ApertamenteLa Danza dei Pensieri

Scheletri nell’armadio

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Quando la vergogna diventa biografia e la biografia diventa scelta

C’è una veranda in via Leonida, a Taranto. Polvere sospesa nell’aria d’estate, il rumore sordo dei lavori poco più in là, dove stavano costruendo la nuova chiesa della Madonna della Fiducia. Io ero poco meno che un ragazzo, con l’arroganza innocente di chi ancora non ha fatto i conti con le proprie ombre. Mio nonno leggeva ad alta voce il Don Chisciotte della Mancia. Ogni tanto si fermava, mi guardava sopra gli occhiali e spiegava. Non solo il testo. La vita.

«Ricòrdati», mi disse a un certo punto, «tutti abbiamo scheletri nell’armadio».

Poi aggiunse una frase che allora non compresi del tutto:

«Io, a volte, ho dovuto usare anche quelli degli altri.»

Non era cinismo. Era realismo antico. Era la consapevolezza che il potere – piccolo o grande – si nutre di segreti. Che la reputazione è una moneta. Che la fragilità nascosta può diventare leva. Quella frase mi rimase dentro come una spina. Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato.

L’armadio chiuso e la muffa morale

Gli scheletri nell’armadio sono la metafora perfetta della vergogna. Non del senso di responsabilità – che è movimento, azione, direzione – ma della vergogna che paralizza. Il senso di responsabilità dice: hai sbagliato, ora ripara. La vergogna dice: non sei sbagliato per ciò che hai fatto; sei sbagliato tu. E allora si chiude tutto. Si sigilla. Si crea un doppio fondo. In studio, negli anni, ho visto cosa accade quando l’armadio resta chiuso troppo a lungo. La persona costruisce un’identità difensiva. Talvolta grandiosa. Talvolta moralista. Talvolta aggressiva. Il narcisismo patologico, quello vero – non quello da talk show – spesso nasce da lì: dall’impossibilità di tollerare una crepa interna. Meglio dominare che essere smascherati. Meglio usare gli scheletri altrui che esporre i propri. Il segreto diventa potere. La vulnerabilità diventa ricatto. E così si entra in una guerra fredda, sotterranea, dove nessuno vince davvero.

Spoon River e la mia scelta

Alle scuole medie lessi l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Fu uno shock silenzioso. In quel cimitero parlavano tutti. Il giudice, l’adultera, il medico, il fallito. Ognuno confessava ciò che in vita aveva nascosto. La lapide diventava il luogo della verità tardiva. Compresi allora che non volevo essere uno di quei morti costretti a dire tutto quando ormai non serviva più. Non volevo una lapide che raccontasse i miei incompiuti, le omissioni, le vigliaccherie. Non volevo eredità segrete da scoprire. Meglio la finestra aperta. Meglio appendere gli scheletri fuori, dove prendono aria e smettono di puzzare.

Gli scheletri degli altri

La frase di mio nonno tornò anni dopo, nel modo più concreto possibile. Una donna seduta davanti a me, in studio. Quarantacinque anni, insegnante, voce ferma. Mi raccontò che il marito conservava screenshot delle sue conversazioni private in una cartella del telefono. Non per gelosia, disse. Per sicurezza. «Così, se un giorno mi viene in mente di andarmene, sa come tenermi.» Non piangeva. Lo diceva come si descrive il meteo.

Quella cartella era un armadio. E gli screenshot erano gli scheletri di lei, custoditi da un altro.

Usare gli scheletri degli altri è una pratica antica quanto il mondo. È la grammatica profonda del controllo: «Se parlo, ti rovino»; «Se mi lasci, racconto tutto». Cambia il mezzo – una volta le lettere anonime, oggi una chat inoltrata, un profilo falso, l’illusione dell’anonimato digitale – ma il meccanismo resta identico: il segreto come arma. Eppure, c’è un paradosso che osservo costantemente. Quando non hai nulla da nascondere, o meglio, quando non temi che il tuo passato venga esposto, il ricatto perde potere. Non perché sei santo. Perché sei integrato – nel senso più profondo: hai guardato le tue ombre, le hai attraversate, e non governano più le tue scelte.

