A Cosenza, Montale incontra la vita: il mare, il male di vivere e la prova della Concordia

C’è stato un momento, alla Libreria Mondadori di Cosenza, in cui la distanza tra poesia e vita reale si è annullata. Non per un artificio retorico, ma per una necessità profonda: quella di mettere in dialogo il patrimonio letterario del Novecento con le ferite ancora aperte del nostro presente.
È in questo spazio fragile e necessario che si è svolto l’incontro dedicato a Eugenio Montale. Tra poesia e testimonianza, terza tappa del tour montaliano relativo al Progetto Scientifico Internazionale “Montale Ossi di seppia Centenario” ideato e curato dalla giornalista e scrittrice Stefania Romito, presidente dell’Associazione culturale Ophelia’s friends Cultural Project, ente proponente del Progetto insieme all’Associazione culturale “Verso un Nuovo Rinascimento APS” di Milano.
L’obiettivo dichiarato della giornata era duplice e ambizioso: da un lato rileggere il valore fondativo dell’opera montaliana attraverso il volume collettaneo Eugenio Montale. Tra il mal di vivere e il mare (Collana Nuovo Rinascimento Milano – Passerino Editore), dall’altro mettere quella riflessione in relazione con una testimonianza contemporanea di trauma e sopravvivenza, la vicenda della Costa Concordia, raccontata dall’interno da Benedetto Minuto nel libro La Concordia. Tredici anni per raggiungere la riva (Pace Edizioni). Un accostamento non casuale, ma fortemente voluto, che ha trovato nel mare e nel “male di vivere” il suo punto di contatto più autentico.

A guidare e animare l’incontro è stata Stefania Romito. Nel suo intervento, Romito ha restituito con chiarezza il contesto storico e culturale in cui nasce Ossi di seppia: il 1925, l’Italia del regime fascista, la scelta non neutra di pubblicare con l’editore antifascista Piero Gobetti. Una poesia che nasce già come gesto di libertà, come rifiuto della retorica e dell’enfasi vitalistica del tempo. Romito ha insistito su alcuni nodi centrali della poetica montaliana: il male di vivere come condizione esistenziale e conoscitiva; la capacità di trasformare oggetti umili e quotidiani in simboli universali; l’osso di seppia come emblema di una poesia spoglia, essenziale, antimusicale. Un linguaggio duro, frammentato, che dialoga con il modernismo europeo di Eliot e Pound e che restituisce il disincanto dell’uomo moderno senza offrire consolazioni facili. Il volume collettaneo, ha spiegato la curatrice, raccoglie contributi di critici, saggisti, artisti e giornalisti proprio per mostrare quanto Montale continui a parlarci oggi, nel nostro rapporto irrisolto con la storia, la natura, il limite.
Se Montale ha dato parola al disagio del vivere attraverso la poesia, Benedetto Minuto ha portato in libreria la voce di chi quel disagio lo ha attraversato nella sua forma più estrema. Commissario di bordo della Costa Concordia, Minuto ha raccontato la genesi del suo libro come parte di un lungo percorso di elaborazione del trauma. Dopo una prima scrittura d’impulso, necessaria per sopravvivere all’impatto immediato della tragedia, il nuovo volume nasce dalla volontà di tornare su quella notte con maggiore consapevolezza. Il suo racconto ha ripercorso le ore decisive del naufragio: le manovre anomale percepite dalle cucine, il blackout improvviso, lo sbandamento progressivo della nave. Minuto ha sottolineato il ruolo fondamentale della preparazione dell’equipaggio nelle procedure di emergenza, ma anche le gravi mancanze a livello di comando, culminate nell’abbandono della nave prima del completamento delle operazioni di salvataggio. La scelta di calarsi in acqua, in condizioni proibitive, è stata raccontata senza enfasi eroica, ma come atto di necessità, segnato dal freddo, dalla paura e dalla ridotta possibilità di sopravvivenza. Accanto alla cronaca, Minuto ha condiviso il “dopo”: la depressione, il senso di colpa del sopravvissuto, il lento lavoro quotidiano per uscire da quello che ha definito un “tunnel nero”. Due elementi sono emersi con forza come determinanti: il ritorno al lavoro, già dopo due mesi, per non lasciare che la paura diventasse una prigione; e il sostegno della famiglia, vera ancora di salvezza. La sua testimonianza si è imposta come documento umano e civile, capace di parlare non solo di un evento storico, ma dei meccanismi profondi del trauma e della resilienza.
