l’olandese Beyen di dar poi vita ad una prima forma di integrazione economica che si realizza con la firma del trattato istitutivo della Ceca (Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio). Il nostro presidente del Consiglio intravede la possibilità (dopo l’essersi formati due blocchi facenti capo a Usa e Urss – gli effettivi vincitori del secondo conflitto mondiale – di stabilire una pace stabile e duratura nel cuore del Vecchio Continente, nel quale sino a pochissimi anni prima era stato versato tanto sangue comune. La sua intuizione politica risiede nella capacità di aver letto in anticipo come un’Europa unita, costruita sull’asse franco-tedesco aggregato agli altri paesi confinanti, avrebbe potuto garantire quella pace e quella prosperità lontana dal baglior delle armi. Nonostante i dissensi più o meno palesi, De Gasperi si spende per costruire un ponte stabile tra quelle nazioni che in passato spesso erano state separate proprio da un abisso nel quale era precipitata poi tutta l’Europa. Per questi fondanti motivi, De Gasperi s’impegna diuturnamente nel disegno politico affinché l’unione debba nel tempo dotarsi di un’assemblea di rappresentanti eletti dal popolo europeo, primo passo verso un organismo parlamentare direttamente eletto dai cittadini comunitari, sogno poi avveratosi per la prima volta nel 1979.
Infine, c’è da ricordare che proprio non idilliaci sono stati, nel periodo post bellico, i rapporti di De Gasperi con la Santa Sede che, in più occasioni, volle imporgli la propria visione che poco si conciliava con la sua: di fede cattolica, ma laico sino in fondo, non manca in un’occasione nel dire che …in Vaticano, nonostante la fine del potere temporale, si continua a guardare ai cattolici come sudditi ai quali non può essere concesso quello che si concede ai fedeli di altri paesi… In Vaticano forse fingevano di non ricordare quanto De Gasperi si era speso perorando in sede costituente nel ’46 l’inserimento dell’art. 7 che confermava i Patti Lateranensi, punto cardine secondo lui, per garantire all’Italia repubblicana anche la pace religiosa.
In seguito a un attacco cardiaco, Alcide De Gasperi muore nella natìa terra trentina, dove si trovava nell’estate del ’54 per un periodo di vacanza. Cinque giorni prima di varcare il Confine Eterno affida alla figlia Maria Romana il proprio messaggio di commiato: adesso ho fatto tutto ciò ch’era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Vedi, il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice ora basta, puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là, col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuta.
Terminava così il suo viaggio terreno Alcide De Gasperi, l’Uomo da cui tutto ricominciò.

