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TRUMP E LA MORALITÀ: UNA SPIEGAZIONE “ALLA BELLAVISTA”

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«Non ho bisogno del diritto internazionale, mi limita la mia moralità».

Questa espressione l’ha pronunciata il Presidente americano Donald Trump e, come c’era da aspettarsi, ha sollevato numerose critiche e condanne, perché di fatto si è voluto erigere a persona più pura e più obiettiva, che non ha bisogno delle “quattro” leggi scritte che regolano i rapporti tra gli Stati.

A quel punto mi sono chiesto: ma che cos’è la moralità per Trump?

Non che io sia uno spirito puro e pio che può giudicare una persona — né tantomeno sono un cittadino americano che ha votato per uno o per l’altro candidato — però questa frase mi ha lasciato addosso una certa inquietudine. Ci ho pensato a lungo, senza riuscire a trovare una risposta chiara.

Poi mi sono tornate in mente le ore — allora interminabili, ma poi tutto quello che si studia serve sempre — di filosofia al liceo.

Aristotele, Platone, Socrate, Diogene, gli Stoici, i Sofisti, Hobbes e Locke, Schopenhauer, Nietzsche, Freud, solo per citarne qualcuno, sono venuti in mio aiuto per provare a capire che cosa sia davvero la moralità. E prendendo spunto dalla mia passione cinematografica, ho deciso di scrivere questo pezzo immedesimandomi in Gennaro Bellavista, alias Luciano De Crescenzo, nel celeberrimo film Così parlò Bellavista.

Chi non lo conosce dovrebbe andarselo a vedere subito: il film racconta del professore in pensione Bellavista che riunisce intorno a un tavolo i suoi amici e prova a spiegare la filosofia con esempi semplici, come la famosa distinzione tra milanesi e napoletani: i primi “uomini di libertà”, i secondi “uomini d’amore”.

Ma torniamo al punto: Trump e la moralità.

Partiamo dal padre della filosofia, Socrate. Per lui la morale nasce dalla ricerca della verità, e per essere giusti bisogna esaminare se stessi, anche accettando, a volte, di subire un’ingiustizia.

Platone riteneva che il politico ideale fosse un filosofo, perché doveva essere guida morale e anteporre il bene oggettivo agli interessi personali.

Aristotele predicava invece che la morale stesse nei gesti quotidiani, guidata dalle virtù e dalla felicità, cioè da pochi eccessi e da una vita equilibrata.

Scorrendo velocemente la storia della filosofia arriviamo a Hobbes e Locke, i pilastri della filosofia politica.

Hobbes pensa che la moralità sia un vincolo necessario per evitare il “tutti contro tutti” e che serva un’autorità forte per mantenere la pace ed evitare il caos.

Per Locke, sopra lo Stato ci sono i diritti naturali — vita, libertà, proprietà — e la morale consiste nel rispettarli; il compito dello Stato è proteggerli. Anche Hegel riteneva che le istituzioni fossero giuste quando realizzano la morale, che non può essere solo individuale ma si compie dentro uno Stato etico.

Poi arriva Nietzsche, che parla di una morale che deve evolversi, creare nuovi valori, più vitali e creativi, capaci di dare forza spirituale, culturale e artistica.

E allora la domanda diventa: la moralità di Trump, quella che secondo lui può sostituire il diritto internazionale, è leale, seria ed etica?

Nel film, De Crescenzo spiega la differenza tra bene e male usando il punto interrogativo e il punto esclamativo, e già questo basterebbe a farci riflettere. Ma poi entra ancora più a fondo parlando di stoici ed epicurei. E parafrasando Bellavista, possiamo dire che Trump ama una cosa sola: vincere. Per lui il bene è ciò che lo fa apparire forte, ricco, rispettato. Non è disposto a soffrire per un ideale, ma è disposto a lottare per non perdere.

Allora Trump che cos’è? A chi si ispira? Forse a nessuno.

Trump non è stoico, non è epicureo. Trump è trumpiano: non vuole soffrire per un ideale, non vuole accontentarsi di poco, vuole tutto e lo vuole subito, e soprattutto vuole che tutti lo sappiano.


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Massimiliano Bruno Cinque

scrivo di enogastronomia e fumo lento. Appassionato di sport e politica

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