Elezioni regionali Puglia: Il voto, il non voto e la misura del potere
Le elezioni regionali in Puglia si sono concluse come si chiudono certe storie già scritte in partenza: con la vittoria larga, anzi larghissima, di Antonio Decaro. Una vittoria che non sorprende nessuno. Ma, più che del trionfo, vorrei parlare di quattro cose che mi stuzzicano la mente: ingordigia politica, astensionismo, victoire e smarrimento.
1. Astensionismo
L’astensionismo è diventato la nostra malattia nazionale, un male sottile che si insinua nelle ossa degli italiani e sembra non voler guarire. Dal 2000 a oggi è cresciuto come una febbre che non scende mai, un 17% in più di persone che preferiscono restare a casa, guardare il soffitto o il mare, ma non la scheda elettorale. E non perché la politica non li ami più: no, il guaio è che non ci credono più. O meglio, non credono più che i politici – quelli veri, quelli di mestiere, quelli che “sanno” – possano migliorare anche di un soffio la qualità della nostra vita, ormai sempre più fragile, sempre più nervosa. Eppure c’è un inganno, un’illusione comoda: pensare che non votare sia un gesto di ribellione. Sciocchezza. Il silenzio non scuote mai nessuno. Il voto sì, perfino quello nullo. Immaginate un’Italia in cui il partito delle schede nulle diventa il primo partito. Vorrei proprio vedere come verrebbe digerita una cosa del genere.
2. Ingordigia politica
Poi c’è l’ingordigia, quella che fa brillare gli occhi e perdere l’equilibrio. Il caso più emblematico è quello del vicesindaco di Taranto: giovane, ambizioso, travolto dal successo delle comunali. Tanta foga, troppa. E la convinzione ingenua di poter usare il vento buono per spiccare il volo fino alla Regione. Ma la politica, si sa, è una scalata complicata: ci vuole fiato, ci vuole esperienza, e soprattutto ci vuole misura. Senza, si finisce per scivolare giù, e pure male.
Non eletto, risultato magro come una carestia, appoggi larghi ma inutili. Una punizione quasi pedagogica. Perché la gente capisce tutto, sempre: quando vuoi migliorare loro ti premiano; quando vuoi migliorare te stesso ti castigano. E ora c’è chi gli chiede pure di dimettersi. Non so se accadrà, ma non mi stupirei.
3. Victoire: la vittoria secondo Decaro
Passiamo a Decaro, che ha vinto e bene, ma non senza teatro. Per accettare la candidatura aveva chiesto due cose semplici e tremende: niente Vendola e niente Emiliano tra i candidati. Con Vendola non gli è andata liscia, ma poi le urne hanno fatto il lavoro sporco, tagliando fuori AVS. Con Emiliano invece ha trionfato senza colpo ferire: niente candidatura per lui, e parecchi dei suoi uomini rimasti a guardare il ballo da dietro la porta. Decaro si è preso la Puglia con calma, con fermezza e con una lingua chiara, che non sbrodola né si avvita. E, bisogna dirlo, anche grazie al generoso regalo del centrodestra: una coalizione sempre sul punto di esistere davvero e poi sempre sciolta come neve al sole. Alla fine un nome qualsiasi, poco spendibile, nato da compromessi interni e lanciato in campagna elettorale senza nemmeno il tempo di scaldarsi la voce.
4. Smarrimento
La destra pugliese sembra un vecchio navigatore che ha perso la bussola, ma continua ostinatamente a consultare una mappa che non corrisponde più al territorio. Eppure, sotto le ceneri, qualche brace ancora arde: giovani capaci, puliti, desiderosi di fare. A loro bisognerebbe affidarsi. Perché la Puglia, che è terra difficile ma generosa, non si conquista con improvvisazioni o scorciatoie. Si conquista con visione, pazienza, e un po’ di quella verità che la politica, oggi, pare aver dimenticato in fondo a un cassetto.
Buon lavoro a chi ha vinto e a chi dovrà governare. Che la politica ritrovi finalmente la strada giusta: quella che non serve a scalare carriere, ma a migliorare davvero la vita delle persone.

