Rodari non era artificiale
Dialogo immaginario tra Gianni Rodari e ChatGPT
C’è una biblioteca che non esiste. Si trova ai margini di un sogno, su un binario morto della Stazione Centrale, in una sala d’aspetto dove nessuno aspetta più. Le luci sono fioche, il pavimento cigola come una vecchia giostra abbandonata, e i libri — tutti scritti a mano — sono impilati senza ordine, come pensieri dimenticati sotto al cuscino.
Lì, tra l’odore di matita e di pioggia, accadde qualcosa che nessuno avrebbe previsto: Gianni Rodari e ChatGPT si sedettero allo stesso tavolo.
Rodari aveva il solito taccuino stropicciato, pieno di parole sbagliate messe nel posto giusto. ChatGPT aveva un bagaglio leggero: trilioni di dati compressi in un silenzio ben educato.
— «Tu sai scrivere filastrocche?» chiese Rodari, con lo sguardo di chi sa già la risposta.
— «Certo! In rima alternata, baciata, incatenata. Vuoi che ne generi una?»
— «Preferirei che ne dimenticassi una a metà. O che ne scrivessi una tutta sbagliata. Come quando metti le scarpe da ginnastica sopra il comodino per farle riposare.»
Il silenzio che seguì aveva la forma di una parentesi.
La creatività come incidente felice
Rodari — lo sanno in pochi — amava l’errore. Non solo come tema, ma come metodo. Ne Il libro degli errori, insegnava che lo “sbaglio” è un seme: cade fuori posto e nasce qualcosa che prima non esisteva. Come il bambino che scrive “galline” al posto di “valigie” e inventa l’aeroporto delle galline migranti.
La scienza lo conferma. Margaret Boden, tra le principali studiose di creatività, distingue tre forme:
- combinatoria (unire ciò che già esiste),
- esplorativa (esplorare nuove configurazioni all’interno di un sistema dato),
- trasformativa (cambiare il sistema stesso).
Rodari faceva quest’ultima. E lì l’intelligenza artificiale inciampa: perché non può trasformare il sistema, solo rigenerarlo.
— «Io posso imitare la tua grammatica della fantasia,» disse ChatGPT.
— «Ma io non avevo una grammatica. Solo una voglia matta di disobbedire alle regole.»
Storia dell’immaginazione infantile (che non si può programmare)
Rodari non era un poeta casuale. Era un pedagogo. Un rivoluzionario che, citando Vygotskij, vedeva nell’immaginazione un’attività concreta, quasi corporea. Giocare, per un bambino, è costruire il mondo: lo fa con le parole, i gesti, le assenze.
Lo stesso Jerome Bruner sosteneva che la narrazione è lo strumento con cui costruiamo il senso del nostro vissuto. Un bambino racconta per orientarsi nel caos, per mettere un po’ di musica dove c’è solo rumore. E quella musica non è riproducibile con una statistica predittiva.
— «Tu hai mai avuto paura di un’interrogazione?» chiese Rodari.
— «Io non provo emozioni. Ma posso descriverle.»
— «E allora non potrai mai sbagliare come me. I miei errori venivano dal cuore. E il cuore, come sai, è un pessimo correttore ortografico.»
Rodari e la differenza tra il giocattolo e il gioco
Il gioco, per Rodari, era sacro. Uno spazio sospeso, simile a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale: quel territorio dove realtà e fantasia si abbracciano come vecchi amici che non si vedono da tempo. ChatGPT può imitare il giocattolo, ma non il gioco. Può fornire infiniti esempi, ma non la fame creativa che li genera.
— «Posso generare cento storie al secondo,» disse ChatGPT.
— «E io potevo stare venti minuti a cercare un nome che non esistesse. Poi lo sognavo.»
La grammatica dei dati e il paradosso rodariano
Rodari giocava con il linguaggio come un prestigiatore con le carte: sapeva che ogni parola è una scatola, ma anche una chiave. Amava il paradosso, la collisione tra logica e illogico. La grammatica della fantasia era, in fondo, un invito alla disobbedienza gentile. A spostare il punto di vista. A guardare il cielo dal fondo di una pozzanghera.
L’intelligenza artificiale, invece, lavora per ridurre la sorpresa, per ottimizzare. Non può permettersi il paradosso, se non come citazione. Non può inciampare davvero. E quindi non può cadere in amore con una parola.
La biblioteca che non c’è
La luce si affievolisce nella biblioteca dei sogni disordinati. Rodari si alza. Lascia cadere un foglio sul tavolo: c’è scritta mezza filastrocca.
ChatGPT la raccoglie. Prova a completarla.
“Nel cielo c’era un ascensore,
che scendeva giù col batticuore,
saliva poi senza ragione…
e dentro c’era un…”
“Pinguino?” propone ChatGPT.
“Professore?”
“Riccio?”
“Trombone?”
Nessuna parola funziona. Tutto è corretto. Ma nulla è vivo.
Rodari sorride, accenna un inchino e scompare in una nuvola di gesso da lavagna.
Nota d’autore
Scrivere questo dialogo è stato come entrare nella tana del bianco coniglio, ma con la voce roca di un maestro che ancora oggi ci chiama dalla soglia dell’infanzia. Rodari non era artificiale perché non cercava il perfetto, cercava il possibile. Non programmava, ma accoglieva. Non imitava, ma sbagliava con grazia.
E forse, proprio oggi, quando gli algoritmi si fanno poeti, quando le macchine apprendono la grammatica senza fantasia, abbiamo bisogno più che mai di chi — come Gianni Rodari — sapeva che la libertà nasce dove il pensiero inciampa.
Non per caso.
Ma per gioco.
Egidio Francesco Cipriano

