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Il tunnel di luce: mito universale, inganno cosmico o liberazione interiore?

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Quando la morte diventa una porta da attraversare con gli occhi aperti

C’è un momento in cui ogni certezza vacilla. È l’istante in cui la coscienza si separa dal corpo e, secondo migliaia di testimonianze, si trova davanti a una luce abbagliante. Un tunnel luminoso che promette pace, amore incondizionato, il ricongiungimento con i propri cari. Per la maggior parte delle persone che vivono esperienze di pre-morte (NDE), quella luce è salvezza. Ma se fosse, invece, la trappola più sofisticata mai concepita? La morte rimane l’ultimo mistero irrisolto dell’esperienza umana. Davanti a essa, l’essere umano ha sempre avvertito l’urgente bisogno di costruire significati, di immaginare scenari, di creare mappe per l’ignoto. Le esperienze di pre-morte, con il loro carico di visioni luminose e incontri trascendenti, sembravano aver finalmente offerto una cartografia dell’oltre. Ma cosa accade quando questa mappa viene messa in discussione dalle sue stesse fondamenta?

L’ipotesi radicale di Wes Penre

Nei suoi controversi Papers, il ricercatore indipendente Wes Penre ha sviluppato una teoria che ribalta completamente la nostra concezione dell’aldilà. Non si tratta di una semplice critica alle religioni organizzate o di uno scetticismo verso il trascendente: Penre accetta l’esistenza di dimensioni spirituali, ma ne propone una lettura inquietante e controintuitiva. Secondo la sua visione, ciò che chiamiamo “morte” non sarebbe una liberazione, ma l’ingresso in un sistema di controllo ancora più sottile e pervasivo di quello terrestre. La Terra, sostiene Penre, sarebbe avvolta da una griglia energetica invisibile – la cosiddetta soul net – gestita da entità “arcontiche” con un obiettivo preciso: impedire alle anime di raggiungere la vera libertà cosmica.

L’architettura dell’inganno

Il tunnel di luce non sarebbe altro che il meccanismo centrale di questo ingranaggio cosmico. L’anima appena disincarnata viene attratta dalla luce attraverso una sofisticata orchestrazione di visioni rassicuranti: guide spirituali dai volti familiari, parenti defunti che tendono le braccia, maestri ascesi che promettono saggezza. Tutto sembra autentico, tutto trasuda amore e comprensione. Ma secondo Penre, si tratta di ologrammi emotivi, proiezioni create appositamente per persuadere la coscienza a “salire verso la luce” e, di conseguenza, ad accettare una nuova reincarnazione. Ogni vita successiva inizia con l’amnesia totale delle precedenti, rendendo impossibile spezzare il ciclo. La prigionia diventa perfetta proprio perché appare come salvezza.

Il ruolo dell’emozione nella cattura

Un aspetto particolarmente sottile di questa teoria riguarda l’uso delle emozioni come strumento di controllo. Le visioni nel tunnel non si limiterebbero a mostrarci ciò che desideriamo vedere, ma attiverebbero specifiche risposte emotive: nostalgia per i cari perduti, senso di colpa per le azioni incompiute, desiderio di “completare” il proprio percorso terrestre. In questa prospettiva, l’amore stesso – l’emozione più elevata che conosciamo – diventerebbe il più efficace degli inganni. Chi resisterebbe al richiamo di un genitore che ci aspetta a braccia aperte? Chi ignorerebbe la promessa di ricongiungersi con l’anima gemella? È precisamente questa irresistibilità emotiva che renderebbe il sistema così efficace.

L’Exit Handout: istruzioni per una fuga impossibile

In uno dei suoi documenti più discussi, Penre fornisce quella che definisce una “mappa di liberazione” per il momento della morte. Le istruzioni sono tanto semplici quanto radicali: non seguire mai la luce. Resistere al richiamo delle apparizioni familiari. Ignorare figure angeliche o maestri spirituali, per quanto convincenti possano apparire. Orientarsi invece verso il cosmo buio, quello spazio che appare vuoto e minaccioso, perché è lì – sostiene – che si apre l’autentica via di fuga verso l’Origine primordiale.

