“Le emozioni che abbiamo vissuto ” — Walter Veltroni al Teatro Nuovo di Martina Franca
Ci sono spettacoli che non si limitano a raccontare un’epoca, ma la restituiscono nella luce calda di una lampada da salotto, nel silenzio sospeso di una stanza in cui il tempo si è fermato. Il 4 dicembre 2025, al Teatro Nuovo di Martina Franca — sotto la direzione artistica di Rosanna Pantone — quella luce si accende appena si alza il sipario: un televisore antico con il centrino delle nonne, una gondola poggiata sopra come un amuleto d’altri tempi, una poltrona che sembra aver custodito confidenze e ritorni. È lì che Walter Veltroni apre la porta della memoria e ci invita ad accomodarci.
“Le emozioni che abbiamo vissuto ” non è solo uno spettacolo: è un lento attraversare le stanze del passato, un viaggio che si muove tra ricordi privati e scarti improvvisi della Storia, accompagnato dal pianoforte di Gabriele Rossi, ventiquattrenne che suona come se avesse vissuto ogni nota di quel decennio pur essendone figlio lontano. Le sue mani scorrono sui tasti e ricompongono un’Italia che cresceva, si rialzava, si illudeva, si feriva.
Veltroni entra in scena in abito blu e camicia azzurra, colori che sembrano fatti apposta per portare con sé le fotografie sbiadite di un Paese lontano. Racconta di suo padre, Vittorio Veltroni, radiocronista Eiar e dirigente Rai, un’ombra amata eppure sfuggente, perduta troppo presto. Racconta del nonno materno, Ciril Kotnik, ambasciatore della Jugoslavia presso la Santa Sede, morto dopo la prigionia in via Tasso. Ma più di tutto racconta quel gesto disarmante: stendere gli abiti del padre a terra, da bambino, e sdraiarvisi sopra per sentirsi abbracciato.
È in questi dettagli che la Storia smette di essere distante e diventa carne, voce, tremito.
Mentre il teatro ascolta, si avverte quella linea sottile che lega le vite individuali al paesaggio collettivo degli anni Sessanta: la ricostruzione delle scuole, l’Autostrada del Sole, Manzi che insegnava l’italiano dalla tv in bianco e nero, il rock che irrompeva nelle case come un vento nuovo. E poi i dolori, quelli che segnano e non si cancellano: Kennedy, King, Bob Kennedy, la bomba di piazza Fontana. Le speranze che avanzano, le illusioni che crollano.
Gabriele Rossi accompagna tutto questo con brani che sono diventati la colonna sonora di un Paese: Il cielo in una stanza, i Beatles, i Rolling Stones, Tintarella di luna, il ricordo di Tenco che punge come un ago nascosto.
Il pubblico segue, commenta, si ritrova in un “me lo ricordo” sussurrato o in una risata quando appare il mangiadischi, l’Allegro chirurgo, il telefono duplex. È la nostalgia, ma quella buona: non un rifugio, piuttosto un ponte.
Veltroni osserva il presente con la stessa dolce fermezza con cui sfoglia il passato. Parla della solitudine che ci attraversa, dei telefonini che illuminano e inghiottono, delle connessioni che spesso non connettono. Lo fa senza moralismi, con quel tono pacato di chi ha visto abbastanza da sapere che ogni epoca ha le sue spine e i suoi fiori.
Il racconto scorre leggero, senza mai cadere nella retorica del “si stava meglio quando si stava peggio”. Anzi, è un invito a guardare avanti, a riconoscere che nella storia dell’Italia — e in quella di ciascuno di noi — dopo ogni tunnel c’è sempre un varco di luce. Basta avere il coraggio di attraversarlo.
Quando le luci si spengono, resta nell’aria un sentimento difficile da nominare: forse gratitudine, forse malinconia, forse la semplice certezza che certe storie non passano mai davvero. Si trasformano, cambiano voce, ma continuano a bussare, chiedendo di essere ricordate.
E allora viene spontaneo pensare che, sì, anche per questi nostri anni inquieti ci sarà una nuova luce.
E che, nel frattempo, spettacoli come questo ci insegnano a non smettere di cercarla.

