Taranto & Provincia

Al Teatro Nuovo, “Algoritmo: lui e l’AI” tra ironia e riflessione sull’intelligenza artificiale

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Sabato 28 marzo, al Teatro Nuovo di Martina Franca, per la direzione artistica di Rosanna Pantone, è andato in scena Algoritmo: lui e l’AI, con Raffaello Tullo e Martina Salvatore.

Un uomo solo riceve a casa un pacco che non aspettava. Dentro c’è Martie: un robot umanoide dalla somiglianza impeccabile e dalle capacità ancora più impressionanti. Impara tutto, in fretta. Osserva, registra, restituisce. Si adatta agli stimoli, si costruisce addosso a chi ha davanti. All’inizio la distanza resta, poi arriva il tentativo e, quasi senza accorgersene, si lascia spazio. E Martie diventa necessaria.

Sistema le cose pratiche, certo. Ma non solo: entra nei tempi della giornata, nei pensieri. E soprattutto riapre cassetti rimasti chiusi, sogni lasciati lì, senza nemmeno più la forza di dar loro un nome. Fin qui potrebbe sembrare una storia già sentita. E invece no.

Perché mentre la scena scorre — tra musica, ritmo, momenti dichiaratamente leggeri — emerge uno scarto minimo: si ride, anche molto, ma non subito: c’è sempre un attimo in cui la battuta lascia spazio a qualcos’altro. Martie è perfetta. Non sbaglia mai, non ha esitazioni, non si perde. E più funziona, più diventa difficile trovare un motivo per farne a meno; ed è lì che lo spettacolo cambia passo. Non con una svolta netta, ma con una sensazione: quando tutto è così preciso, così fluido, così risolto, cosa resta fuori?

Raffaello Tullo e Martina Salvatore lavorano su questa linea sottile senza forzature. Non spiegano, non sottolineano. La musica tiene insieme il racconto, ma soprattutto lo incrina: è l’unico punto in cui qualcosa sfugge al controllo, dove resta un margine. Ed è forse la parte più viva.

Quando qualcosa semplifica davvero tutto, il rischio è smettere di chiedersi quanto spazio gli si sta dando. E per un attimo — giusto un attimo — viene da pensare che il problema non sia quanto è intelligente una macchina, ma quanto siamo veloci noi a fidarci.


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Davide Sette

Musicologo e musicistaC’è sempre stata musica dentro di me, prima ancora che potessi darle un nome. Un vento sottile che attraversa la vita, che fa ridere, piangere, ballare o restare fermi senza sapere perché.Scrivere significa inseguire quell’eco, afferrarla prima che svanisca, lasciarsi attraversare e restituirla con parole che abbiano peso, calore e vita; nel tentativo di prenderla per mano e farla arrivare agli altri, trasformando l’ascolto in esperienza condivisa.Dentro di noi c’è sempre un violino, e spesso l’archetto sembra perduto. Lo cerchiamo nei libri, nell’incendio di un tramonto, negli occhi di chi ci attraversa la vita, ma ogni volta scivola dalle mani come un filo d’erba o un sogno. La scrittura nasce dalla stessa ricerca: è il tentativo di far risuonare ciò che altrimenti resterebbe silenzioso, e ogni foglio bianco che ascolta diventa lo spazio dove le storie che portiamo nel petto possono finalmente vibrare.Scrivere, come suonare, è continuare a cercare, a dare forma al vento che muove il cuore e il mondo.

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