La via del rifiuto consapevole

L’Exit Handout suggerisce di dichiarare esplicitamente la propria intenzione di non reincarnarsi, di rifiutare qualsiasi offerta di “completamento” o “apprendimento” attraverso nuove esperienze terrestri. L’anima dovrebbe affermare la propria sovranità e dirigersi verso quello che Penre chiama il “vero Pleroma” – la dimensione di pura coscienza non contaminata da sistemi di controllo. È un protocollo che richiede una forza di volontà sovrumana, la capacità di resistere a tutto ciò che istintivamente associamo alla beatitudine e alla realizzazione spirituale. In questo senso, la morte diventerebbe l’ultimo e più difficile test di discernimento che l’anima possa affrontare.

Echi nel Bardo Thödol tibetano

Questa prospettiva, per quanto estrema, trova sorprendenti risonanze nel Bardo Thödol, il celebre “Libro tibetano dei morti”. Anche in questa antica tradizione, il defunto viene ammonito sui pericoli che attendono la coscienza nel periodo intermedio (bardo) tra morte e rinascita.

Le illusioni del bardo

Il testo tibetano descrive dettagliatamente le visioni che possono manifestarsi dopo la morte: divinità pacifiche e terrifiche, luci di diversi colori, paesaggi paradisiaci. Ma la sua istruzione fondamentale è chiara: non lasciarsi sedurre da alcuna di queste apparizioni. Il vero obiettivo è riconoscere la “luce chiara primordiale” che si manifesta immediatamente dopo la morte, prima che inizino le proiezioni mentali. Secondo la tradizione tibetana, se l’essere non riesce a mantenere la consapevolezza di fronte a queste visioni, verrà inevitabilmente trascinata verso una nuova reincarnazione. Le similitudini con l’ipotesi di Penre sono evidenti: in entrambi i casi, la liberazione richiede la capacità di resistere a ciò che appare come esperienza spirituale autentica.

Le luci colorate del bardo

Un dettaglio particolarmente interessante riguarda le diverse luci che il Bardo Thödol descrive. Oltre alla luce chiara primordiale – che rappresenta la vera natura della mente – il testo menziona luci colorate associate ai diversi regni di esistenza: bianco per gli dei, rosso per i semidei, blu per gli umani, verde per gli animali, giallo per gli spiriti affamati, e grigio fumo per gli inferi. Ogni luce colorata è descritta come “seducente ma fuorviante”, capace di attrarre l’anima verso una specifica rinascita. Il parallelo con il tunnel di luce delle NDE è sorprendente: in entrambi i casi, ciò che appare come grazia divina potrebbe essere, in realtà, un meccanismo di reindirizzamento verso nuove esistenze condizionate.

Jung e la sincronicità del simbolo

Carl Gustav Jung, che dedicò gli ultimi decenni della sua vita allo studio dei fenomeni paranormali e delle tradizioni esoteriche, avrebbe probabilmente interpretato la teoria di Penre attraverso il prisma della sincronicità e dell’inconscio collettivo.

L’archetipo della luce ingannevole

Per Jung, l’emergere simultaneo di simboli simili in culture diverse non è mai casuale, ma riflette contenuti archetipici profondi della psiche umana. Il fatto che tradizioni così lontane nel tempo e nello spazio – dai testi tibetani alle moderne NDE, dalle cosmologie gnostiche alle teorie contemporanee – convergano sull’idea di una “luce ingannevole” potrebbe indicare l’attivazione di un archetipo specifico nell’inconscio collettivo. Questo archetipo sembrerebbe esprimere un’intuizione profonda: che la vera liberazione spirituale richieda di andare oltre anche le esperienze più sublimi, di non fermarsi nemmeno davanti alla bellezza e alla beatitudine. È l’archetipo dell’ultima prova, del test definitivo che distingue l’autentico ricercatore spirituale da chi si accontenta di consolazioni, per quanto elevate.