La finestra come atto politico

Appendere gli scheletri alla finestra non è esibizionismo. È un atto etico. Significa dire: sì, ho sbagliato. Sì, ho avuto zone d’ombra. Sì, ho avuto desideri poco nobili. Ma non li userò contro nessuno. E non permetterò che qualcuno li usi contro di me. In un’epoca in cui l’immagine è tutto, l’imperfezione dichiarata è rivoluzionaria. In un tempo che pretende coerenza assoluta e purezza ideologica, la complessità confessata è un atto di libertà.

Don Chisciotte e la dignità dell’illusione

Rileggo oggi il Don Chisciotte con occhi diversi. Don Chisciotte è un uomo che espone la propria follia al mondo. Non la nasconde. Non costruisce un doppio fondo. Vive nella sua narrazione, fino in fondo. Forse mio nonno voleva insegnarmi questo: non temere di apparire ridicolo, ma temi di essere falso. Perché il falso accumula scheletri. Il ridicolo, al massimo, accumula storie.

Nessuna eredità segreta

Ho visto troppe famiglie distrutte da verità rimandate. Figli che scoprono, dopo un funerale, doppie vite. Debiti nascosti. Amori paralleli. Rancori mai detti. L’eredità più pesante non è economica. È psicologica. Sono i segreti transgenerazionali che passano come correnti sotterranee. Il non detto diventa sintomo nei nipoti. La vergogna di uno diventa ansia dell’altro.

Forse la vera responsabilità adulta è questa: non consegnare ai figli armadi chiusi a chiave.

Tornando a quella veranda

Rivedo mio nonno. La luce obliqua del pomeriggio. Il rumore dei muratori alla chiesa della Madonna della Fiducia. Mi chiedo se sapesse che quella frase mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Oggi, se potessi, gli direi: «Hai ragione. Tutti abbiamo scheletri. Ma io li appendo alla finestra».

Non per provocazione. Per igiene morale.

Perché non voglio una lapide che parli al posto mio. Voglio che la mia storia sia già detta, già attraversata, già riconciliata. E se proprio devo lasciare qualcosa in eredità, che sia questo: non l’illusione della purezza, ma il coraggio della trasparenza.

Egidio Francesco Cipriano

https://www.amoricontroversi.it/

Foto di Paul Brennan  da Pixabay


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Egidio Francesco Cipriano

Già docente a contratto presso le Università di Teramo e di Chieti, inizia la sua attività lavorativa e di ricerca nell’ambito delle nuove tecnologie e nello sviluppo di strumenti software intelligenti, diventa Presidente della Società delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e si occupa di Cybersecurity, CyberIntelligence e CyberCrime; è autore di diversi testi, quali “Bullismo e Cyberbullismo – Comprendere per Prevenire” per Amazon, Eucip Business & System Analyst per i tipi di Hoepli e altri; ben presto realizza che l’informatica si pone spesso come una riduzione di quello che l’uomo suppone essere la struttura della sua mente. Inizia così i suoi studi negli USA e in Italia, in ambito psicologico della comunicazione, della psicogenealogia di Annè Ancelin Schützenberger e della PNL non trascurando la Psicologia Analitica di C.G. Jung e le Costellazioni Familiari secondo Bert Hellinger. Laureatosi in Psicologia oltre che in Scienze Pedagogiche consegue in seguito tre master universitari di specializzazione in “Mediazione Familiare e negoziazione del conflitto”, “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” e “Didattica avanzata”. Si specializza in psico teatro per adulti e bambini ed elabora un sistema di Mindfulness transgenerazionale. Negli anni tra la sua esperienza in New York e quella in Italia pratica e si certifica come facilitatore di Terapia Cranio Sacrale e Traumatic Incident Reduction per il trattamento del PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Si specializza nella rilevazione del Disturbo Narcisistico di Personalità e nel supporto e recovery delle persone codipendenti da narcisisti ("vittime") . Ha ricoperto il ruolo di E-learning Manager presso la ASL di Taranto progettando e gestendo percorsi formativi in ambito sanitario. E' attualmente vicepresidente dell'associazione Aps Art 21 e presiede il comitato tecnico scientifico dell'osservatorio permanente sulla disabilità (Osperdi) occupandosi anche di Assistive Technology come supporto alle persone diversamente abili.

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