“Che paura c’è?” – Dialogo (im)possibile sulla morte
«Tu che studi queste cose… mi spieghi perché abbiamo così paura della morte?»
Me lo chiese una donna minuta, capelli raccolti con una molletta a forma di loto. Era il giorno del Vesak, il Buddha Day, e mi avevano appena presentato come “esperto di consapevolezza nel morire”. In sala aleggiava un silenzio denso, quasi respirabile. Forse un misto tra rispetto e speranza. Ma quando iniziai a parlare di powa, trasferimento della coscienza al momento della morte, e di visualizzazioni tibetane, qualcosa cambiò. Qualcuno si mise a guardare il cellulare. Altri si spostarono sulle sedie. Molti annuivano, ma era chiaro che cercavano qualcos’altro: conforto per un lutto recente, una spiegazione sul perché “proprio lui, proprio ora”. E non il desiderio di incontrare la morte da svegli.
E così restai lì, sospeso. Con un mantra appena accennato sulle labbra e la consapevolezza che nessuno voleva davvero morire consapevolmente. Almeno, non quel giorno.
Il grande rimosso
La morte è diventata l’ultima cosa di cui si può parlare senza risultare scomodi. In un’epoca dove anche il dolore è estetizzato su Instagram, la morte rimane il grande tabù. Parliamo di sesso, di traumi, di psicofarmaci e persino di anoressia, ma la morte no. Al massimo, si usa un tono dolente per riferirsi a un “caro estinto”, mai al fatto che anche noi, sì proprio noi, un giorno ci decomporremo come tutti.
Eppure, come ci ricorda Ernest Becker nel suo saggio-capolavoro “Il diniego della morte” (1973), è proprio dalla paura della morte che nascono le grandi narrazioni umane: religione, arte, guerra, successo, famiglia. Scrive Becker:
“La repressione della morte è al cuore della cultura.”
Anche il teologo gesuita Karl Rahner disse:
“L’uomo moderno è uno che non riesce più a pregare la propria morte.”
E lo psicologo Irvin Yalom, fondatore della psicoterapia esistenziale, ha osservato:
“La morte ci accompagna come un’ombra e, finché non la guardiamo in faccia, viviamo a metà.”
Da dove nasce questa paura?
Secondo gli studi neuroscientifici recenti (es. Zhang et al., 2022, NCBI), il cervello umano reagisce all’idea della morte personale attivando circuiti di evitamento. In pratica, quando leggiamo o ascoltiamo qualcosa sulla morte, il nostro cervello si comporta come se non ci riguardasse. Un cortocircuito di sopravvivenza. Ma questa rimozione ha un costo: vivere male, anestetizzati, pieni di ansia senza saperne il vero nome.
Nel buddhismo tibetano, la paura della morte è vista come ignoranza del Sé reale: un attaccamento illusorio a un io che non esiste in modo autonomo. Secondo il Bardo Thödol, il libro tibetano dei morti, il terrore nel morire nasce dal non riconoscere le visioni mentali per ciò che sono: proiezioni della nostra mente.
Ma è solo il buddhismo ad avere intuizioni? No. Anche Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi Spirituali, invita a contemplare la morte personale come via per discernere le priorità autentiche nella vita.
“Immaginati sul punto di morire, e da lì guarda ciò che oggi ti sta guidando.”
Un metodo usato oggi anche in coaching esistenziale: l’esercizio della “lettera dal letto di morte”, in cui si scrive oggi ciò che un giorno vorremmo dire guardando indietro.
Perché non vogliamo ascoltare chi ci parla della morte?
Forse perché il linguaggio simbolico del sacro è stato sostituito dal linguaggio tecnico della medicina. Il morire è diventato un processo clinico, non un viaggio. Nelle corsie degli ospedali si muore intubati, sedati, privatizzati. La morte è tolta agli sguardi. Come se il vedere morire gli altri ci facesse morire prima. Eppure ci sono metodi, approcci, vie per familiarizzare con la fine. Alcuni vengono da tradizioni millenarie, altri da moderne psicoterapie. E tutti hanno un elemento in comune: ci riportano al presente.
Cinque pratiche (trasversali) per incontrare la morte con occhi aperti
1. Il Memento Mori quotidiano (Gesuiti e Buddhisti si danno la mano)
Pratica semplice: ogni giorno, per 3 minuti, immaginare la propria morte. Non per morbosità, ma per focalizzare l’essenziale.
“Se oggi fosse il tuo ultimo giorno, chi vorresti essere?”
È lo stesso esercizio del contemplar la muerte di Ignazio e delle meditazioni del Buddha sulla caducità.
2. La sedia vuota (Terapia della Gestalt)
Immagina davanti a te una persona cara che non c’è più, o te stesso tra 30 anni. Parlaci. Fatti dire qualcosa. Ascolta. Scrivilo.
Una modalità per dialogare con la morte senza doverla spiegare.
3. Scrivi il tuo testamento spirituale
Non solo beni materiali. Scrivi le tue verità, ciò che vuoi lasciare ai tuoi figli, a un amico, a un estraneo. Questo ti obbliga a guardare dentro e stabilire cosa ha davvero valore.
4. Visualizzazione del passaggio (ispirata al Powa tibetano)
Anche semplificata: immaginati mentre lasci il corpo, accompagnato da luce, da mantra, o da una guida benevola. Non serve essere esperti. Serve presenza.
5. Un rito personale
Crea un piccolo rito che onori chi è andato e la tua finitudine. Una candela accesa ogni sera. Una poesia letta a voce alta. Un brano musicale.
Il rito è ciò che rende la morte relazionabile.
Una speranza che non si compra
Non si può insegnare davvero a morire se prima non si è imparato ad amare. Perché ciò che fa paura, in fondo, non è la morte: è l’idea di non aver vissuto pienamente. Di aver perso tempo. Di non aver detto “ti voglio bene”. Di non aver pianto. Di non essersi lasciati guardare.
Quella donna al Vesak, alla fine, si avvicinò e mi disse:
«Quello che hai detto… non l’ho capito tutto. Ma qualcosa mi è rimasto: posso smettere di fingere che non succederà. Grazie.»
E io ho sorriso. Non avevo spiegato il Powa. Ma forse, avevamo fatto insieme un piccolo passo oltre la paura.
Egidio Francesco Cipriano
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Immagine generata AI su prompt dettagliato
Note e riferimenti:
- Becker, E. (1973). The Denial of Death. Free Press.
- Yalom, I. (2008). Staring at the Sun: Overcoming the Terror of Death. Jossey-Bass.
- Rahner, K. (1980). Teologia della morte. Queriniana.
- Zhang, J., Chen, H., & Lin, Y. (2022). Neural mechanisms of death denial: a review. Frontiers in Psychology.
- Bardo Thödol (Libro tibetano dei morti), trad. di Chögyal Namkhai Norbu, Ubaldini.
- Loyola, S. (1548). Esercizi Spirituali. Ed. Gesuiti.
- Kabat-Zinn, J. (2003). Vivere momento per momento. Corbaccio.

