“Non ucciderla” il libro lettera di Pietro Annicchiarico, un racconto diverso, non stereotipato e meno che mai retorico per l’8 marzo 2026
Ci sono libri che nascono per aggiungere una voce al dibattito pubblico, e libri che invece arrivano per incrinare il silenzio. “Non ucciderla: Lettera a un uomo che sta facendo il più grande errore della sua vita”, l’ultima opera di Pietro Annicchiarico, appartiene alla seconda categoria: un testo breve (poco più di 30 pagine), essenziale, ma capace di aprire una fenditura netta nel modo in cui guardiamo alla sofferenza, alla separazione, alla violenza e alle fragilità che attraversano il maschile contemporaneo.
Autore di documentari, mostre fotografiche e progetti multimediali, Pietro è un narratore che ha sempre scelto di stare dentro le storie, non sopra di esse. Il suo percorso editoriale — dal libro-intervista impossibile a Pier Paolo Pasolini, oggi molto richiesto nelle scuole, fino ai contributi per riviste specializzate — rivela una costante: la volontà di restituire complessità, di non semplificare, di non cedere al pensiero unico.
Con “Non ucciderla: Lettera a un uomo che sta facendo il più grande errore della sua vita” compie un passo ulteriore. Non scrive un saggio, non propone un’analisi tecnica, non si erge a giudice o terapeuta. Sceglie invece la forma più vulnerabile e più coraggiosa: una lettera. Una lettera rivolta a un uomo che sta per compiere un gesto estremo. Una lettera che nasce da un’esperienza personale, da un dolore elaborato nel tempo, da un lutto emotivo che molti uomini vivono in silenzio e che raramente trova spazio nel discorso pubblico.
Il risultato è un testo che non giustifica e non assolve, ma tenta di comprendere. Un libro che chiede di fermarsi un attimo prima dell’abisso, di riconoscere i segnali, di ascoltare il buio senza lasciarsene inghiottire. Un libro che invita a guardare la violenza non come un destino, ma come un fallimento culturale che può — e deve — essere prevenuto.
Questa intervista nasce proprio da qui: dal desiderio di attraversare il libro insieme al suo autore, di capire da dove nasce, cosa vuole dire, a chi si rivolge. È un dialogo che tocca temi delicati — il dolore maschile, la separazione, la responsabilità, la cultura che forma o deforma le relazioni — con una sincerità rara e una lucidità che non concede scorciatoie.
È un invito a leggere, a riflettere, a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricorda Pietro, ogni vita salvata è una vittoria dell’umanità.
Nel corso della tua carriera hai realizzato documentari, mostre fotografiche e laboratori multimediali in diverse città italiane. Hai pubblicato un libro-intervista impossibile a Pier Paolo Pasolini, che sta avendo un ottimo riscontro soprattutto nelle scuole. Hai collaborato a opere collettive e scritto articoli per riviste specializzate. Ora presenti un nuovo libro: piccolo nel numero di pagine, ma intenso, importante e decisamente fuori dal pensiero unico. Possiamo definirlo un libro di rottura?
Sì, anche se non era mia intenzione scrivere un libro “di rottura”. Io volevo unire, non dividere; riparare, non rompere. Eppure le reazioni che sto ricevendo sono forti, a volte scomposte, ma comunque molto interessanti.
Già il titolo, Non ucciderla, è un titolo forte. E il sottotitolo ” Lettera a un uomo che sta facendo il più grande errore della sua vita” lo rafforza ulteriormente.
Il titolo nasce da una lettera rivolta a un uomo che sta per compiere un gesto estremo, il più stupido e distruttivo che possa immaginare.
Il libro parte da una tua esperienza personale. Possiamo definirlo autobiografico? Eppure non vuoi parlare di te, né fare lo psicologo o il giudice. Vuoi essere un uomo tra gli uomini.
Esatto. Con umiltà e trasparenza parlo da padre separato che ha sentito dentro un fuoco enorme. Sono riuscito a elaborarlo grazie agli amici, alle amiche, al supporto di persone care e a un lungo lavoro interiore. È stata un’elaborazione durata anni.
Questa lettera/libro possiamo definirla un’elaborazione del lutto?
Sì. Gli psicologi la considerano un lutto vero e proprio. Avendo vissuto anche il lutto per la morte di mio padre, posso dire che le due esperienze sono simili, quasi identiche.
