APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – 8 marzo: basta inchini, serve uno scossone
L’8 marzo, ogni anno, arriva come un copione già scritto: mimose, frasi educate, celebrazioni che sembrano volerci tranquillizzare più che svegliarci. È un giorno che scorre senza attrito, come se bastasse un gesto simbolico per sentirci tutti assolti. Ma la verità non è un mazzo di fiori: è un pugno sul tavolo. E continua a chiederci perché, nonostante tutto, la violenza contro le donne non arretra.
C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui raccontiamo le donne proprio in questa giornata. Le definiamo forti, instancabili, speciali. Le mettiamo su un piedistallo che sembra un onore, ma è solo un’altra forma di controllo. Perché quando idealizzi qualcuno, lo immobilizzi. Lo rendi un simbolo, non una persona. E una persona che non può permettersi di essere fragile, stanca, imperfetta, è una persona che non è libera.
Dietro le parole gentili si nasconde un messaggio antico: la donna deve reggere tutto. Deve capire, perdonare, adattarsi. Deve essere la parte morbida del mondo, quella che assorbe gli urti e non li restituisce mai. E quando osa dire “basta”, quando rivendica spazio, desideri, limiti, allora diventa un problema. Diventa “troppo”. Diventa “da rimettere al suo posto”. È in questa crepa che si infilano il controllo, la gelosia, la pretesa. È qui che la violenza trova casa: non nei gesti estremi, ma nella cultura che li rende possibili.
La violenza non nasce all’improvviso. Nasce nelle frasi che non ci fanno più sobbalzare. Nasce nell’idea che una donna debba essere sempre disponibile, sempre comprensiva, sempre responsabile del benessere emotivo degli altri. Nasce dal pensiero, ancora radicato, che la libertà femminile sia negoziabile, che debba essere spiegata, giustificata, concessa.
E allora l’8 marzo non può essere un giorno di festa. Deve essere un giorno di verità. Un giorno in cui smettiamo di consolarci con i simboli e iniziamo a guardarci negli occhi. Un giorno in cui riconosciamo che non basta celebrare le donne: bisogna smettere di raccontarle attraverso gli stessi stereotipi che, senza volerlo, le espongono alla violenza.
E c’è un punto che va detto con chiarezza:
l’8 marzo non è, e non deve diventare, una giornata contro il maschio.
Non serve un nuovo fronte, non serve un nuovo nemico. Serve un cambio di cultura, di linguaggio, di responsabilità. Di questo — del rischio di trasformare la battaglia in contrapposizione sterile — parlerò molto presto, perché è un nodo che va affrontato senza paura e senza slogan.
Il cambiamento passa dal linguaggio. Da come parliamo dell’amore, che non è possesso. Da come parliamo della libertà, che non è un premio. Da come parliamo della fragilità, che non è un difetto ma un diritto. Da come insegniamo — ai bambini e agli adulti — che nessuno appartiene a nessuno.
L’8 marzo non deve essere un altare, ma un varco. Non un rituale, ma un cambio di sguardo. Non un giorno che ci dica quanto le donne siano forti, ma quanto sia urgente che non debbano esserlo sempre. Non un invito alla resilienza, ma un’accusa a chi pretende che la resilienza sia la norma.
E allora sì, serve un finale che non si piega:
finché continueremo a raccontare le donne come eccezioni, continueremo a trattarle come eccezioni. E finché una donna sarà un’eccezione, nessuna sarà davvero libera.

