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La guerra dei prezzi dell’auto elettrica: il costo invisibile della corsa al futuro

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C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere i capannoni di Mirafiori che si svuotano mentre dall’altra parte del mondo le gigafactory cinesi lavorano a pieno ritmo. È il segno di un’epoca che si conclude e di un’altra che fatica a nascere, intrappolata tra le logiche spietate del mercato globale e l’incapacità dell’Europa di pensarsi come sistema industriale unitario. La guerra dei prezzi scatenata da BYD non è un episodio di cronaca economica. È la manifestazione di una strategia geopolitica che ha radici profonde e conseguenze che si estenderanno per decenni. Quando il colosso cinese taglia i prezzi di oltre 20 modelli, portando la sua Seagull a circa 7.770 dollari (circa 7.200 euro), non sta semplicemente facendo concorrenza. Sta ridisegnando la mappa del potere industriale mondiale. BYD controlla già una quota significativa del mercato domestico cinese e ha innescato un effetto domino al ribasso che ha fatto crollare le borse di Hong Kong. Altri produttori cinesi hanno replicato con tagli a catena, in una corsa al ribasso che nasconde una strategia precisa: vendere a margini ridotti per schiacciare la concorrenza, anche a costo di mandare in fallimento i piccoli produttori locali e di sacrificare i margini di profitto nel breve termine.

Il prezzo della dipendenza

La Cina ha costruito la sua supremazia nell’auto elettrica con una pazienza che solo un sistema di pianificazione centralizzata può permettersi. Ha investito massicciamente nelle terre rare, controllando oggi una quota significativa della loro estrazione e raffinazione globale. Ha sovvenzionato l’industria delle batterie fino a renderla imbattibile sul piano dei costi. Ha creato un ecosistema integrato dove ogni anello della catena produttiva risponde a una logica coordinata. L’Europa, al contrario, ha seguito la strada della frammentazione. Ogni paese ha inseguito la propria strategia nazionale, ogni casa automobilistica ha cercato la propria soluzione tecnologica, ogni governo ha promesso le proprie gigafactory senza mai coordinarsi con gli altri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un continente ricco di know-how e tradizione industriale che si ritrova dipendente da fornitori esterni per le tecnologie del futuro. Il surplus produttivo cinese ha costretto le case automobilistiche a guardare all’Europa come valvola di sfogo. Ma questa non è una semplice esportazione. È un’invasione economica a bassa intensità, un’infiltrazione silenziosa che mina il tessuto industriale europeo. La risposta della Commissione europea è stata l’introduzione di dazi sulle auto elettriche cinesi, con tariffe che variano dal 17% al 35,3%, a seconda del livello di cooperazione dei produttori cinesi con l’indagine dell’UE. Questi dazi si aggiungono all’aliquota del 10% già prevista, portando alcune tariffe complessive oltre il 45%. Tuttavia, l’Europa, a differenza di Washington, dipende dalla Cina per le terre rare, fondamentali per costruire batterie e motori elettrici. E Pechino lo sa bene: le minacce di restrizioni sulle esportazioni sono un ricatto implicito ma efficace.

L’Italia nel mezzo del guado

Il nostro Paese si trova in una posizione particolarmente delicata. Con i suoi distretti meccanici, le sue PMI dell’indotto auto, la sua memoria operaia, l’Italia rischia più di altri di essere schiacciata. Da un lato, vanta un’eccellenza nella componentistica automotive che tutto il mondo ci riconosce. Dall’altro, sconta la mancanza di una strategia industriale chiara e la debolezza cronica degli investimenti in ricerca e sviluppo. Le gigafactory annunciate in Italia sono ancora sulla carta, promesse che si moltiplicano sui giornali ma stentano a concretizzarsi nei fatti. Nel frattempo, i distretti meccanici della pianura padana patiscono la transizione elettrica senza aver ricevuto gli strumenti per affrontarla. La transizione ecologica è già realtà, ma senza una strategia industriale comune, l’Europa rischia di ritrovarsi a comprare tecnologia cinese, prodotta con materie prime cinesi, venduta a prezzi che nessuna azienda italiana può reggere. Migliaia di PMI dell’indotto auto rischiano di essere spazzate via non dalla concorrenza sleale, ma dall’incapacità del sistema-Paese di accompagnarle verso il nuovo paradigma produttivo. È qui che si misura il vero costo sociale della guerra dei prezzi cinese. Ogni euro risparmiato sull’acquisto di un’auto elettrica importata si trasforma in posti di lavoro perduti nelle nostre fabbriche, in competenze che si disperdono, in un tessuto industriale che si impoverisce. Una spirale che, una volta innescata, diventa difficilissima da invertire.