La dimensione compensatoria

Dal punto di vista della psicologia analitica, l’emergere di teorie come quella di Penre potrebbe anche rappresentare una compensazione inconscia alle visioni troppo ottimistiche del post-mortem. In un’epoca in cui le NDE vengono spesso presentate come “prove” della benevolenza dell’universo, l’inconscio collettivo potrebbe produrre narrazioni opposte per mantenere l’equilibrio psichico. Jung osservava spesso come la psiche tenda automaticamente a bilanciare gli estremi: quando la coscienza si orienta eccessivamente verso la luce, l’ombra emerge con forza compensatoria. L’ipotesi di Penre potrebbe essere interpretata come l’emergere di questa funzione equilibratrice: un promemoria che nemmeno la morte ci libera dalla necessità del discernimento.

I simboli universali del controllo

Interessante notare come la metafora della “griglia di controllo” risuoni con simboli archetipici presenti in molte culture. La rete che intrappola, la ragnatela cosmica, il labirinto senza uscita: sono immagini che attraversano millenni di tradizioni spirituali. Per Jung, questo suggerirebbe che l’umanità ha sempre intuito la possibilità di rimanere “intrappolata” anche nei regni spirituali, di confondere i mezzi con i fini, le esperienze con la liberazione definitiva.

Le obiezioni della scienza contemporanea

La ricerca accademica guarda con comprensibile scetticismo a tali ipotesi. Le neuroscienze hanno fatto passi da gigante nella comprensione dei meccanismi cerebrali che sottendono le esperienze mistiche e le visioni di pre-morte.

I correlati neurologici dell’esperienza

Gli studi hanno dimostrato che visioni di luce intensa, sensazioni di pace profonda e incontri con entità spirituali possono essere indotti attraverso stimolazioni specifiche del lobo temporale. L’ipossia cerebrale, il rilascio massiccio di endorfine e DMT endogena, l’attivazione di aree cerebrali normalmente inibite: tutti questi fattori possono spiegare le caratteristiche delle NDE senza ricorrere a ipotesi metafisiche. Tuttavia, questa spiegazione neurobiologica, per quanto scientificamente robusta, non risolve completamente il mistero. Come osservava già William James, il fatto che uno stato di coscienza abbia correlati neurologici non ne invalida necessariamente il contenuto o il significato. Un’esperienza può essere contemporaneamente “solo” attività cerebrale e “anche” apertura verso dimensioni non ordinarie della realtà.

Il paradosso della trasformazione positiva

Un aspetto che complica il quadro riguarda gli effetti a lungo termine delle NDE. Chi vive queste esperienze spesso ritorna profondamente trasformato: meno paura della morte, maggiore empatia, più amore per la vita, diminuzione del materialismo e dell’aggressività. Se il tunnel fosse davvero un “meccanismo di prigionia”, come spiegare questi benefici evidenti? Penre potrebbe rispondere che è proprio questa trasformazione positiva a rendere il sistema così efficace: chi tornerebbe mai a temere una morte che promette tanta bellezza? Ma rimane aperta la domanda: può un inganno produrre frutti autenticamente spirituali? O forse la distinzione stessa tra “vero” e “falso” in ambito spirituale è più complessa di quanto le nostre categorie mentali possano cogliere?

La dimensione gnostica del problema

L’ipotesi di Penre si inserisce in una tradizione di pensiero che affonda le radici nello gnosticismo dei primi secoli cristiani. Gli gnostici sostenevano che il mondo materiale fosse una prigione creata dal Demiurgo, un dio minore che si spacciava per la divinità suprema.

