“Bruno Contrada e l’Italia degli anni di piombo giudiziari: una lettura tra storia, potere e silenzi di Stato” di Francesco Russo*
Giovanni Falcone viene barbaramente ucciso il 23 maggio del 1992 e così viene eliminato l’ultimo ostacolo, direi l’ultima barricata a difesa di quella Repubblica Italiana creata da Alcide De Gasperi. L’URSS, si è dissolta, ma un evanescente fantasma del lupo sovietico, travestito da agnello vagava per l’Europa democratica.
Il PCI che aveva compreso che la caduta del Muro di Berlino era la grande opportunità per rifarsi una verginità democratica, scrollandosi dalle spalle quell’ormai invisa e desueta etichetta “comunista” aveva iniziato a manifestare ambizioni governative. La strada l’aveva aperta Berlinguer con la questione morale fornendo agli ex comunisti l’alibi per poter ergersi a moralizzatori della politica, che però poteva essere raggiunta solo per via giudiziaria. Gli ostacoli maggiori , da superare, per giungere alla eliminazione della Prima Repubblica erano tre: uno era stato Falcone che non aveva creduto alla storia di Andreotti “pugnuto” da Riina che Tommaso Buscetta aveva imbastito e quest’ostacolo era stato superato dalla Mafia in concorso con ignoti, l’altro era Bruno Contrada, superpoliziotto, capo dei Servizi, espertissimo della Sicilia e dei legami tra Mafia e Politica e l’ultimo ostacolo era costituito dal maresciallo Ferraro, uomo di fiducia di Falcone che si sarebbe tolto la vita “per salvare la propria famiglia”.
Per colpire ed affondare Andreotti, bisognava rendere innocuo o almeno non credibile Contrada che in fatto di Mafia e di Segreti di Stato era la Cassazione. Dunque, Bruno Contrada diventava l’architrave che bisognava lesionare per far venir giù l’impianto istituzionale e costituzionale della Prima Repubblica retto da Giulio Andreotti che manteneva in piedi, insieme con Craxi, tutto l’apparato. Craxi, era un parvenu e sarebbe stato facile eliminarlo con un’accusa generica di ladrocinio e con un immaginifico lancio di monetine, per l’eliminazione di Andreotti occorreva una sostanziosa accusa di Mafia ed un’altra sostanziosa accusa di Omicidio, in danno di Mino Pecorelli, in parole povere, occorreva un intervento della Magistratura che avrebbe dovuto delegittimare la figura dell’erede di De Gasperi. L’accusa a Bruno Contrada, di aver favorito la Mafia con un concorso esterno era l’ideale, per poter proseguire con tutto il programma. Non sono qui, per ripercorrere il Processo a Contrada che doveva essere “la madre” di tutti i Processi che sarebbero seguiti, per raggiungere il traguardo prestabilito, ma la quantità degli anni di carcere inflitti con la Sentenza di primo grado a Bruno Contrada era un’indicazione precisa su quella che avrebbe dovuto esserela durata necessaria dell’ostracismo giudiziario che il Fedele Servitore dello Stato doveva patire.
Per altri, imputati, magari anche più in vista di Bruno Contrada, parlo di Previti e dell’Utri erano bastati sei anni di reclusione inflitti per lo stesso fantomatico reato di Concorso esterno, eppure erano due Ministri dello Stato italiano. Andreotti e Contrada due vite parallele di due Uomini che io definisco “grandi” allo stesso modo: perché entrambi al corrente di segreti non rivelabili, pena una esplosione di violenze politiche e forse di violenze fisiche, ancorché accusati di crimini gravissimi per le loro qualità personali ed istituzionali, hanno taciuto evitando di formulare accuse facilmente riscontrabili e perché si sono difesi sul piano del Diritto, raggiungendo infine l’Assoluzione lasciando un Paese in pace, malgrado poi, dopo molti anni neonate forze politiche abbiano deciso di seminare odio per dividere gli italiani , quell’odio che Contrada prima e Andreotti poi non vollero seminare.

*Illustre avvocato del foro di Napoli
oggi in quiescenza

