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Ex Ilva: 5500 lavoratori a rischio, Governo chiamato a scelte coraggiose

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Una richiesta di cassa integrazione straordinaria mette in crisi l’acciaieria. Sindacati e lavoratori chiedono un intervento immediato per evitare il tracollo occupazionale e produttivo

La crisi dell’ex Ilva si intensifica con la richiesta di cassa integrazione straordinaria per circa 2000 lavoratori, portando il totale a 5500. La trattativa con Baku Steel si è rivelata complessa, con l’azienda che si trova in una posizione di forza, mentre i tempi per il bando di acquisto sono stati gestiti in modo errato, slittando da una scadenza iniziale nel 2024 a giugno 2025. Questo ritardo aggrava ulteriormente la questione occupazionale, con numeri impressionanti: 10.300 lavoratori diretti, 1.500 ex Ilva in amministrazione straordinaria e oltre 4.000 dell’indotto.

L‘USB ha già consegnato un dossier alla Presidenza del Consiglio e ai Ministri, proponendo soluzioni suddivise in cinque assi strategici: la cessione degli asset dell’ex Ilva, il contesto sociale e lavorativo, misure straordinarie, il patto generazionale per la salvaguardia dell’occupazione e un protocollo operativo per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Ora è indispensabile l’istituzione di un tavolo permanente di confronto per discutere concretamente il futuro dell’acciaieria e dei suoi lavoratori.

Nel frattempo, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha dichiarato che lo Stato si sta progressivamente ritirando dalla gestione dell’ex Ilva, lasciando spazio alle trattative per la vendita del gruppo. Tuttavia, i sindacati esprimono forte preoccupazione per l’assenza di garanzie occupazionali e per il rischio di un ulteriore deterioramento delle condizioni di lavoro. La Fiom-Cgil ha sottolineato che non accetterà percorsi di cassa integrazione senza chiarezza sulle prospettive future dell’ex Ilva, mentre la Uilm ha chiesto un intervento diretto dello Stato per avviare l’elettrificazione e la decarbonizzazione della produzione.

L’incidente all’altoforno 1 del 7 maggio ha ulteriormente complicato la situazione, con il sequestro dell’impianto che ha portato al dimezzamento della produzione e alla richiesta di cassa integrazione per 3926 lavoratori. Il ministro Urso ha definito l’impianto “quasi del tutto compromesso”, evidenziando la necessità di interventi urgenti per evitare danni strutturali irreversibili. Inoltre, il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) potrebbe comportare costi elevati per l’azienda, mettendo ulteriormente a rischio la produzione.

I sindacati insistono sulla necessità di un confronto urgente ai massimi livelli, chiedendo garanzie occupazionali e strumenti straordinari di risarcimento per i lavoratori impattati. La vertenza dell’ex Ilva si conferma dunque una delle più delicate del panorama industriale italiano, con implicazioni che vanno ben oltre il settore siderurgico.


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Redazione Oraquadra

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