Grottaglie dopo l’accoltellamento: tra tavoli istituzionali, fragilità ignorate e una comunicazione che spesso fa più danni che informazione
Le istituzioni convocano un tavolo di confronto, ma tra fragilità ignorate, bullismo sottovalutato e informazione distorta sui social, emerge l’urgenza di una prevenzione reale e di un giornalismo capace di raccontare senza spettacolarizzare
L’accoltellamento avvenuto durante la festa patronale di San Ciro ha scosso Grottaglie (Ta) e riaperto una ferita che la comunità non può più permettersi di ignorare. Un episodio grave, che coinvolge ragazzi giovanissimi, e che ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema del disagio adolescenziale, della prevenzione e della responsabilità educativa degli adulti.
L’assessora ai Servizi Sociali, Ida De Carolis, ha scelto di reagire convocando un tavolo con tutte le realtà che quotidianamente lavorano con minori e famiglie: Servizi Sociali, Consultorio Familiare, Centro di Salute Mentale, SERD, Psicologia
di Base, Centro Servizi per le Famiglie, scuole, parrocchie, associazioni sportive ed educative. Presenti anche il sindaco Ciro D’Alò, il vicesindaco Vincenzo Quaranta, il presidente del Consiglio Aurelio Marangella e diversi consiglieri comunali.
Un incontro partecipato, che ha messo sul tavolo parole importanti: rabbia, fragilità emotive, solitudine dei genitori, uso distorto dei social, difficoltà relazionali, prevenzione, ascolto, cura. Sono emerse proposte concrete: potenziare gli sportelli scolastici, costruire percorsi condivisi tra servizi, formare genitori ed educatori, mettere in rete ciò che già esiste ma spesso lavora in modo frammentato.
Un passo avanti, certamente. Ma non basta dirsi soddisfatti.
La sensazione diffusa è che ancora una volta si stiano chiudendo i recinti quando i buoi sono già scappati. Ogni volta che accade un fatto grave, si riattiva il rituale dei tavoli istituzionali, delle foto di gruppo, delle dichiarazioni di responsabilità collettiva. Ma la domanda resta: e dopo?
Perché il problema non è solo il ragazzo che compie un atto violento. Il problema è tutto ciò che accade prima, quando i segnali ci sono ma non vengono colti, quando le fragilità si trasformano in ferite profonde, quando la scuola, la famiglia, i servizi non riescono a fare rete.
Proprio ieri, una madre mi ha raccontato una storia che pesa come un macigno. Suo figlio, ventenne, brillante, diplomato con il massimo dei voti, oggi vive una depressione severa. Una sofferenza nata da anni di bullismo ignorato, durante gli anni di scuola media superiore, minimizzato, lasciato crescere nell’indifferenza. Secondo il racconto della madre, un’insegnante avrebbe addirittura peggiorato la situazione, sottovalutando episodi che avrebbero richiesto interventi immediati.
Quel ragazzo ha tentato di togliersi la vita. Ora è seguito, curato, sorvegliato h24 dai genitori, che vivono nell’angoscia di un possibile nuovo gesto estremo.
E la scuola? Nulla. Nessuna presa in carico, nessuna responsabilità riconosciuta, nessun percorso di riparazione.
Questa storia non è un’eccezione. È il sintomo di un sistema che spesso vede ma non interviene, che parla di prevenzione ma non la pratica, che si mobilita solo quando la cronaca impone di farlo.
A complicare ulteriormente un quadro già fragile c’è un altro fenomeno: la deriva informativa sui social, dove proliferano figure che si affannano a fare informazione senza averne titolo e capacità, quindi non giornalisti.
Persone che:
- pubblicano notizie incomplete, distorte o del tutto errate
- inseguono like e visualizzazioni
- alimentano morbosità con dettagli inutili e spesso fantasiosi
- trasformano episodi drammatici in contenuti da consumo rapido
- espongono minori e famiglie a una gogna mediatica senza alcuna tutela
Il problema non è solo etico. È pericoloso.
Perché quando si raccontano episodi di violenza giovanile, atti incendiari, aggressioni, violenze sessuali o femminicidi con toni sensazionalistici, si rischia di creare effetto emulazione. Si rischia di trasformare il carnefice in un personaggio, in un “protagonista” che — nel bene o nel male — “fa parlare di sé”.
E come recita un vecchio adagio: bene o male, purché se ne parli.
Un messaggio devastante per menti fragili, per adolescenti in cerca di identità, per chi vive ai margini e vede nella notorietà — anche negativa — una forma di riscatto.
Il dovere della responsabilità: il mestiere del giornalista non è un gioco
Un giornalismo sano e corretto si fonda su esperienza, professionalità e soprattutto cautela. Quella cautela che una volta maestri attenti e capaci insegnavano, la prima regola era che quando si scrive di cronaca giudiziaria, di minori, di violenza, di fragilità psicologiche si va con i piedi di piombo, ovvero con grande cautela e sensibilità.
Perché dare una notizia non significa “buttarla fuori”. Significa saperla gestire, comprenderne il peso, valutarne le conseguenze.
E questo non lo si improvvisa.
Tra speranza e disillusione: cosa serve davvero
Il tavolo convocato dall’assessora De Carolis è un segnale importante. Ma sarà credibile solo se saprà trasformare le parole in fatti, le intenzioni in azioni, la retorica in responsabilità.
Perché la prevenzione non si fa con i comunicati. Si fa prima, quando un ragazzo inizia a isolarsi, quando una classe diventa ostile, quando un genitore chiede aiuto, oppure un genitore che difende troppo un figlio e non approfondisce il perché del disagio del figlio, quando un insegnante non sa come gestire un conflitto.
E si fa anche con un’informazione seria, responsabile, professionale, capace di raccontare senza ferire, di denunciare senza spettacolarizzare, di informare senza alimentare mostri.
Perché dietro ogni episodio di violenza c’è quasi sempre una storia che nessuno ha voluto ascoltare in tempo. E dietro ogni notizia mal raccontata c’è un danno che non si vede, ma che pesa.

