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TAMBERI E JACOBS, QUANDO IL CORAGGIO VALE PIÙ DELLA VITTORIA

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Quel 1° agosto del 2021, nello stadio di Tokyo quasi deserto, durante le gare di atletica leggera della XXXII Olimpiade, si scrisse una delle pagine più alte e luminose dello sport italiano. Nel giro di pochi minuti lo starter alzò la pistola e diede avvio alla regina delle gare, i 100 metri piani maschili, mentre dall’altra parte dell’impianto la pedana del salto in alto ardeva come un braciere.

Marcell Jacobs, dopo batterie e semifinali di assoluto rispetto – che avevano già cancellato il 9”99 ventoso di Tortu – corse come mai un italiano aveva corso prima: 9”80, primo al traguardo, padrone del mondo. Dai tempi del mitico Figlio del Vento, Pietro Mennea, non si viveva un brivido simile, un’impresa tanto memorabile. E mentre i piedi di Jacobs divoravano la pista, Giammarco Tamberi saliva leggero, a 2,37 metri, verso un cielo che pareva accoglierlo a braccia aperte. In quel salto si racchiuse lo spirito olimpico, quando, insieme al suo caro amico Mutaz Essa Barshim, decise di non sfidarsi all’ultimo tentativo, ma di stringersi la mano e condividere l’oro, il gradino più alto del podio, come due fratelli.

Tamberi e Jacobs: due mostri sacri dello sport italiano, due simboli.

Ma il tempo passa, inesorabile. I corpi, logorati da anni di allenamenti spietati e da sollecitazioni che solo chi vive lo sport agonistico può comprendere, non sempre obbediscono più alle aspettative. Così Jacobs, dopo i due ori olimpici, ha iniziato una lunga via crucis di infortuni, spesso gravi, che lo hanno fermato e fatto soffrire, ma non piegato. La sua tenacia e la sua costanza gli hanno consentito comunque di conquistare medaglie e piazzamenti importanti, indoor e outdoor, dimostrando sempre la fibra del campione.

All’ultima Olimpiade parigina, l’Italia intera attendeva il bis. Non arrivò. E le critiche – feroci, implacabili – piovvero a grandine su chi, appena tre anni prima, ci aveva resi immensi in una disciplina che mai ci aveva visto protagonisti. Eppure, in quella finale – la più veloce della storia – Marcell corse in 9”85. Un tempo straordinario, che bastava a definire un atleta grande. Ma nulla: le critiche di chi non ha mai corso cento metri, di chi non ha mai assaggiato il morso di una competizione vera, diventarono lancinanti, umilianti. Si derise un campione, l’uomo più veloce che l’Italia abbia mai avuto. Non gli furono concessi gratitudine, apprezzamento, onori: solo sarcasmo, solo scherno, ogni volta che un nuovo infortunio lo costringeva al ritiro.

È vero, vi sarebbero domande da porsi: perché il suo corpo sia stato così tormentato, se i metodi di allenamento fossero corretti, se i recuperi fossero stati programmati nel modo giusto. Ma queste risposte spettano agli specialisti, ai preparatori, ai medici, ai fisioterapisti. Non a noi, non ai tifosi.

E ieri, purtroppo, il cerchio si è chiuso. Nello stesso stadio che aveva incoronato Jacobs e Tamberi, i Mondiali hanno restituito solo amarezza. Nessuno dei due ha raggiunto la finale nelle rispettive discipline. Tamberi ci ha provato: l’infortunio delle settimane precedenti gli aveva tolto la preparazione necessaria, e sapeva, nel fondo di sé, che difficilmente avrebbe potuto ottenere un risultato degno della sua grandezza sportiva. Ma lui, tosto e orgoglioso, ha voluto provarci comunque, come a Parigi, quando – appena uscito dall’ospedale per un calcolo renale – salì ugualmente in pedana, col coraggio dei grandi.

E allora viene da pensare che la vera grandezza di Jacobs e Tamberi sia tutta qui: non soltanto nelle vittorie leggendarie, ma nella perseveranza, nell’ostinazione di esserci sempre. In pedana, sui blocchi, contro ogni insulto, ogni cattiveria di un popolo social che di sport non capisce nulla, che non sa cogliere la lezione che i due ci donano.

E allora, viva Jacobs e viva Tamberi: fari accesi, indomiti, per chi ama davvero lo sport.


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Massimiliano Bruno Cinque

scrivo di enogastronomia e fumo lento. Appassionato di sport e politica

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