Gli arconti come guardiani delle soglie

Secondo i testi gnostici, gli arconti (letteralmente “governanti”) erano entità che controllavano i passaggi tra le diverse sfere cosmiche. La loro funzione era impedire alle anime di raggiungere il Pleroma, il regno della pura spiritualità. Per farlo, utilizzavano inganni sofisticati, apparendo spesso sotto sembianze divine per indurre le anime a deviare dal vero cammino. Il parallelo con la teoria di Penre è evidente. Anche in questo caso, la liberazione richiede di riconoscere l’inganno anche quando si presenta nelle forme più sublimi. La gnosi – la conoscenza diretta della propria natura divina – diventa l’unica chiave per attraversare indisturbati le trappole arcontiche.

Il problema dell’autorità spirituale

Una questione centrale che emerge da questa prospettiva riguarda l’autorità spirituale. Se anche le guide più elevate, i maestri più illuminati, le esperienze più trascendenti possono essere ingannevoli, a cosa possiamo affidarci? Come distinguere tra autentica illuminazione e sofisticata manipolazione? Gli gnostici rispondevano puntando sulla gnosi individuale, sulla conoscenza diretta non mediata da autorità esterne. Penre sembra seguire la stessa direzione: l’anima deve imparare a fidarsi unicamente della propria consapevolezza più profonda, resistendo a qualsiasi forma di seduzione, per quanto apparentemente benefica.

Il valore simbolico e psicologico dell’ipotesi

Al di là della sua possibile veridicità cosmologica, la proposta di Penre tocca archetipi e dinamiche psicologiche profonde. Rovescia la nostra certezza più intima: che la morte sia finalmente liberazione dal dolore e dalle limitazioni terrene.

L’ombra delle consolazioni spirituali

Da un punto di vista psicologico, l’Exit Handout può essere letto come una metafora potente sui pericoli delle consolazioni spirituali facili. Quante volte, nella vita quotidiana, ciò che appare come crescita spirituale è in realtà fuga dalla responsabilità? Quante volte confondiamo esperienze estatiche temporanee con autentica trasformazione? La teoria di Penre suggerisce che questa dinamica possa continuare anche dopo la morte: l’anima potrebbe essere tentata di accettare consolazioni spirituali apparentemente elevate pur di evitare il confronto con l’assoluto ignoto. In questo senso, il rifiuto del tunnel diventerebbe simbolo dell’ultimo atto di coraggio: rinunciare anche alla più bella delle illusioni pur di raggiungere l’autentico.

La morte come ultimo atto di individuazione

Utilizzando il linguaggio junghiano, potremmo dire che la proposta di Penre trasforma la morte nell’ultimo e più importante processo di individuazione. Non basta aver integrato le proprie ombre durante la vita terrestre; occorre essere pronti a resistere anche alle proiezioni più sublimi della propria psiche. Il tunnel di luce, in questa prospettiva, rappresenterebbe l’ultima e più seducente delle proiezioni: il nostro bisogno di amore, comprensione e ricongiunzione proiettato su scala cosmica. Resistere significherebbe aver raggiunto una maturità spirituale tale da non aver più bisogno nemmeno dell’amore per definire la propria identità.

Tradizioni orientali e occidentali a confronto

Interessante notare come diverse tradizioni spirituali abbiano sviluppato intuizioni simili riguardo ai pericoli del post-mortem, pur arrivando a conclusioni diverse.

L’Advaita Vedanta e l’illusione finale

Nella tradizione dell’Advaita Vedanta, l’obiettivo ultimo è la realizzazione che la separazione tra sé individuale e Assoluto è illusoria. Dal punto di vista advaita, qualsiasi esperienza di “incontro” con entità separate – guide, maestri, divinità – perpetuerebbe l’illusione della dualità. In questo senso, anche l’esperienza più beatifica nel tunnel di luce potrebbe essere vista come un ostacolo alla realizzazione ultima. Non perché sia “malvagia”, ma perché mantiene la coscienza nell’illusione di essere qualcosa di separato che “va verso” qualcos’altro.