Dal tuo testo emerge una profonda empatia verso gli uomini che vivono una sofferenza emotiva intensa. Quanto è importante che la società impari a riconoscere il dolore maschile?
È fondamentale. Ho fatto leggere il libro in anteprima a persone vicine, e hanno risposto soprattutto donne. Molte hanno ammesso che forse dovremmo prestare più attenzione a ciò che vive un uomo nel momento della separazione. Nessuno vuole giustificare un gesto estremo, mai. Ma serve attenzione per entrambe le parti: per la vittima, innanzitutto, e per il carnefice un attimo prima che compia l’irreparabile.
Nel libro parli di violenza maschile sulle donne, ma anche del contrario. La società è pronta a riconoscere che la violenza può essere anche femminile?
In realtà nel libro parlo sempre dal punto di vista della donna come vittima e dell’uomo come potenziale carnefice. La responsabilità resta sempre di chi compie il gesto. Però maschile e femminile devono lavorare insieme. Non condivido la tendenza a criminalizzare il maschile a priori. Come diceva Jung, l’individuazione nasce dall’unione tra maschile e femminile, non dalla loro separazione.
Quali sono i segnali d’allarme in una relazione che rischia di sfociare nella violenza?
Sono tanti, disseminati lungo il percorso: le famose “red flag”. Bisogna fare attenzione soprattutto alle persone che appaiono irreprensibili: il bravo vicino, il bravo padre, il bravo lavoratore. Chi uccide non è necessariamente un “mostro”. Il nodo centrale è l’idea della donna come possesso. La domanda che mi pongo è: se stai così male, perché non rivolgi il gesto contro di te e invece uccidi l’altra persona, la madre dei tuoi figli? Perché la percepisci come un oggetto che non puoi più controllare.
Nel libro parli del “freno di emergenza”.
Sì. Parlare di questi temi può essere un freno di emergenza per chi sta premeditando un gesto estremo. Io credo poco al raptus: spesso c’è una premeditazione, una rabbia narcisistica che monta. Viviamo in una società che oggettifica la donna. Per questo vado nelle scuole, anche maschili, per lavorare sulla cultura.
Il tuo libro-lettera ha un potenziale?
Sì, ha un potenziale come freno di emergenza. Se anche solo una persona si ferma, la vita ha senso.
Quali passi può fare un uomo per uscire dal buio e ritrovare la luce?
Se una persona elabora questo lutto e ne esce dignitosamente, diventa una grande persona. Il dolore è enorme, spesso ci sono i figli, la paternità viene mortificata, l’uomo diventa un bancomat o un bersaglio. Ma con l’aiuto di professionisti, amici, forze dell’ordine, si può “ossigenare il cervello” e uscire dalla cappa. Se ci riesci, rinasci. Hai salvato te stesso, la tua famiglia, una donna. Ogni omicidio è una sconfitta dell’umanità. Prevenirlo è un atto di amore. Anche dire: “Ti amo comunque, sei la madre dei miei figli, anche se ci siamo fatti del male”. Le colpe sono sempre al 50%. Ma l’amore può ancora vincere.
Le istituzioni, gli amici, la famiglia: cosa possono fare concretamente?
Nel mio caso le istituzioni non hanno fatto nulla. Gli amici veri sì. Ho avuto molte amiche che, pur avendo subito violenze da uomini narcisisti, hanno saputo distinguere caso da caso. La famiglia può aiutare se è equilibrata; se invece ha contribuito ai problemi della coppia, dovrebbe farsi psicanalizzare.
L’intervista è per la Giornata della Donna. Un messaggio per donne e uomini?
Proprio oggi ho ricevuto una risposta da un’associazione che si occupa di violenza di genere femminile. Sono stati gentili, ma mi hanno detto che il libro va presentato nei centri antiviolenza maschili, non nei loro. È significativo: rappresenta ciò che accade nella società. Io credo invece che maschile e femminile sani debbano lavorare insieme. Non possiamo dire che il maschile è sempre insano e il femminile sempre sano. Dobbiamo unire, non separare. Il libro nasce da un grido: “Come uomo, cosa posso fare? Devo essere solo criminalizzato?”. Io non ci sto. Non serve parlare solo agli uomini: serve dialogo. Non uccidiamo la speranza che maschile e femminile possano lavorare insieme. Non è 50 e 50: è 100 e 100. Creiamo, invece di distruggere.
