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APERTAMENTE di Maria Beatrice Maranò* – “Oltre il referendum: ricostruire la Giustizia dove la fiducia si è incrinata”

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Non mi sono mai espressa fino ad ora, perché non ho condiviso il tono e la faziosità di questa campagna referendaria.

Tuttavia poiché, in primis come cittadina, mi sono a cuore i valori etici ed avendo ereditato ( il nostro studio è sorto nel 1965) un’idea ed un’opinione elevata del concetto di giustizia, sento a conclusione dei risultati referendari e traendo spunto da commenti di magistrati illuminati di condividere con voi questa analisi.
La materia non era semplice e tanti sono stati i votanti, la vittoria del “no” al referendum non può essere considerata una conclusione, né tantomeno un passaggio irrilevante. Al contrario, segna un punto di snodo significativo, i cui effetti si dispiegheranno tanto all’interno quanto all’esterno della magistratura. E tuttavia, i segnali di cambiamento erano già evidenti prima ancora dell’esito delle urne.
Il clima in cui si è sviluppata la campagna referendaria ha reso manifesto un dato ormai acquisito dalle analisi sociologiche: l’autorevolezza della magistratura, nel percepito collettivo, si è progressivamente attenuata. Da garante super partes, essa viene sempre più spesso vista come portatrice di una propria visione politica, con una conseguente erosione della fiducia.
Non è un caso che il dibattito si sia concentrato meno sui contenuti della riforma e più sulla collocazione della magistratura nel sistema dei poteri. Questo slittamento ha messo in luce una criticità: l’eccessiva esposizione del potere giudiziario, percepito – a ragione o meno – come protagonista della dinamica politica.
Da qui deriva anche il carattere fortemente divisivo assunto dal referendum, che ha finito per richiamare altre consultazioni capaci di segnare profondamente la storia del Paese.
In questo contesto, la scelta della magistratura, soprattutto nella sua componente associata, di privilegiare una lettura del contesto rispetto all’analisi del testo della riforma ha contribuito a consolidare la percezione di uno spostamento rispetto alla sua funzione originaria di interprete imparziale della legge. A ciò si è aggiunto l’uso di registri comunicativi e toni del tutto analoghi a quelli propri del confronto politico.
Così, anche laddove le intenzioni erano orientate alla difesa dell’assetto costituzionale, gli accenti spesso ultimativi e drammatizzati della mobilitazione sono apparsi, in molti casi, più come espressione della volontà di preservare posizioni consolidate che come autentica tutela dei principi fondamentali (principi che, peraltro, la stessa magistratura aveva contribuito a ridefinire, come nel caso del giusto processo).
Alla luce dell’esito referendario, si apre ora una fase che impone una riflessione profonda e un impegno di ricostruzione su più livelli.
In primo luogo, sarà necessario riallacciare il rapporto con quella parte consistente della società che continua a rappresentare il destinatario della funzione giurisdizionale. Il voto contrario alla riforma non cancella infatti le ragioni di distanza, disagio e sfiducia che attraversano il corpo sociale, né consente di liquidarle come espressione di appartenenza politica o di vincoli di schieramento.
Un secondo ambito riguarda il rapporto con le forze che hanno guidato l’opposizione alla riforma. È essenziale evitare che da tale convergenza possano derivare aspettative improprie, come il coinvolgimento della magistratura in conflitti politici più ampi, estranei alla sua funzione.
Allo stesso modo, non può essere trascurata la necessità di recuperare un dialogo interno con quei magistrati che, pur rimanendo in una posizione defilata, avevano visto nella riforma un’occasione di cambiamento e rinnovamento.
Una volta conclusa la stagione referendaria, torneranno inevitabilmente al centro le criticità strutturali del sistema della giustizia: una risposta percepita da tempo come inadeguata, distante dal sentire comune e segnata non solo da carenze materiali, ma anche da una più profonda crisi di natura etica.
La vittoria del “no” non attenua queste problematiche, né solleva la magistratura dalla necessità di affrontarle. Al contrario, rende ancora più urgente un’inversione di rotta.
Non saranno sufficienti interventi di superficie o dichiarazioni di principio. Occorrerà piuttosto un ritorno alle radici del rendere giustizia: recuperare il senso del limite, ristabilire una piena consapevolezza istituzionale, abbandonare ogni tentazione elitaria e rimettere al centro la persona e i suoi diritti.
Solo attraverso questo percorso sarà possibile riconquistare credibilità e prestigio, tornando a esercitare il ruolo imprescindibile di garante delle regole senza essere percepiti come invasori di ambiti altrui.
Accettare, inoltre, l’inevitabile imperfezione dell’agire umano potrà consentire di ritrovare quel sostegno che accompagna ogni impegno autentico e disinteressato.
Il cammino non sarà agevole, e il punto di partenza può apparire segnato da macerie.
Ma esiste un patrimonio di valori e di esempi che può ancora orientare questo percorso.
È a quel patrimonio che occorre tornare, con responsabilità e consapevolezza.
È arrivato il momento di essere all’altezza di quel patrimonio.
Per concludere con un eclettico grottagliese professore di filosofia Cosimo Annicchiarico :

“In effetti, la strada maestra del buon Cammino prende le mosse innanzitutto dal sottoporre i nostri comportamenti al giudizio della Ragione, che esige da ciascuno il religioso ascolto del suo “imperativo categorico”.
Kant ritorna con la sua inquietante attualità !

*Avvocato 
Foto di copertina:  “Giustizia” (Cappella degli Scrovegni-Padova), realizzato da Giotto di Bondone intorno al 1305.


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