Il Zen e il “Buddha che incontri per strada”

Il Zen è ancora più radicale. Il famoso detto “Se incontri il Buddha per strada, uccidilo” esprime la stessa intuizione: qualsiasi forma, per quanto sublime, che si presenti come oggetto di venerazione o meta da raggiungere, è un ostacolo all’illuminazione diretta. Applicato alla situazione post-mortem, questo principio suggerirebbe di diffidare di qualsiasi figura – Buddha, Cristo, Krishna – che si presenti nel tunnel. Non perché sia necessariamente ingannevole, ma perché qualsiasi forma è una limitazione della realtà ultima, che è senza forma.

Le mistiche occidentali e l’unione senza intermediari

Anche nel cristianesimo esoterico e nel sufismo islamico troviamo insegnamenti simili. Eckhart parlava di un Dio “oltre Dio”, di una divinità che trascende qualsiasi forma o rappresentazione. I sufi descrivono il fana, l’estinzione dell’ego individuale nell’Assoluto, come un processo che non ammette intermediari. Da queste prospettive, l’autentica realizzazione spirituale richiederebbe di andare oltre qualsiasi mediazione, incluse le più elevate esperienze visionarie. Il tunnel di luce, per quanto bello, rimarrebbe comunque un’esperienza mediata, e quindi limitante rispetto all’unione diretta con l’Assoluto.

Tra mito e libertà interiore

Il cuore della questione diventa allora: quanto siamo davvero liberi davanti al mistero ultimo? E soprattutto: la libertà consiste nel fare la scelta “giusta” o nell’essere consapevoli mentre scegliamo?

Tre paradigmi interpretativi

Se accogliamo la prospettiva di Penre, il tunnel non è dono ma inganno, e la libertà consiste nel coraggio di scegliere la via più difficile e controintuitiva. Se seguiamo le tradizioni mistiche, la luce può essere sia autentica che illusoria, e tutto dipende dal livello di discernimento raggiunto dall’anima. Se ci affidiamo alla scienza materialista, tutto si spiega nei termini di un cervello che, al limite delle sue funzioni, produce le immagini più consolanti possibile. Tre chiavi di lettura. Tre visioni dell’oltre. Nessuna certezza definitiva.

Il meta-livello della questione

Ma forse il vero insegnamento non risiede nella risposta che sceglieremo, quanto nella qualità di coscienza con cui affronteremo la scelta. Se l’anima è davvero immortale, il momento della morte non sarà diverso da qualsiasi altro momento cruciale della vita: richiederà presenza, discernimento, coraggio. La teoria di Penre, vera o falsa che sia, ha il merito di ricordarci che anche nell’ultimo passaggio potremmo essere chiamati a esercitare la nostra capacità di discriminare, di scegliere consapevolmente invece di lasciarci trasportare dalle correnti più ovvie.

La sincronicità del dubbio

È significativo che teorie come quella di Penre emergano proprio in un’epoca in cui l’umanità sta vivendo una crisi profonda delle autorità tradizionali. Non solo autorità politiche o religiose, ma perfino l’autorità delle esperienze spirituali più consolidate viene messa in discussione.

Il bisogno di sovranità individuale

Questa tendenza potrebbe riflettere un bisogno archetipico di riappropriazione della sovranità spirituale individuale. Dopo millenni di intermediazioni – sacerdoti, guru, istituzioni, testi sacri – l’anima contemporanea sembra reclamare il diritto di confrontarsi direttamente con l’assoluto, senza mediazioni di alcun tipo. L’ipotesi di Penre, in questo senso, rappresenterebbe l’estrema conseguenza di questa tendenza: nemmeno la morte ci autorizza a delegare la nostra sovranità interiore. Nemmeno l’esperienza più trascendente ci solleva dalla responsabilità di scegliere consapevolmente.