La strategia coreana: una terza via possibile

In questo scenario apparentemente senza alternative, merita attenzione l’approccio di Corea del Sud e Giappone. Nel silenzio assordante delle analisi geopolitiche, questi attori asiatici si muovono con discrezione ma lungimiranza. Non vogliono essere pedine nello scontro USA-Cina. Hyundai e Kia puntano su tecnologie solid state e auto compatte, mantenendo relazioni equilibrate e senza politiche aggressive di prezzo. Toyota e Honda, nel frattempo, riscoprono l’idrogeno e perfezionano l’ibrido, soluzioni meno vulnerabili alla tirannia delle batterie. Il loro approccio è opposto a quello cinese: investono in Europa non per dominare, ma per collaborare. L‘idrogeno verde, le batterie solid-state, l’ibrido di nuova generazione: tecnologie che non dipendono esclusivamente dalle terre rare cinesi e che offrono alternative concrete al modello tutto-elettrico. Non è conservatorismo tecnologico, è pragmatismo industriale. È la consapevolezza che la transizione energetica non può essere lasciata in mano a un solo attore globale. Per l’Italia, questa potrebbe essere la strada da seguire. Non inseguire la Cina sul terreno dei prezzi stracciati, dove non potremo mai vincere. Non limitarsi a copiare il modello americano dei dazi, che rischia di diventare una guerra commerciale senza vincitori. Ma costruire una rete di cooperazione tecnologica con i partner che condividono i nostri valori e le nostre preoccupazioni per l’autonomia industriale.

Il tempo delle scelte

La crisi dell’automotive europeo non è un incidente di percorso. È il risultato di vent’anni di scelte sbagliate, di miopia strategica, di incapacità di pensare l’industria come sistema complesso che va oltre la logica del mercato. Ma proprio per questo, può diventare l’occasione per un cambio di paradigma. L’Europa ha ancora carte da giocare. Ha un mercato interno da 450 milioni di consumatori. Ha standard ambientali e sociali che possono diventare un vantaggio competitivo. Ha una tradizione di eccellenza industriale che tutto il mondo ci invidia. Ha la possibilità di definire regole del gioco che premino la sostenibilità vera, non quella di facciata. Serve però una visione politica all’altezza della sfida. Serve un’idea di futuro che vada oltre i calcoli elettorali del breve periodo. Serve il coraggio di dire che l’auto del futuro non può essere solo un oggetto di consumo da produrre al minor costo possibile, ma un simbolo di come vogliamo che sia la nostra società.

Non è solo una questione di business. È una questione di civiltà. E il tempo per decidere si sta esaurendo rapidamente.

Nel frattempo rimango fedele, finchè posso, alla mia 1.6 Diesel Multijet senza Adblue sfiorando per ora legalmente il green deal

Egidio Francesco Cipriano

Immagine generata AI


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Egidio Francesco Cipriano

Già docente a contratto presso le Università di Teramo e di Chieti, inizia la sua attività lavorativa e di ricerca nell’ambito delle nuove tecnologie e nello sviluppo di strumenti software intelligenti, diventa Presidente della Società delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e si occupa di Cybersecurity, CyberIntelligence e CyberCrime; è autore di diversi testi, quali “Bullismo e Cyberbullismo – Comprendere per Prevenire” per Amazon, Eucip Business & System Analyst per i tipi di Hoepli e altri; ben presto realizza che l’informatica si pone spesso come una riduzione di quello che l’uomo suppone essere la struttura della sua mente. Inizia così i suoi studi negli USA e in Italia, in ambito psicologico della comunicazione, della psicogenealogia di Annè Ancelin Schützenberger e della PNL non trascurando la Psicologia Analitica di C.G. Jung e le Costellazioni Familiari secondo Bert Hellinger. Laureatosi in Psicologia oltre che in Scienze Pedagogiche consegue in seguito tre master universitari di specializzazione in “Mediazione Familiare e negoziazione del conflitto”, “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” e “Didattica avanzata”. Si specializza in psico teatro per adulti e bambini ed elabora un sistema di Mindfulness transgenerazionale. Negli anni tra la sua esperienza in New York e quella in Italia pratica e si certifica come facilitatore di Terapia Cranio Sacrale e Traumatic Incident Reduction per il trattamento del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Si specializza nella rilevazione del Disturbo Narcisistico di Personalità e nel supporto e recovery delle persone codipendenti da narcisisti ("vittime") . Ha ricoperto il ruolo di E-learning Manager presso la ASL di Taranto progettando e gestendo percorsi formativi in ambito sanitario. E' attualmente vicepresidente dell'associazione Aps Art 21 e presiede il comitato tecnico scientifico dell'osservatorio permanente sulla disabilità (Osperdi) occupandosi anche di Assistive Technology come supporto alle persone diversamente abili.

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