Epstein: Il potere, il corpo e il segreto. Quando il cinema smette di essere finzione
Ci sono film che, col passare degli anni, smettono di apparire come opere di finzione e iniziano ad assomigliare a chiavi di lettura del presente. Non perché anticipino gli eventi, ma perché osservano l’essere umano là dove preferisce non guardarsi: nel rapporto tra potere, desiderio e dominio. È il caso di Salò o le 120 giornate di Sodoma, girato da Pier Paolo Pasolini nel 1975, e di Eyes Wide Shut, ultimo lavoro di Stanley Kubrick. Due film lontanissimi per stile, epoca e linguaggio, ma uniti da un’ossessione comune: guardare dentro il cuore del potere quando nessuno vuole farlo davvero.
Salò: quando il potere diventa pornografia del dominio
Pasolini prende uno dei testi più estremi della storia della letteratura, Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade, scritto nel Settecento, e lo trapianta nella Repubblica di Salò, negli ultimi mesi del fascismo. Non è una semplice operazione provocatoria. È un gesto politico e antropologico. In Salò il potere non è ideologia: è possesso del corpo altrui. I giovani prigionieri non sono individui, ma materia prima. Il sesso non è desiderio, ma rituale di umiliazione. La violenza non è impulsiva, ma organizzata, amministrata, regolamentata. È qui che Pasolini colpisce più a fondo: quando il potere è totale, non ha bisogno di giustificarsi, e il corpo diventa merce, gioco, strumento di dominio. Il film scandalizza perché non offre vie di fuga morali. Non c’è redenzione, non c’è catarsi. Lo spettatore è costretto a restare dentro l’ingranaggio. È questo che rende Salò ancora oggi insopportabile e, proprio per questo, necessario.
Eyes Wide Shut: l’élite, il rito e ciò che non deve essere detto
Ventiquattro anni dopo, Eyes Wide Shut esplora lo stesso territorio da un’altra angolazione. Non più il potere che si esibisce nella sua brutalità, ma il potere che si nasconde, che agisce in stanze chiuse, dietro maschere, attraverso rituali. Kubrick non mostra mai apertamente “chi comanda”. Suggerisce. Allude. Costruisce un mondo in cui il protagonista — un uomo ricco, colto, apparentemente al sicuro — scopre di essere comunque escluso. C’è sempre un livello superiore, una cerchia più ristretta, un luogo a cui non si accede davvero. Il sesso, anche qui, non è piacere: è moneta di scambio, linguaggio di appartenenza, segno di potere. Le donne sono intercambiabili, sacrificabili. Gli uomini potenti sono protetti. Chi sbaglia paga. Chi guarda troppo viene avvertito. Kubrick non spiega perché non vuole rassicurare. Lo spettatore intuisce, e quell’intuizione è più inquietante di qualsiasi rivelazione esplicita.
Il caso Epstein: quando il cinema smette di sembrare metafora
Negli ultimi anni, e con particolare intensità dopo il 2019, il caso Jeffrey Epstein ha riportato al centro del dibattito pubblico una domanda scomoda: quanto è reale ciò che il cinema ha raccontato per decenni sotto forma di allegoria?
Epstein, finanziere con una rete vastissima di relazioni politiche, economiche e culturali, viene arrestato nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Muore in carcere poche settimane dopo, in circostanze che, pur archiviate come suicidio, continuano a sollevare interrogativi. La sua collaboratrice più stretta, Ghislaine Maxwell, viene invece processata e condannata nel 2021 per il ruolo svolto nel reclutamento e nell’abuso delle vittime.
I fatti documentati parlano chiaro:
– decine di testimonianze coerenti nel tempo;
– proprietà private utilizzate come luoghi di abuso;
– un sistema di reclutamento che sfruttava vulnerabilità sociali ed economiche;
– una lunga protezione istituzionale e giudiziaria, che ha permesso a Epstein di continuare per anni.
Negli anni successivi, la desecretazione parziale di documenti giudiziari e deposizioni civili ha mostrato un dato cruciale: Epstein non era un isolato, ma un nodo all’interno di una rete di relazioni di alto livello. La presenza di nomi noti non equivale automaticamente a responsabilità penali, ma solleva una questione fondamentale: quanto potere serve per non essere visti, o per essere visti e non toccati?
Il filo rosso: potere, corpo, impunità
Qui il cinema torna a parlare con forza. Salò e Eyes Wide Shut non raccontano “mostri”. Raccontano sistemi. Raccontano il modo in cui il potere tende a riprodurre se stesso attraverso il controllo del corpo, del desiderio, del silenzio. Il caso Epstein non dimostra che Pasolini o Kubrick “avevano previsto tutto”. Dimostra qualcosa di più inquietante: che certi meccanismi non sono mai cambiati. Cambiano le forme, i linguaggi, le estetiche. Non cambia la struttura profonda: chi detiene potere reale può permettersi ciò che ad altri è proibito. E spesso lo fa lontano dagli sguardi, protetto da denaro, relazioni e complicità.
Pasolini, Kubrick e il prezzo dello sguardo
Pasolini viene ucciso pochi mesi dopo aver terminato Salò. Kubrick muore poco dopo aver consegnato Eyes Wide Shut. Sarebbe facile scivolare nella mitologia. Ma il dato simbolico resta potente: entrambi hanno chiuso la loro opera interrogando il potere senza sconti. Forse è questo il punto più scomodo. Il potere non ama essere raccontato per ciò che è. Preferisce la narrazione rassicurante, la superficie morale, la separazione netta tra “noi” e “loro”. Il grande cinema, quello che non consola ma disturba, fa l’opposto: mostra la continuità tra desiderio umano e abuso, tra normalità e orrore.
Il potere passa di mano, si rinnova, si ripulisce. I vizi no.
E il cinema che non cerca applausi, ma consapevolezza, continua ostinatamente a ricordarcelo.
Egidio Francesco Cipriano
Immagine AI