L’emergere dell’archetipo del dubbio sacro

Potremmo trovarci davanti all’emergere di un nuovo archetipo spirituale: il “dubbio sacro”. Non il dubbio scettico che nega a priori qualsiasi possibilità trascendente, ma il dubbio che mantiene la vigilanza anche davanti al sacro, che resta sveglio anche nelle esperienze più sublimi. È un archetipo che sembra particolarmente adatto alla nostra epoca di manipolazioni sofisticate e inganni sempre più sottili. Se anche la spiritualità può essere strumentalizzata, l’anima deve sviluppare anticorpi capaci di riconoscere l’inganno anche quando si veste di luce.

Il paradosso della scelta finale

Forse la verità più profonda non risiede nella risposta che daremo – seguire o non seguire la luce – ma nella qualità di presenza che riusciremo a mantenere mentre scegliamo.

L’arte del discernimento nell’estremo

Se Penre avesse ragione, l’anima che rifiuta il tunnel con piena consapevolezza dimostrerebbe di aver raggiunto quella lucidità che trasforma qualsiasi evento – anche la morte – da passaggio subito in atto sovrano. Ma se avesse torto, l’anima che accoglie la luce con autentico discernimento – non per paura o desiderio, ma per genuina comprensione – compirebbe comunque un atto di coscienza matura. In entrambi i casi, il vero “oro alchemico” non sarebbe la destinazione finale, ma la qualità della consapevolezza mantenuta nel momento cruciale. Come nella vita, anche nella morte ciò che conta potrebbe non essere tanto cosa scegliamo, quanto come scegliamo.

La morte come specchio della vita

Se ci pensiamo, la situazione descritta da Penre non è poi così diversa da quella che affrontiamo quotidianamente nella vita terrestre. Continuamente ci troviamo davanti a scelte tra ciò che appare immediatamente gratificante e ciò che potrebbe essere autenticamente liberatorio. Continuamente dobbiamo discernere tra consolazioni temporanee e crescita reale. La morte, in questa prospettiva, non sarebbe un evento eccezionale ma il culmine e la sintesi di tutti i momenti di scelta che abbiamo affrontato. L’anima arriverebbe a quel passaggio con il grado di discernimento sviluppato durante l’intera esistenza terrestre.

L’ironia del mistero

C’è un’ironia sottile in tutto questo. Stiamo analizzando con strumenti razionali un fenomeno che, per definizione, trascende la razionalità. Stiamo cercando di mappare un territorio che nessuno dei vivi ha mai attraversato completamente.

La necessità umana del significato

Eppure, questo bisogno di dare senso alla morte sembra essere una caratteristica distintiva della coscienza umana. Siamo l’unica specie che conosciamo capace di anticipare la propria mortalità e, di conseguenza, di costruire narrazioni che la rendano significativa. Le teorie di Penre, le tradizioni del Bardo Thödol, le visioni delle NDE: tutte rappresentano tentativi di trasformare l’ignoto in noto, di sostituire l’angoscia dell’incertezza con la sicurezza di una mappa, per quanto speculativa.

Il valore delle domande oltre le risposte

Ma forse il vero valore di queste esplorazioni non sta nelle risposte che forniscono, quanto nelle domande che aprono. Ci spingono a confrontarci con i nostri presupposti più profondi, a esaminare le nostre certezze, a sviluppare quella flessibilità mentale che potrebbe rivelarsi preziosa non solo nel momento della morte, ma in ogni passaggio significativo dell’esistenza. Se la teoria di Penre ci costringe a immaginare scenari in cui anche le esperienze più consolanti potrebbero essere ingannevoli, ci sta allenando a un tipo di discernimento che può esserci utile già ora, in vita. Ci sta insegnando a non dare mai nulla per scontato, nemmeno – o soprattutto – ciò che più desideriamo che sia vero.

La morte è diversa dalla vita?

Al termine di questa esplorazione, ci ritroviamo esattamente dove avevamo iniziato: davanti al mistero. Ma forse con una consapevolezza in più: che il mistero della morte rispecchia il mistero della vita, e che in entrambi i casi la chiave potrebbe non essere trovare la risposta giusta, ma mantenere viva la domanda.