L’intervista si chiude su una nota personale, forse la più rivelatrice: Pietro padre separato. «Ovviamente io dovevo andare via da casa e, quando avevo mia figlia, la portavo al bar per fare i compiti. Aveva otto, nove anni. Ora ne ha diciassette. Oggi che la madre è tornata in Puglia ci vediamo a Bari: lei è autonoma, è cresciuta, cammina con le sue gambe».
Da qui Pietro introduce un tema spesso ignorato: quello che definisce “l’immigrazione maschile”. «Funziona così: se la madre si sposta, tu devi seguirla, altrimenti non vedi più i figli. Conosco tanti uomini nella mia stessa situazione. Devi ricominciare tutto da capo, ogni volta».
La sua voce non è vittimistica, ma lucida. «Io starei meglio a Bologna, lavorerei di più, ma la realtà ti porta dove devi esserci per i tuoi figli».
È un finale che riassume l’intero spirito del libro: la fatica, la responsabilità, la capacità di restare presenti ed equilibrati nonostante tutto. Una testimonianza che restituisce complessità al maschile senza sottrarre nulla al dolore del femminile, e che invita a guardare alle relazioni non come a un campo di battaglia, ma come a un luogo dove — se si vuole — si può ancora scegliere di restare umani.
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L’intero libretto è nato da questo grido:
Tu che vuoi ammazzarla, fermati un attimo. So che senti rabbia. Hai deciso, poiché senti che tutto ormai è perduto. Non può essere tua, sarà di un altro, non dedicherà più a te e solo a te le sue attenzioni. Questo ti brucia vivo, lo so. Lei ha colorato la vita e ora porta via con sé in quella valigia l’arcobaleno. Stai per rovinare la vita a tutti. Lascia andare chi non vuole restare. Lasciala libera. Il primo a stare bene sarai te stesso. Puoi rinascere meglio di prima. Imparerai ad amare, finalmente. A crescere. Capirai i tuoi errori. Resta con chi ti vuole bene, non rincorrere chi ha smesso di amarti, di perdonarti. Meglio ancora se impari a stare bene da solo. Ammazzare chi credi ti abbia fatto male aumenterà il dolore a dismisura. Piangerà l’intera terra, credimi. Pensa a quei figli senza madre. Rovinati per sempre. Sono i tuoi figli. I vostri, nati dall’amore. Pensa ai genitori senza figlia. Moriranno con lei. Loro sepolti vivi nel buio della tua mente. Pensa a te rinchiuso in quattro mura senza più dignità. Colmo di vergogna. Perché tutti sapranno che sei stato tu. A nulla servirà indossare una maschera. Lo porterai scritto chiaramente negli occhi.
Pensa a quella luce che stai per spegnere per sempre. A tutto c’è rimedio tranne che per quella cosa orribile che stai per fare. Sei ancora in tempo. Lei non tornerà a sorridere se porti avanti il tuo progetto insensato. Devi fermare il pensiero ossessivo, respira. So che le parole ti hanno fatto male. Cambia aria, respira ancora. So che non riesci a guarire la ferita grondante sangue.
Cammina e respira, respira, respira. Parla con qualcuno, un amico, un parente, uno psicologo.
C’è tempo.
Puoi fermare la mente, il pensiero ricorrente. Puoi fermare la mano che sta per sbagliare. Le mani devono profumare di carezze. So che vedi nero, ma se ti fermi, se respiri piano, la luce non tarderà ad arrivare.
Sono un uomo come te e sono separato. Solo Dio sa quanto dolore ho provato nell’abbandonare mia figlia. Nel non poterla vedere crescere giorno per giorno. Nessuno può capirci. Siamo solo maschi. Mentre scrivo ho il groppo in gola e le lacrime che scendono copiose. La tua bimba forse un giorno diventerà mamma. È la tua luce. Può illuminare tutto, se vuoi. Il tuo bimbo forse un giorno diventerà padre. Vuoi essergli d’esempio?
Sì?!
Allora ti prego dal profondo del mio cuore, ferma l’orrore.
Sei in tempo.
Ti tendo la mano.
Pietro Annicchiarico

