APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – Primo Maggio: Lavoro, Dignità e Ipocrisie – Focus di una Giornalista Libera
All’indomani della Festa dei Lavoratori, per me legata solo a San Giuseppe lavoratore, l’umile padre putativo di Gesù, riconosciuto anche dai cattolici poco praticanti come la sottoscritta, “oso” riflettere su cosa significhi davvero lavorare con dignità.

Da anni posso dire, senza paura di smentita, di essere una giornalista libera, senza padroni che mi pagano, senza vincoli imposti da interessi esterni. È un lusso che posso permettermi grazie alla mia posizione sociale, un privilegio che pochi hanno la fortuna di poter vantare. Tuttavia, questa indipendenza ha avuto un prezzo: se al Nord le porte del giornalismo si aprivano facilmente, in Puglia ho dovuto fare i conti con un ambiente dove, senza sponsor o raccomandazioni, le opportunità si riducevano a collaborazioni sottopagate e ruoli marginali.
Ma ho fatto una scelta chiara: lavorare solo con compensi dignitosi, perché il giornalismo è un mestiere serio e non si svende per poche lire. Nel Sud, purtroppo, ciò è raro. Per questo sorrido amaramente quando vedo colleghi esibirsi in selfie entusiasti il Primo Maggio—dovrebbero essere i primi a denunciare i compensi da fame che ricevono, invece di celebrare una professione che troppo spesso sfrutta la passione e la vocazione di chi, pur non avendo le giuste “amicizie”, sceglie di lavorare con integrità.
La mia battaglia per un giornalismo libero inizia oltre 25 anni fa, quando ho fondato Zoom Grottaglie, un’esperienza terminata bruscamente a causa di un atto criminale contro la nostra redazione. Non mi sono fermata: ho continuato, attraversando altre avventure editoriali, fino a tornare alla mia vera essenza, al giornalismo autentico. Così, 14 anni fa, ho fondato Oraquadra.info, un giornale online che resiste tra difficoltà e sacrifici, mantenendo un’unica certezza: se devo lavorare gratis, lo faccio per un mio progetto, con la dignità di chi porta avanti un’opera di volontariato per il bene della comunità.
Il Primo Maggio dovrebbe essere una giornata di lotta per la dignità del lavoro, non un teatro di propaganda politica. Basta con le faziosità che accecano il vero problema: servono misure concrete per migliorare il mondo del lavoro, garantire salari equi e stroncare le morti sul lavoro. La retorica stanca, le accuse generiche non bastano: bisogna colpire i veri responsabili, quelli che continuano a ignorare la sicurezza dei lavoratori, fingendo che tutto si risolva con slogan vuoti.
E poi, un’ultima riflessione per chi si indigna solo quando conviene. Strillare contro il governo di turno è facile, ma dov’erano le grida di denuncia durante gli anni più bui della
“psicopandemia“? Dove sono le voci che dovrebbero pretendere giustizia per le morti improvvise e i danni subiti? Troppo silenzio, troppa ipocrisia. E a Riondino, che ama definirsi coerente, chiedo: perché non mollare i progetti finanziati dal Governo Meloni, in attesa che tornino i suoi amici al potere? Almeno fino a quando la sinistra deciderà, finalmente, di schierarsi dalla parte del Popolo Italiano.
E, se vogliamo dirla tutta, cantare “Bella Ciao” non risolve nulla—anzi, ha stuccato/stufato. Ormai è diventata una colonna sonora ripetitiva che non porta soluzioni, e forse, se si ascoltasse davvero il sentimento della gente, si capirebbe che perfino molti di sinistra iniziano ad esserne annoiati.
Questa è la mia visione da giornalista libera, una voce che non si piega agli interessi e che, ogni giorno, lotta per mantenere viva la passione per un mestiere che troppo spesso viene soffocato da logiche di potere e compromessi.

