Se togliessimo all’uomo il fallimento e la morte
Saremmo immobili.
Non nel corpo, forse, ma nell’anima.
Senza la possibilità di fallire, ogni gesto perderebbe peso. Il successo non sarebbe più una conquista, ma una semplice esecuzione. Il rischio — che è sempre una forma di verità — verrebbe meno, e con esso il coraggio. Non esisterebbe più la scelta, ma solo la traiettoria obbligata di ciò che “deve” riuscire. L’etica diventerebbe superflua, perché nasce solo dove si può sbagliare.
E senza la possibilità di morire, il tempo cesserebbe di essere tempo. Diventerebbe una distesa indistinta, priva di urgenza. L’amore stesso si sfilaccerebbe: amiamo perché sappiamo che possiamo perdere, perché ogni abbraccio è esposto alla finitudine. La cura nasce lì, non altrove.
Il fallimento ci umanizza perché ci mette in ginocchio davanti al limite. La morte ci rende vivi perché trasforma ogni istante in un evento irripetibile. Senza entrambe, saremmo entità funzionali, forse efficienti, ma non più narrabili. Nessuna storia avrebbe inizio, svolgimento o senso.
Saremmo eterni, sì.
Ma non esistenti.
Perché esistere non è durare:
è tremare davanti alla possibilità di perdersi —
e scegliere comunque di esserci.
Egidio Francesco Cipriano
Foto Egidio Francesco Cipriano