I contributi critici e poetici hanno aperto prospettive molteplici e profondamente dialoganti, arricchendo il confronto tra poesia, storia e testimonianza. Di particolare rilievo è stato l’intervento del prof. Walter Rossi, che ha offerto una lettura puntuale e affascinante del legame tra Eugenio Montale e il Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze, luogo centrale della vita intellettuale italiana del Novecento. Rossi ha ricostruito il ruolo del Vieusseux come spazio di confronto europeo, di apertura culturale e di resistenza morale, sottolineando come l’esperienza fiorentina abbia contribuito in modo decisivo alla formazione della coscienza critica di Montale. In questo contesto, la poesia montaliana è emersa non solo come espressione individuale del disagio esistenziale, ma come risposta etica e storica a un tempo segnato dalla crisi, dalla guerra e dalla perdita di certezze, in dialogo ideale con altre voci del Novecento e con la memoria dei conflitti.
Accanto alla riflessione critica, il contributo poetico e artistico di Antonella Monaco (danzatrice, poetessa e scrittrice) ha rappresentato uno dei momenti più intensi e coinvolgenti dell’incontro. Interprete e artista di grande sensibilità, Monaco ha offerto letture di alto spessore lirico e umano, capaci di tradurre in parola viva le tensioni emerse nel dibattito. Le sue poesie e interpretazioni hanno restituito immagini di mare, di scoglio, di freddo e di attesa, non come semplici metafore letterarie, ma come esperienze emotive condivise, capaci di toccare direttamente il pubblico. La sua voce ha creato un ponte immediato e profondo con la testimonianza di Benedetto Minuto, facendo risuonare nella dimensione poetica lo stesso dolore, la stessa fatica del vivere e, insieme, la possibilità di una fragile resistenza.
Un contributo di particolare finezza critica è stato offerto anche da Pino Sassano, tra i saggisti del volume collettaneo e gestore della Libreria Mondadori di Cosenza. Nel suo intervento, Sassano ha posto l’accento sulla funzione più profonda della poesia, intesa non come esercizio formale o ornamento del linguaggio, ma come strumento di interpretazione di quelle zone dell’esperienza umana che si manifestano attraverso i sensi e le emozioni, ma che faticano a trovare una formulazione verbale compiuta. Con acume e sensibilità, ha evidenziato come la poesia — e in particolare quella di Montale — nasca proprio da questo scarto: dal tentativo di dare voce all’indicibile, di nominare ciò che si avverte con intensità ma che sfugge alla definizione razionale. Una riflessione che ha arricchito il dialogo della serata, ribadendo il valore della parola poetica come spazio di conoscenza e di ascolto dell’umano più profondo.
Questi interventi hanno dimostrato come Montale possa ancora oggi essere letto non solo come poeta del pessimismo, ma come autore capace di aprire spazi di consapevolezza, in cui la memoria storica, la parola poetica e la testimonianza civile si intrecciano, offrendo strumenti per comprendere il trauma e attraversarlo senza rimuoverlo.
A Cosenza, poesia e vita si sono incontrate senza sovrapporsi, ma riconoscendosi. Il mare di Montale e quello della Concordia, il male di vivere e il trauma, hanno trovato per qualche ora una riva comune: quella della parola condivisa capace non di cancellare il dolore, ma di attraversarlo con consapevolezza.

