Recupero funzionale delle sponde del fiume Tara: opportunità o operazione di facciata?
Taranto – Il progetto P1103 dell’Acquedotto Pugliese, che prevede la realizzazione dell’impianto di dissalazione delle acque salmastre delle sorgenti del Tara, include anche un tara-intervento-recupero-funzionale delle sponde del fiume. L’iniziativa viene presentata come un’opportunità per la comunità locale, con l’obiettivo di rendere più sicuro e fruibile un luogo che da sempre rappresenta un punto di aggregazione naturale e storico.
Il piano si concentra su due aree principali. L’Area A, situata a valle nei pressi della Strada Statale 106, segna l’inizio del Lungofiume Tara e ospita attrezzature balneari ormai obsolete. Qui si prevede la sostituzione delle strutture e la costruzione di un piccolo pontile galleggiante, pensato per offrire ai bagnanti un punto sicuro di sosta e di accesso al fiume. L’Area B, più a monte, vicino al canale derivatore, presenta invece strutture di fortuna che verranno rimpiazzate da soluzioni nuove e adeguate, con l’intento di garantire un utilizzo rispettoso dell’ambiente e più sicuro per i cittadini.
Dal punto di vista amministrativo, le aree interessate ricadono nel demanio fluviale regionale e quindi l’autorizzazione dei lavori sarà gestita attraverso una conferenza di servizi tra Comune e Demanio. Questo passaggio dovrebbe assicurare il rispetto delle normative e la collaborazione tra le istituzioni, ma rischia di trasformarsi in un iter lungo e complesso.
Se da un lato l’intervento promette di valorizzare il fiume Tara e di restituire alla comunità spazi più sicuri e accessibili, dall’altro emergono alcune criticità. La prima riguarda la reale portata del progetto: il recupero delle sponde appare come un’appendice rispetto all’impianto di dissalazione, quasi una compensazione estetica per rendere più accettabile un’opera infrastrutturale di ben altra scala. Inoltre, non sono chiari gli studi sull’impatto ambientale delle nuove strutture, né i costi complessivi dell’intervento. Senza trasparenza e senza un coinvolgimento diretto dei cittadini, il rischio è che la riqualificazione resti un’iniziativa calata dall’alto, utile più a generare consenso che a produrre benefici concreti.
Il fiume Tara è un patrimonio naturale che merita attenzione e tutela, ma la sua valorizzazione non può ridursi alla sostituzione di qualche struttura balneare. Servono visione, partecipazione e monitoraggio indipendente, altrimenti il progetto rischia di restare un’operazione di facciata. Se davvero si vuole rendere il Tara un luogo vivo e sostenibile per le generazioni presenti e future, occorre andare oltre la logica della compensazione e investire in un percorso di riqualificazione autentico, capace di coniugare ambiente, comunità e sviluppo.

