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Epidemia colposa omissiva: la Cassazione apre un varco. Tra giustizia e rischio di nuove cacce alle streghe?

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Il 28 luglio 2025 le Sezioni Unite della Cassazione hanno depositato la sentenza n. 27515, che afferma un principio giuridico di grande rilievo: il reato di epidemia colposa può essere commesso anche in forma omissiva. Non soltanto chi diffonde attivamente germi patogeni, dunque, ma anche chi, pur avendo un obbligo giuridico di impedirne la diffusione, omette di farlo.

Il caso concreto riguardava un dirigente sanitario dell’ospedale di Alghero, accusato di non aver garantito dispositivi di protezione e adeguata formazione al personale, con conseguente diffusione intra-ospedaliera del Covid-19 nei mesi di marzo e aprile 2020. Dopo l’assoluzione in appello, la Cassazione ha annullato la decisione, richiamando l’art. 40, comma 2, c.p.: “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”. Il delitto di epidemia, hanno detto i giudici, è un reato a forma libera: può realizzarsi anche per omissione, non solo per azione.

La pena resta quella prevista dall’art. 452, n. 2 c.p.: da uno a cinque anni di reclusione per la forma colposa. L’ergastolo rimane per l’ipotesi dolosa (art. 438 c.p.). Non basta, quindi, violare una quarantena o rifiutare un tampone: occorre che si verifichi un’epidemia vera e propria, con caratteristiche di diffusione massiva e incontrollabile, e che sia accertato un nesso causale con l’omissione.

Ma il dubbio resta

Questa sentenza non inventa un reato nuovo: applica un principio antico. Eppure, proprio perché amplia lo spettro delle condotte possibili, apre anche a scenari inquietanti. Non tanto per ciò che i giudici hanno scritto oggi, ma per ciò che altri potrebbero leggere domani.

Il diritto, come la psicologia collettiva, non vive mai nel vuoto. La paura lo attraversa, lo modella. Nei momenti di emergenza, lo abbiamo visto, la comunità tende a cercare colpevoli, a creare figure di “untori”.

Non a caso, Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi, ci mostra come durante la peste del Seicento la folla milanese, in preda all’angoscia, vedesse untori ovunque: uomini che, con presunti unguenti, avrebbero sparso il contagio. La giustizia del tempo arrivò persino a condannare e torturare innocenti, trasformando la paura in verità giuridica. È il meccanismo eterno della caccia alle streghe, che non è solo un ricordo storico di roghi e tribunali ecclesiastici, ma un tratto inscritto nella psiche umana: di fronte al pericolo, trovare un colpevole dà l’illusione di aver ripreso il controllo.

E allora il rischio, oggi come allora, è che una sentenza nata per regolare con coscienza casi complessi diventi un grimaldello in mano a chi cerca bersagli facili. I “novax”, i dissenzienti, chi non si allinea a protocolli ufficiali. O, per fare un esempio che resta emblematico, i terapeuti che durante la pandemia vennero sospesi pur offrendosi esclusivamente per sedute online: nessun contatto fisico, nessun contagio possibile, eppure colpiti da sanzioni disciplinari che, riviste oggi, paiono espressione più di un riflesso ideologico che di un rischio reale.

Il riflesso psicologico e il filtro della comunicazione

La psicologia ci insegna che sotto pressione collettiva le norme si piegano facilmente. La paura genera polarizzazione, e la comunicazione di massa amplifica la semplificazione: “chi non rispetta è colpevole”, “chi dissente è un pericolo”. Il linguaggio giuridico, intrinsecamente complesso e prudente, rischia così di venire tradotto in slogan, e gli slogan — lo sappiamo — hanno il potere di orientare l’opinione pubblica più di una sentenza letta integralmente.

Se una legge o una pronuncia giudiziaria può essere compresa solo a metà, allora la metà che resta fuori diventa il terreno fertile per interpretazioni distorte, strumentali. È il paradosso: ciò che nasce come protezione può trasformarsi in condanna preventiva.

Una domanda più che una risposta

Sono certo la Cassazione ha agito nel modo più logico e rigoroso possibile, applicando la legge ai fatti. Ma possiamo davvero escludere che, un domani, qualcuno non userà questo precedente come leva per imbastire processi simbolici? È un dubbio che non possiamo sciogliere del tutto. Possiamo solo riconoscerlo, nominarlo, tenerlo aperto.

Come ricordava un vecchio cartone animato degli anni Ottanta, “Siamo fatti così”. Siamo creature che cercano colpevoli, che trasformano paure in norme e norme in punizioni. Ma non siamo condannati a restare tali: possiamo cambiare, possiamo pretendere che il diritto resti scudo e non spada, che la legge protegga senza alimentare cacce alle streghe.

Il futuro non è scritto, ma la memoria degli untori di Manzoni e delle streghe arse nei secoli ci ricorda che l’ombra dell’abuso è sempre dietro l’angolo. Sta a noi — giuristi, cittadini, terapeuti, persone comuni — decidere se vogliamo lasciarla tornare o se abbiamo finalmente imparato a riconoscerla.

Egidio Francesco Cipriano 

Immagine generata AI

 


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Egidio Francesco Cipriano

Già docente a contratto presso le Università di Teramo e di Chieti, inizia la sua attività lavorativa e di ricerca nell’ambito delle nuove tecnologie e nello sviluppo di strumenti software intelligenti, diventa Presidente della Società delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e si occupa di Cybersecurity, CyberIntelligence e CyberCrime; è autore di diversi testi, quali “Bullismo e Cyberbullismo – Comprendere per Prevenire” per Amazon, Eucip Business & System Analyst per i tipi di Hoepli e altri; ben presto realizza che l’informatica si pone spesso come una riduzione di quello che l’uomo suppone essere la struttura della sua mente. Inizia così i suoi studi negli USA e in Italia, in ambito psicologico della comunicazione, della psicogenealogia di Annè Ancelin Schützenberger e della PNL non trascurando la Psicologia Analitica di C.G. Jung e le Costellazioni Familiari secondo Bert Hellinger. Laureatosi in Psicologia oltre che in Scienze Pedagogiche consegue in seguito tre master universitari di specializzazione in “Mediazione Familiare e negoziazione del conflitto”, “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” e “Didattica avanzata”. Si specializza in psico teatro per adulti e bambini ed elabora un sistema di Mindfulness transgenerazionale. Negli anni tra la sua esperienza in New York e quella in Italia pratica e si certifica come facilitatore di Terapia Cranio Sacrale e Traumatic Incident Reduction per il trattamento del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Si specializza nella rilevazione del Disturbo Narcisistico di Personalità e nel supporto e recovery delle persone codipendenti da narcisisti ("vittime") . Ha ricoperto il ruolo di E-learning Manager presso la ASL di Taranto progettando e gestendo percorsi formativi in ambito sanitario. E' attualmente vicepresidente dell'associazione Aps Art 21 e presiede il comitato tecnico scientifico dell'osservatorio permanente sulla disabilità (Osperdi) occupandosi anche di Assistive Technology come supporto alle persone diversamente abili.

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