APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – Eutanasia tra poesia e propaganda: il confine che non vediamo”
L’eutanasia è uno di quei temi che continuano a interrogare profondamente la coscienza, sia individuale che collettiva. Nonostante i progressi della medicina e i dibattiti giuridici, rimane sospesa tra etica, libertà e timore. Personalmente, nutro delle perplessità: non tanto sul diritto di scegliere, quanto sul modo in cui questa scelta viene raccontata, discussa e talvolta persino resa affascinante.
Sfogliando La Verità di oggi 2 settembre 2025, mi ha colpito un articolo dal titolo “Eutanasia al cinema: dal film di Goebbels alla dolce poetica di Paolo Sorrentino”. Il solo accostamento tra questi due nomi genera un cortocircuito. Da una parte c’è la propaganda nazista, che usava il cinema per giustificare l’eliminazione dei “non produttivi”; dall’altra c’è la visione malinconica e lirica di Sorrentino, che restituisce alla morte una dimensione intima, quasi sacra.
Questa contrapposizione mi ha fatto riflettere su quanto il modo in cui raccontiamo la morte influenzi il nostro modo di pensarla. Se il cinema può trasformare l’eutanasia in un gesto poetico, può anche rischiare di renderla accettabile per motivi estetici, più che etici. Ed è qui che nasce la mia inquietudine.
Goebbels usava il cinema per manipolare. Sorrentino lo usa per elevare. Ma in entrambi i casi, la morte viene messa in scena. E allora mi chiedo se l’arte possa davvero raccontare l’eutanasia senza condizionare, senza suggerire una via giusta, senza diventare ideologia.
Non ho risposte definitive. Ma sento il bisogno di porre domande. Perché dietro ogni scelta di fine vita c’è una storia, un dolore, una solitudine che non può essere ridotta a simbolo o sceneggiatura.
Credo che il dibattito sull’eutanasia debba restare aperto, plurale e soprattutto umano. Non possiamo affidarci solo alla legge, né tantomeno all’estetica. Dobbiamo ascoltare le voci di chi vive il confine tra vita e morte, senza giudicare, ma nemmeno idealizzare.

