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La cultura come libertà interiore: il quinto incontro del Progetto “La cultura rende liberi” nel carcere di Catanzaro

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dedicato ad Anonimo Veneziano di Giuseppe Berto

 

Presso la Casa Circondariale di Catanzaro si è tenuto il quinto incontro del Progetto “La cultura rende liberi”, un’iniziativa ideata e promossa da Stefania Romito, giornalista, scrittrice e critica letteraria (presidente dell’Associazione culturale “Ophelia’s friends Cultural Projects”) che da anni si impegna a diffondere la consapevolezza del potere trasformativo della cultura nei contesti di fragilità sociale. L’obiettivo del Progetto (approvato dal Ministero della Giustizia) è quello di offrire ai detenuti un’occasione di crescita personale e spirituale attraverso la letteratura, restituendo loro la possibilità di riscoprire se stessi e di sviluppare una nuova forma di libertà interiore.

In un luogo dove il tempo sembra sospeso e la quotidianità è scandita da regole rigide, la parola scritta diventa uno spazio di apertura, di riflessione e di umanità condivisa. “La cultura rende liberi” si inserisce proprio in questa prospettiva: portare tra le mura del carcere la potenza rigeneratrice della conoscenza, il valore dell’ascolto e la forza della bellezza come strumenti di emancipazione morale e intellettuale.

Il tema del quinto incontro è stato il romanzo Anonimo Veneziano di Giuseppe Berto, opera intensa e profondamente introspettiva che affronta tematiche universali quali l’amore, la paura, la malattia, la memoria e la fragilità. Stefania Romito ha guidato i partecipanti in un viaggio tra le calli di Venezia, città che nel racconto diventa specchio delle emozioni dei protagonisti, offrendo una metafora potente della condizione umana e della necessità di accettare la caducità della vita.

Romito ha illustrato come Berto abbia trasformato la scrittura in un atto di libertà, in uno strumento di conoscenza di sé e di confronto con le proprie ombre interiori. Le sue parole hanno suscitato vivo interesse tra i detenuti, che hanno seguito con attenzione l’analisi dell’opera e partecipato attivamente al dialogo, condividendo riflessioni, ricordi e pensieri personali. L’incontro si è trasformato così in uno spazio di autentico scambio umano, dove la letteratura ha fatto da ponte tra mondi apparentemente distanti, ma uniti dal comune desiderio di comprensione e redenzione.

Un momento particolarmente significativo è stato rappresentato dall’intervento di Pina Colitta, ex docente, consulente familiare e scrittrice, la cui presenza ha arricchito ulteriormente il confronto. Colitta ha offerto spunti di riflessione di grande valore umano e psicologico, sottolineando l’importanza del dialogo come strumento di riconciliazione con se stessi e con gli altri. Il suo contributo ha stimolato una riflessione collettiva sul significato della fragilità e sul bisogno di lasciare un segno, un tema centrale anche nell’opera di Berto.

Attraverso la lettura e il confronto su Anonimo Veneziano, i partecipanti sono stati invitati a riflettere sul concetto di “segno”, inteso non come lascito materiale, ma come testimonianza spirituale e affettiva della propria esistenza. In un contesto come quello carcerario, questa riflessione assume un valore ancora più profondo: la possibilità di riscoprire la dignità personale, la capacità di amare, la volontà di ricominciare.

Il Progetto “La cultura rende liberi” si conferma così un’esperienza di grande valore educativo e umano, che dimostra come la cultura possa davvero essere strumento di rinascita. Portare la letteratura in carcere significa restituire alle persone private della libertà la possibilità di riscrivere la propria storia, di comprendere le proprie emozioni e di riappropriarsi della propria voce.

Il Progetto “La cultura rende liberi” continua a rappresentare un ponte tra il mondo esterno e quello interno delle strutture detentive, dimostrando che la conoscenza, l’arte e la parola possono aprire varchi di luce anche nei luoghi più chiusi. La cultura, in questa prospettiva, non è solo sapere, ma diventa strumento di libertà autentica, quella che nasce dal riconoscimento della propria umanità e dalla consapevolezza che, come ricordava Berto, «la verità, alla fine, è l’unica cosa che resta».

«Desidero ringraziare di cuore la dott.ssa Patrizia Delfino, Direttrice della Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro — ha dichiarato Stefania Romito – per aver fortemente voluto questo Progetto e per averne sostenuto ogni fase con sensibilità e lungimiranza. Un grazie profondo anche alle educatrici, la cui grande umanità, professionalità e disponibilità rappresentano un esempio concreto di dedizione e di attenzione verso i percorsi di crescita e di rinascita personale dei detenuti».

Le parole di Romito hanno suggellato un incontro di grande intensità emotiva, confermando come la collaborazione tra istituzioni e cultura possa generare esperienze capaci di restituire significato, speranza e libertà interiore anche nei luoghi della privazione.

 

 


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista pubblicista e scrittrice.

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