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Il Re Travicello e i fili invisibili: riflessioni giustiane sul potere di ieri e di oggi

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di Gianfranco Coccia

C’è una pagina ingiallita che ogni tanto torna a bruciare come brace nel caminetto della memoria. È quella in cui Giuseppe Giusti racconta delRe Travicello, l’umile tronco di legno che le rane, stanche del buon Giove e delle sue leggi, vollero come sovrano. Giove, per accontentarle, gettò nello stagno un pezzo di legno: il travicello, che dapprima fece gran fracasso nell’acqua, poi rimase lì, inerte, galleggiante. Le rane si fecero coraggio, lo presero in giro, ci saltarono sopra, e si dissero finalmente libere. Ma la libertà, come spesso accade, durò poco: Giove, stanco delle loro lamentele, mandò poi un re più vivo, la cicogna, che cominciò a mangiarle una a una.

La favola, nella voce di Giusti, suona come un’eco amara e ironica del potere che si svuota e si degrada. Ma a ben vedere, è anche la radiografia di un eterno presente. Cambiano i nomi, le istituzioni, i linguaggi, ma il legno del travicello non si consuma mai: basta guardarsi attorno.

Quando Giusti scriveva, l’Italia era un mosaico in fermento, una patria ancora da inventare. Oggi l’Italia, e con essa gran parte del mondo, è una casa stanca che sembra aver perso la misura della parola comune. Eppure la figura del Re Travicello ritorna, rinnovata: ogni volta che un uomo o una donna senza spessore siede sul trono che sia quello di una nazione, di un municipio o di un consiglio d’amministrazione, e dietro di lui o di lei, nell’ombra, un dominus silenzioso muove i fili.

Giusti avrebbe sorriso di quel sorriso che sa più di malinconia che di ironia: lo stesso sorriso che accompagna il disincanto di chi sa che la stupidità del potere è più pericolosa della sua ferocia. Perché il potere mediocre non ha volto, non ha coraggio, non ha peccato proprio: è un riflesso delegato, una maschera vuota in cui ognuno crede di vedere la propria salvezza.

Oggi il Re Travicello è un poliglotta, possiede la voce liscia dei discorsi istituzionali, il tono rassicurante delle conferenze stampa, la compostezza dei manuali di management. Promette trasparenza, efficienza, rinnovamento, parole che evaporano non appena vengono pronunciate. Dietro di lui, o meglio, dentro di lui, si nasconde il vero sovrano: la cicogna del profitto, dell’interesse, della convenienza, quella che non si mostra, ma decide chi sarà inghiottito per primo.

Giusti conosceva bene questa logica. Nella sua Toscana di metà Ottocento, tra funzionari servili e cortigiani zelanti, vide già quella commedia umana in cui l’autorità si traveste di umiltà per meglio servire il padrone. Ma il poeta non si limitò allora a denunciare; anzi trasformò la rabbia civile in sorriso, il sarcasmo in musica. Nella sua lingua si avverte la carezza della pietà: non deride per disprezzo, ma per riscattare. Perché la satira, quando è alta, non distrugge: illumina.

E allora il suo Re Travicello non è solo un ritratto del potere, ma una radiografia del popolo che quel potere tollera, accetta, perfino invoca. Le rane di Giusti non sono solo vittime: sono complici. Si abituano al tronco, lo accarezzano, lo decorano, gli danno titoli. È la stessa complicità che oggi vediamo nei cittadini stanchi che applaudono il mediocre televisivo, nei lavoratori che si inchinano al dirigente che non decide nulla. Si preferisce la parvenza alla sostanza, la quiete alla verità. Meglio un re di legno che il rischio di pensare da soli.

C’è, in tutto questo, una malinconia di fondo: la consapevolezza che la storia è un pendolo che non smette di tornare. Ieri come oggi, il potere mediocre prospera dove la coscienza si assopisce. L’uomo di scarse qualità è l’incarnazione perfetta di un popolo che ha smesso di pretendere grandezza. Il suo stesso difetto, la mediocrità, diventa virtù agli occhi dei suoi sudditi, che vi trovano una rassicurante somiglianza. In fondo, il Re Travicello rassicura: non minaccia, non impone, non divide. Galleggia. E galleggiare è l’arte suprema delle nostre società liquide.

Ma il legno, anche se immobile, può essere scolpito. Può essere inciso da chi ha ancora il coraggio della parola. Ed è qui che la poesia di Giusti torna necessaria, non come documento del passato, ma come strumento di diagnosi. In un tempo in cui il linguaggio del potere si è fatto neutro, asettico, privo di sangue, Giusti ci ricorda che la parola può ancora ferire, ridere, smascherare. La sua ironia non è solo un gesto estetico: è un atto di libertà. È la voce che scompiglia le acque dello stagno.

Rileggere Giusti oggi significa misurarsi con la domanda che non invecchia: chi comanda davvero? E perché siamo così disposti a farci comandare da chi non ha comando? Le risposte, forse, stanno fuori dai palazzi, nei luoghi dove la vita reale continua a respirare. Nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle comunità che resistono. Perché il potere dell’ombra non teme tanto l’opposizione quanto la luce: la luce del pensiero, della cultura, della partecipazione.

Il narratore di questo saggio, un lettore di Giusti seduto su una panchina in un’Italia distratta, si scopre a riflettere su una verità semplice: il re travicello non cade da solo. Cade solo quando qualcuno osa toccarlo. E per toccarlo, serve una coscienza vigile, un’ironia viva, una lingua che non si piega. Tutto ciò che Giusti possedeva, e che oggi rischiamo di dimenticare.

Forse il compito della poesia, allora come oggi, è proprio questo: ricordarci che l’intelligenza è una forma di resistenza. Giusti rideva per non morire di rabbia, e nel suo riso c’era una forza morale che supera ogni retorica. Guardando il nostro presente, le leadership senza visione, le istituzioni prigioniere dei loro stessi apparati, le aziende guidate da figure vuote che rispondono a interessi invisibili, non possiamo che riconoscere lo stesso meccanismo: un legno galleggiante e, sotto, l’acqua torbida del vero potere.

Eppure, non tutto è perduto. Il legno può ancora marcire e affondare, se lo stagno si muove, se la corrente riprende. La poesia di Giusti ci insegna che la parola è una corrente: sottile, paziente, ma capace di scalfire il legno. Non serve gridare: basta dire con onestà, con ironia, con arte. La verità, quando è detta bene, fa rumore da sola.

In fondo, ogni epoca ha il suo re travicello. Ma non tutte le epoche hanno un Giusti che sappia raccontarlo. Ecco perché tornare a lui non è un esercizio di nostalgia, ma un gesto di civiltà. Significa riconoscere che la mediocrità non è destino, ma scelta. E che ogni volta che scegliamo il silenzio, un pezzo di legno prende forma sul trono del nostro tempo.

Nel silenzio dello stagno, forse, una rana antica sussurra ancora: «Meglio un re di legno che nessun re». Ma chi sa ascoltare davvero, sente un’altra voce, più profonda, che sale dall’acqua: «Meglio nessun re che un legno che galleggia». È la voce di Giusti. O forse, semplicemente, la nostra coscienza che si risveglia.

 


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Gianfranco Coccia

Economista d'impresa

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