Forse la luce sarà davvero una trappola, un richiamo che ci riporta a catene invisibili.
Forse sarà un abbraccio autentico, l’inizio di una libertà che non conosciamo.
Forse la distinzione stessa tra “trappola” e “liberazione” avrà senso solo finché manteniamo l’illusione di essere qualcuno che può essere intrappolato o liberato.

E se anche lo scoprissimo con certezza assoluta? Il paradosso finale è che, probabilmente, non saremmo comunque in grado di comunicarlo a chi è ancora in vita. Il mistero si preserva da solo. La morte, come la vita, resta un atto di fede. L’unica differenza è che, questa volta, non avremo una seconda possibilità per ripensarci. O forse sì, se Penre si sbaglia. O forse no, se ha ragione. O forse la questione stessa è mal posta, e stiamo cercando di risolvere con la logica duale ciò che appartiene a dimensioni oltre la dualità.

In ogni caso, il viaggio continua. E forse è proprio questo il punto: che continui, in una forma o nell’altra, con consapevolezza o senza, verso la luce o nelle tenebre. L’importante è che continui con la massima presenza possibile.

Egidio Francesco Cipriano

Note e riferimenti

[1] Wes Penre, The Wes Penre Papers, First Level of Learning, Paper 6: “There is a Light at the End of the Tunnel – What Happens After Body Death”, 2019. Disponibile su: wespenrevideos.com.

[2] Bardo Thödol (Libro tibetano dei morti), tradizione Nyingma del buddhismo tibetano.

[3] Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, 1961; Opere Complete, Vol. 8: “La dinamica dell’inconscio”.

[4] Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce “Near Death Experiences”, 2020. Disponibile su: plato.stanford.edu/entries/nde/.

[5] Per gli aspetti neurologici delle NDE: Greyson, B., “The Near-Death Experience Scale”, Journal of Nervous and Mental Disease, 1983.

 

Immagine di Guillermo Estrada da Pixabay


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Egidio Francesco Cipriano

Già docente a contratto presso le Università di Teramo e di Chieti, inizia la sua attività lavorativa e di ricerca nell’ambito delle nuove tecnologie e nello sviluppo di strumenti software intelligenti, diventa Presidente della Società delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e si occupa di Cybersecurity, CyberIntelligence e CyberCrime; è autore di diversi testi, quali “Bullismo e Cyberbullismo – Comprendere per Prevenire” per Amazon, Eucip Business & System Analyst per i tipi di Hoepli e altri; ben presto realizza che l’informatica si pone spesso come una riduzione di quello che l’uomo suppone essere la struttura della sua mente. Inizia così i suoi studi negli USA e in Italia, in ambito psicologico della comunicazione, della psicogenealogia di Annè Ancelin Schützenberger e della PNL non trascurando la Psicologia Analitica di C.G. Jung e le Costellazioni Familiari secondo Bert Hellinger. Laureatosi in Psicologia oltre che in Scienze Pedagogiche consegue in seguito tre master universitari di specializzazione in “Mediazione Familiare e negoziazione del conflitto”, “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” e “Didattica avanzata”. Si specializza in psico teatro per adulti e bambini ed elabora un sistema di Mindfulness transgenerazionale. Negli anni tra la sua esperienza in New York e quella in Italia pratica e si certifica come facilitatore di Terapia Cranio Sacrale e Traumatic Incident Reduction per il trattamento del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Si specializza nella rilevazione del Disturbo Narcisistico di Personalità e nel supporto e recovery delle persone codipendenti da narcisisti ("vittime") . Ha ricoperto il ruolo di E-learning Manager presso la ASL di Taranto progettando e gestendo percorsi formativi in ambito sanitario. E' attualmente vicepresidente dell'associazione Aps Art 21 e presiede il comitato tecnico scientifico dell'osservatorio permanente sulla disabilità (Osperdi) occupandosi anche di Assistive Technology come supporto alle persone diversamente abili.

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