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La rivincita del rosso: Ferrari campione del mondo, Giovinazzi nel mito

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Clay Ragazzoni, Jackie Ickx, Mario Andretti, Ronnie Peterson: nomi che oggi suonano come quelli di eroi di un’epopea. Nel 1972, a bordo della 312 PB della Scuderia Ferrari, compirono un’impresa che ancora vibra nella memoria: dieci gare vinte su dieci nel campionato Superprototipi.
Sono trascorsi cinquantatré anni da quell’annata irripetibile, eppure ieri, sul circuito del Bahrain, il tempo ha compiuto un suo miracoloso cerchio. La Ferrari AF Corse, diretta con precisione e sensibilità da Antonio Coletta, si è laureata campione del mondo del WEC — sia tra i costruttori che tra i piloti — con la vettura numero 51.

Le tre 499P, le rosse numero 51, 50 e 83, affidate ad Alessandro Pier Guidi, James Calado, Antonio Giovinazzi, Nicklas Nielsen, Antonio Fuoco, Miguel Molina, Robert Kubica, Yifei Ye e Philip Hanson, non solo hanno conquistato per tre anni di fila la leggendaria 24 Ore di Le Mans, ma hanno dominato l’intero campionato. Qualche sbavatura, sì — più figlia di regolamenti cervellotici che di errori umani — ma la sostanza resta: la Ferrari è tornata padrona dell’endurance.

Il presidente John Elkann, che più di tutti ha voluto il ritorno del Cavallino Rampante nella massima categoria del WEC, ha espresso parole semplici e vere:
«Un traguardo che ci riempie d’orgoglio e rappresenta il coronamento di un sogno: l’apice di un percorso iniziato nel 2022, quando abbiamo deciso di tornare a competere nella classe regina delle competizioni. Un cammino che ci ha visti trionfare tre volte a Le Mans e che oggi ci permette di celebrare non solo due titoli mondiali, ma soprattutto la forza di una squadra che ha saputo lavorare come un corpo solo, affrontando le difficoltà dell’endurance con umiltà e desiderio di migliorarsi sempre.»

Ma c’è un dettaglio — un piccolo, grande particolare umano — che rende questa vittoria ancor più cara al mio cuore. Il pilota di Martina Franca, Antonio Giovinazzi, ha coronato un sogno di una vita intera.
«È un’emozione difficile da descrivere,» ha detto, visibilmente commosso. «Dopo aver vinto Le Mans, il nostro obiettivo era il titolo mondiale. Siamo cresciuti come squadra, gara dopo gara, e abbiamo fatto una stagione fantastica. Ringrazio la Ferrari e i miei compagni per questo anno indimenticabile. Una giornata che porterò con me per sempre.»

Chi conosce la storia sportiva di Antonio sa che questa non è una semplice vittoria: è un riscatto, un ritorno alla verità di sé. Nelle serie minori sfiorò più volte il titolo mondiale; in Formula 2 si giocò il campionato all’ultima gara con Pierre Gasly, oggi pilota di punta dell’Alpine.
E quando finalmente approdò in Formula 1, con l’Alfa Romeo, mostrò talento e velocità, ma dovette pagare il prezzo di una macchina non all’altezza. Così, l’unico italiano in griglia si trovò a lottare non solo contro il cronometro, ma contro la mancanza di sponsor e di sostegno.

Fu allora che la Ferrari — per volontà del compianto Sergio Marchionne — lo accolse sotto la sua ala. Quando nacque la 499P, non ci fu esitazione: a lui l’onore e la responsabilità. E Antonio ripagò quella fiducia nel modo più autentico che un pilota conosca: vincendo.
Al debutto assoluto, nel 2023, conquistò la 24 Ore di Le Mans. E da allora, la sua storia è diventata leggenda.

Noi, gente di Taranto e della Valle d’Itria, non possiamo che sentirci orgogliosi di questo ragazzo che porta alto il nostro nome.
Ricordo ancora la prima volta che lo incontrai, a Monza nel 2018. Era terzo pilota della Ferrari di Formula 1. Gli dissi che venivo da Carosino, e lui, con quella semplicità che appartiene solo ai veri uomini, sorrise stupito:
«Come, di Carosino?!»
In quel piccolo gesto, in quel sorriso sincero, c’era tutta la genuinità di Antonio: la stessa che oggi illumina il volto di un campione.

E allora viva Antonio Giovinazzi, viva la Ferrari, e viva l’Italia che sa ancora sognare e vincere.


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Massimiliano Bruno Cinque

scrivo di enogastronomia e fumo lento. Appassionato di sport e politica

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