APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – Sanità pubblica: il cuore malato d’Italia e di Puglia
C’è una rabbia che cova sotto la pelle del popolo, una rabbia che esplode come un urlo quando si varca la soglia di un pronto soccorso, quando si chiama il 118 e si aspetta ore, quando si muore in astanteria senza aver visto un medico, quando si lavora sulle ambulanze senza protezione, sotto organico, tra insulti e, sempre più spesso, aggressioni
L’ultima, a Palagiano (Ta), è stata brutale: un equipaggio del 118 assalito, un autista preso a testate, un’ambulanza devastata. Chi ha agito ha sbagliato, senza alcuna attenuante e merita una punizione severa. Ma fermiamoci un attimo a guardare dentro questo baratro.
Chi ha costruito questa esasperazione? Chi ha alimentato la sfiducia, il rancore, la disperazione? La risposta sta in decenni di politiche miopi, clientelari, distruttive, che hanno dilaniato la sanità pubblica, riducendola a un guscio vuoto. In Puglia, come altrove, si chiudono ospedali, si tagliano reparti, si assumono medici col contagocce. I pochi rimasti sono lasciati soli, schiacciati tra turni massacranti, responsabilità impossibili e una macchina burocratica che li ignora. Chi cura oggi, cura senza tutele. E chi cerca cure, spesso trova porte chiuse o attese disumane.
E poi c’è quel capitolo che molti fingono di aver rimosso, ma che brucia ancora nella memoria collettiva: la psicopandemia, una ferita aperta nella carne viva del Paese. Ci hanno chiuso in casa, ci hanno tolto diritti, lavoro, dignità. Ci hanno detto “tachipirina e vigile attesa” e poi, chi è entrato in ospedale, ne è uscito in un sacco nero, senza un saluto, senza un addio. Abbiamo visto esercizi chiusi, bambini mascherati, anziani soli, camion con le bare, ma anche balli di Jerusalema nei reparti. E chi ha osato curare a casa è stato radiato. Chi ha fatto domande, zittito. Chi non ha obbedito, escluso.


La stampa? Prezzolata.
La politica? A libro paga delle grandi case farmaceutiche. Un intero sistema ha girato la testa, mentre la gente impazziva. Ora quella rabbia ritorna, cieca, urlata, feroce. Non giustifica — mai. Ma spiega. Perché oggi molti, soprattutto i più fragili, vedono nel camice bianco non più un alleato, ma un nemico. È tragico. È un capovolgimento morale da brividi. Ma è così.
Eppure gli operatori sanitari sono spesso le prime vittime di questo sfacelo. Medici, infermieri, soccorritori lottano ogni giorno contro un sistema che li lascia soli: ambulanze insufficienti, turni massacranti, zero protezioni, aggressioni verbali e fisiche. Sono eroi senza scudo, carne da macello in prima linea. Chi oggi presta soccorso lo fa con il terrore, ma continua a farlo. Per vocazione. Per senso di umanità. Ma fino a quando?

C’è anche un’altra verità: la disonestà di certi cittadini e la complicità di troppi medici di base, non tutti per fortuna, perché c’è una parte sana che sta operando fino allo stremo, come accade nei pronto soccorso. Simulare emergenze per saltare le liste d’attesa è vergognoso, ma testimonia quanto profondo sia il marcio. Le liste d’attesa sono diventate un cancro inestirpabile: mesi per una risonanza, minuti se paghi cash.
E i medici di base? Durante il covid si sono chiusi nei propri studi, fortunatamente non tutti (sic), hanno negato visite a domicilio, e in troppi hanno mantenuto quel modello: appuntamenti a singhiozzo, diagnosi via WhatsApp, segretarie-filtro che decidono se e quando il paziente può essere degnato di attenzione.
Il cittadino è stanco, si sente tradito. Ha visto sparire la fiducia nel proprio medico. Ha vissuto l’abbandono e ora teme l’ospedale come un luogo di smarrimento (spesso un mortifici), non di cura. È impaurito, arrabbiato, spesso povero, e il malato vive come uno scarto sociale. E allora la sanità, anziché essere un diritto, diventa un miraggio. Una roulette. Un privilegio.
Così la gente esplode. Non scusiamo nulla, ma comprendiamo troppo. Questa è la sanità pubblica che la politica ha smantellato per interessi elettorali e spartizioni di potere. Questa è la verità nuda, scomoda, inaccettabile. E noi, che ci ostiniamo ancora a credere che curare non debba essere un privilegio per chi può pagare, abbiamo il dovere di urlarla.
Non sarà un editoriale a cambiare tutto, ma il silenzio complice sì che uccide. E allora gridiamo. Forte. Per chi soffre, per chi cura, per chi non si piega

