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“Squilla il telefono”: al Teatro Nuovo risate e trasformismo con Vincenzo De Lucia

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Al Teatro Nuovo di Martina Franca, sabato 7 febbraio, basta una suoneria a rompere il brusio della sala.
Squilla un telefono. Le luci si abbassano. E da lì comincia il gioco.

Va in scena “Squilla il telefono”, lo spettacolo di Vincenzo De Lucia, inserito nella stagione curata dalla direzione artistica di Rosanna Pantone.

Anche questa volta la risposta è stata quella delle serate migliori: un pubblico partecipe, attento, con le risate che arrivano spontanee, spesso ancora prima che la battuta si chiuda del tutto.

Quello di De Lucia è un teatro fatto di ritmo, trasformismo e osservazione. Lavora sui tempi comici, sulle pause, sui respiri. Cura il dettaglio, la sfumatura, quella piccola esagerazione che fa scattare la risata perché somiglia fin troppo alla realtà. Basta una postura diversa, una cadenza della voce, un gesto appena accennato, e il personaggio è già lì, vivo, immediatamente riconoscibile.

Così, uno dopo l’altro, sfilano i volti noti del suo repertorio, le sue “amiche” di sempre.
L’eleganza un po’ malinconica di Ornella Vanoni, restituita con delicatezza più che con caricatura. La calma imperturbabile di Maria De Filippi, versione C’è posta per te, tra pause studiate e frecciate sottili. L’irruenza schietta di Mara Maionchi, eterna talent scout senza filtri. E poi il calore familiare di Mara Venier, padrona di casa accogliente e travolgente allo stesso tempo.
Non manca Barbara D’Urso, portata in scena con quell’enfasi affettuosa e quel cuore sempre “aperto” che il pubblico riconosce immediatamente.

Lo spettacolo scorre veloce, alternando sketch, momenti musicali e continue incursioni tra le poltrone. A più riprese De Lucia scende dal palco, accorcia le distanze, parla direttamente con gli spettatori. Il confine tra scena e platea si assottiglia fino quasi a sparire, e la sala diventa parte integrante dello spettacolo.

Più di un’ora di comicità che scorre senza pause, sorretta da un equilibrio semplice ma efficace: leggerezza e precisione. Si ride molto, spesso di gusto, ma senza mai scivolare nella cattiveria. C’è piuttosto uno sguardo affettuoso sul nostro immaginario televisivo, su quei volti che entrano ogni giorno nelle case e che, filtrati dall’ironia, finiscono per diventare piccoli specchi delle nostre abitudini.

Serate come questa raccontano bene la direzione intrapresa dal Teatro Nuovo: spettacoli capaci di parlare a pubblici diversi e di creare un rapporto vivo con la sala.

E, a giudicare dalle risate di ieri sera, al telefono di De Lucia Martina Franca ha risposto forte e chiaro.


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Davide Sette

Musicologo e musicistaC’è sempre stata musica dentro di me, prima ancora che potessi darle un nome. Un vento sottile che attraversa la vita, che fa ridere, piangere, ballare o restare fermi senza sapere perché.Scrivere significa inseguire quell’eco, afferrarla prima che svanisca, lasciarsi attraversare e restituirla con parole che abbiano peso, calore e vita; nel tentativo di prenderla per mano e farla arrivare agli altri, trasformando l’ascolto in esperienza condivisa.Dentro di noi c’è sempre un violino, e spesso l’archetto sembra perduto. Lo cerchiamo nei libri, nell’incendio di un tramonto, negli occhi di chi ci attraversa la vita, ma ogni volta scivola dalle mani come un filo d’erba o un sogno. La scrittura nasce dalla stessa ricerca: è il tentativo di far risuonare ciò che altrimenti resterebbe silenzioso, e ogni foglio bianco che ascolta diventa lo spazio dove le storie che portiamo nel petto possono finalmente vibrare.Scrivere, come suonare, è continuare a cercare, a dare forma al vento che muove il cuore e il mondo.

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