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La bellezza che resiste: conversazione con Stefania Romito sul suo Boccaccio

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di Oreste Roberto Lanza

 

Leggere tante volte appare il conforto dell’anima, a volte una consolazione, tante altre uno stimolo andare oltre, moltissime volte leggere un buon libro rafforza la visione come qualcuno dice la tendenza più fatale di noi stessi. Ma leggere significa anche intraprendere un viaggio non solo nel presente verso il futuro ma soprattutto nel passato per raccogliere spunti e argomenti perduti nel perdurare del cammino verso qualcosa che più non si sa perché non si avverte.  Il libro della scrittrice Stefania Romito da titolo Boccaccio – Viaggio nella VI giornata del Decameron, edito da Passerino Editore, guida il lettore dentro la VI giornata dell’opera boccaccesca con una voce appassionata e penetrante, restituendoci un Boccaccio sorprendentemente vivo, umano e attuale. Un libro non solo come strumento di rivisitazione su un periodo e un personaggio, ma come esperienza guardando l’attualità. Un libro diverso dal solito, leggero, in un alcune pagine accattivante che incuriosisce riportando indietro l’attenzione verso un mondo dove il senso dell’essenziale era più forte. Abbiamo chiesto alla scrittrice di fornisci qualche altro approfondimento chiarendo anche l’obiettivo della sua nuova iniziativa letteraria.

Perché di queste pagine? Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere un Boccaccio pare diverso dal solito?

La scintilla è nata dalla percezione che il Decameron, soprattutto nella sua VI giornata, custodisce una modernità quasi abbagliante. Ho sentito il bisogno di riportare alla luce un Boccaccio che non fosse solo il brillante umanista che tutti conosciamo, ma un autore capace di parlare al nostro tempo con sorprendente lucidità. In quelle pagine ho visto un mondo che rinasce attraverso la parola, un mondo che si oppone al disordine e alla paura elevando l’intelligenza, l’ironia, la libertà narrativa. Ho desiderato restituire un Boccaccio “diverso” perché, in verità, è proprio così che appare quando lo si ascolta con attenzione: un rivoluzionario gentile capace di liberare la narrazione dalle costrizioni morali e religiose per farne un luogo di bellezza, consapevolezza e resistenza umana. Questo libro nasce dal desiderio di far emergere quella voce, che considero ancora oggi decisiva.

Un libro con temi importanti nel nostro secolo liquido: di libertà, di desiderio, di arguzia che abbatte la paura e ride del potere. Pensa che da qui si possa ripartire per creare un paese normale oserei dire essenziale?

Credo che sì, si possa ripartire proprio da qui. Boccaccio ci mostra che il riso, l’arguzia, il desiderio non sono evasione ma strumenti di conoscenza e di liberazione. Le sue novelle deridono le ipocrisie, contestano le ingiustizie, rivendicano il diritto agli appetiti naturali, a una vita piena e autentica. Nel mio lavoro ho cercato di mettere in luce come la parola boccaccesca sia sempre un atto di vita, una scelta etica che contrasta la paura, la violenza, la confusione. Un paese “normale” — cioè umano, equilibrato, capace di guardarsi senza menzogne — può nascere solo da un uso consapevole dell’intelligenza critica, della leggerezza che scava in profondità, dell’arte di raccontare che restituisce dignità alle persone. La letteratura non governa, ma rigenera. E senza questa rigenerazione interiore nessuna società può dirsi davvero sana.

Riscoprire la forza della parola, forse anche del pensiero giusto con cui dieci giovani, per sfuggire all’epidemia, si rifugiano in campagna e decidono di trascorrere il tempo raccontandosi una novella a testa al giorno.  L’idea di ritornare ad un nuovo umanesimo e all’uso della ragione quella che con l’illuminismo aveva trasformato l’uomo da persona minoritaria a protagonista degli eventi. Può essere questo scenario vero da realizzare?

Credo che sia non solo possibile, ma necessario. La brigata del Decameron, rifugiandosi in campagna, compie un gesto che considero straordinario: crea un mondo nuovo attraverso la parola. In mezzo al caos della peste, quei giovani ricostruiscono un ordine fatto di misura, pensiero, narrazione, relazione.  Nelle mie pagine ho voluto evidenziare come Boccaccio celebri la potenza dell’intelligenza umana e della parola ben pronunciata: il motto, la battuta, la storia diventano strumenti di salvezza e di civiltà. Un nuovo umanesimo può nascere solo così: non dall’alto, ma dal gesto quotidiano di chi sceglie di pensare, di dialogare, di narrare. Di chi crede che la ragione sia ancora una bussola valida, e che la parola possa restituire senso anche nelle stagioni più buie.  È questo, in fondo, il messaggio che ho sentito più urgente nel mio viaggio attraverso la VI giornata.

Un libro che guarda in particolare dedicata agli amori infelici in cui Boccaccio difende la scelta di dedicarsi all’amore e alle donne. La donna strumento di amore. Ma l’amore cos’è per Lei?

La VI giornata mi ha sempre profondamente toccata. È il luogo in cui Boccaccio difende le pulsioni naturali, riconoscendo nelle donne non un oggetto, ma un impulso vitale, una forza che muove la storia e la trasforma. Nelle figure femminili che chiamo “le silenziose” ho visto eroismo, dolore, volontà, pudore. Tutto ciò che rende l’amore una forza tragica e meravigliosa allo stesso tempo. Per me, l’amore è l’energia che rende sopportabile la nostra fragilità. È un atto di apertura, un’espansione che ci mette a rischio e proprio per questo ci umanizza. È una corrente che abbatte le gerarchie, che attraversa il mondo senza chiedere permesso, che ci ricorda che siamo vivi perché sappiamo rivolgerci all’altro. L’amore è il luogo dove convivono coraggio e ferita, luce e abituale mistero. E credo che sia proprio questa la sua grandezza: non ci salva dalla vita, ma ci insegna a viverla”. Un libro da leggere tutto d’un fiato perché alla fine ci insegna come viverla questa vita diventata senza passioni ed emozioni.


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista pubblicista e scrittrice.

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