«PINO LACAVA/SESSANT’ANNI D’ARTE/Omaggio a Montegiordano» – Il Manifesto
Riportiamo qui il Manifesto, o concept, della mostra d’arte contemporanea di Pino Lacava, a cura di Sabrina Del Piano, che si inaugura a domani 26 luglio alle 17:45, nella sala consiliare del Comune di Montegiordano (Cs), via Giovanni XXIII n. 31. Perché ogni gesto artistico nasce da un’idea, e ogni idea nasce da un sentire
Il mare è il paese della Calabria
Sessant’anni di attività artistica non si condensano in una semplice mostra: si articolano in un percorso che è insieme biografico, materico, poetico e spirituale. Per Pino Lacava, l’arte non è mai stata una professione, ma una forma di presenza nel mondo, una postura esistenziale, una continua interrogazione del visibile e dell’invisibile.
Nato Grottaglie e tornato a Montegiordano – il paese dove ha iniziato a insegnare educazione artistica – Lacava espone qui, tra mare e collina, la mappa profonda del suo cammino. Un cammino che si può leggere in due grandi fasi, due orizzonti che si intrecciano e si alimentano l’uno con l’altro.
Linea di tensione (fine anni ’60 – inizio anni ’70)
In questo primo momento, l’indagine di Lacava si concentra sulla materia come campo di forze. La pittura non è rappresentazione, ma tensione interna, struttura viva. Le tele si aprono a linee che si allungano, si torcono, vibrano. È un tempo di esperimenti, dove anche la scultura assume carattere energetico: metalli, legni, terre si piegano alla volontà del gesto, ma conservano la loro resistenza, la loro forza originaria.
La ceramica, in questa fase, si impone come materia incandescente: modellata, incisa, bruciata. È un mezzo di transizione tra la solidità della scultura e la flessibilità pittorica. Ogni forma sembra interrogare il suo stesso divenire, e il colore si fa brano di luce, superficie attraversata da impulsi nascosti.
Volare in azzurro (seconda metà degli anni ’70 – oggi)
La seconda grande svolta, poetica e concettuale, arriva a partire dalla metà degli anni ’70, quando il lavoro di Lacava si apre a una dimensione più rarefatta, simbolica, cosmica. Nasce qui Volare in Azzurro, non solo un titolo, ma una visione. L’azzurro diventa colore guida, spazio mentale, vibrazione spirituale. È l’elemento che lega cielo e mare, respiro e silenzio, corpo e infinito.
Le installazioni si moltiplicano come ambienti di meditazione visiva: oggetti leggeri, forme sospese, materiali raccolti, rielaborati, offerti come reliquie laiche. La pittura si alleggerisce: non più tensione, ma respiro, soglia, apertura. La scultura si spoglia del peso per diventare segno, presenza sottile. E la ceramica assume nuova purezza, quasi fosse sabbia colorata fissata dal fuoco.
Ma è nelle performance che questa visione si esprime con la massima intensità. Il corpo di Lacava entra nella scena non come attore, ma come antenna, come ascolto. Performance come Come raccogliere le parole venute dal mare oppure Come parlare a un pezzo di argilla testimoniano una relazione radicale con l’elemento marino. Il mare non è sfondo: è interlocutore, tempio, madre. L’azione è sempre sobria, poetica, meditativa. L’azzurro ritorna, come sacralità naturale, come destino.
Materia e spiritualità
La forza dell’arte di Pino Lacava è questa: saper coniugare la materia e la spiritualità, la forma e l’evocazione, l’impegno e la leggerezza. Pittura, scultura, ceramica, installazione, performance: ogni mezzo viene abitato con piena coscienza, ma senza mai cadere nel virtuosismo. Ogni gesto è necessario, ogni oggetto è portatore di senso, ogni azione è apertura.
Montegiordano accoglie oggi questa mostra come si accoglie il ritorno di un figlio che ha attraversato il mondo portando con sé un lembo della propria terra. Il mare, archetipo potentissimo, che da questo paese si vede lontano come uno di quei sogni ad occhi aperti che facciamo da fanciulli, come un desiderio di leopardiana memoria, è sempre stato vicino all’anima dell’artista. Come a ricordarci che l’arte vera, come il mare, è insieme profonda e vasta, inquieta e pacificatrice, originaria e sempre nuova.
Testo critico a cura di Sabrina Del Piano


