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LA DANZA DEI PENSIERI – La Vita mistero prezioso

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La scrittrice Loredana Fina, già autrice di “Nutri i tuoi demoni” in 9 puntate per la rubrica La danza dei Pensieri, con questo nuovo appuntamento ci conduce passo passo attraverso un intreccio tra il lieve racconto di sue esperienze di vita e la lettura ragionata di un volume molto interessante del filosofo e scrittore giapponese Daisaku Ikeda (1928-2023), presidente fondatore dell’Istituto Buddista Soka Gakkai International: “La vita mistero prezioso”, 1° edizione Soka Gakkai 1982, ultima edizione Giunti, 2021. Nato a Tokyo nel 1928, Maestro buddista, saggista e educatore, Ikeda ha fondato numerose istituzioni, tra cui le scuole e università Soka e il Tokyo Fuji Art Museum. Nel 1983 ha ricevuto il Premio delle Nazioni Unite per la Pace

 

Estate 1986, ero una giovane donna sposata nel marzo del 1983, rigorosamente con rito civile al Comune di Sesto San Giovanni (Mi).

Indossavo un tailleur color ghiaccio, una camicia nera in seta, calze nere in nylon e un paio di ballerine nere di vernice.

Più tardi, col tempo, capì il significato profondo di aver scelto quell’abbigliamento (oggi outfit) inusuale per una sposa, con quei colori…il nero poi…!! Infatti ero proprio una sposa vestita con un abito che era il più sobrio possibile, ma con accessori neri che rappresentavano un lutto, inespresso, soffocato, taciuto per un ventennio prima che potesse essere rimosso.

Avevo da soli cinque anni perso mio padre in una notte a cavallo fra il 23 e il 24 settembre del 1978 a causa di un infarto. In un qualunque sabato notte di fine settembre, nel quale l’estate non era ancora finita, ma il caldo afoso aveva lasciato il posto a giornate con tanto sole e un’aria di tramontana più asciutta e fresca, il cielo terso svolazzato dagli ultimi stormi di rondini gioiosamente cinguettose in volo che, se ti soffermavi ad osservarle sembrava volessero dirti: “vola e gioisci insieme a noi, il tempo per essere felice è proprio in questo istante!” poi, dopo il tramonto le notti stellate e limpide lasciavano spazio al silenzio e alla quiete.

Quella domenica mattina saremmo dovuti partire presto per andare a scorrazzare sulle acque del Lago di Como (col senno di poi …inquinandolo!) con il nostro motoscafo Evienrude 75 cavalli che papà aveva preparato il giorno prima, già agganciato alla macchina, ma… invece…

Fui svegliata dal telefono, mi alzai e andai a rispondere. Era mio zio Bruno che cercava mio papà e gli dissi, “zio te lo chiamo subito”. Notai che la porta della camera da letto di mio padre era stranamente chiusa a chiave dall’interno, cosa che papà non faceva abitualmente. Cominciai a chiamarlo bussando forte e ripetutamente alla porta, senza ottenere risposta.

Mi spaventai, così presi la cornetta del telefono in mano e dissi: “zio, papà è chiuso a chiave in camera da letto e non mi risponde…ho bussato tantissimo e l’ho chiamato, ma lui non risponde…” mio zio cercò di calmarmi dicendomi di stare tranquilla, che sarebbe arrivato subito. Da lì a poco zio Bruno arrivò, era agitato e prese una sedia che posizionò davanti alla porta della camera da letto di papà, con lo spazzolone ruppe il vetro sulla porta che fungeva da punto luce fra camera da letto e corridoio, poi si arrampicò e saltò dentro in camera da letto. Io, intanto, dal corridoio sentivo mio zio che chiamava ripetutamente mio papà: “Gino, Gino rispondi per amor del cielo! Gino…” poi, la porta si aprì, mio zio con gli occhi pieni di lacrime mi disse, “papà non c’è più…” io entrai… entrai e in quella stanza e, per la prima volta in vita mia, incontrai la morte.

Avevo 14 anni.

Subito dopo cominciarono ad arrivare altre persone. Parenti, amici, vicini di casa. Il nostro appartamento fu gremito di gente. Arrivarono le onoranze funebri. Vidi portare via mio papà da quattro uomini che lo adagiarono in una specie di borsone grigio lungo con delle maniglie.

Da allora non lo vidi mai più. Restai impalata, impietrita e muta.

Muta come quella parte di me che era morta insieme a mio padre, muta perché non parlai mai più con nessuno dell’esperienza di quel tragico giorno, quasi a volerlo cancellare o addirittura negare, come se non fosse mai esistito, come se nulla fosse mai accaduto.

Oggi posso tranquillamente affermare che, se avessi avuto allora gli strumenti “spirituali” che nel corso degli anni a venire il Buddismo Mahayana di Nichiren Daishonin mi ha fatto conoscere, sicuramente avrei elaborato il lutto di mio padre con più velocità, avrei avuto maggiore consapevolezza rispetto alla sacralità di vita e morte che altro non sono che le due facce di un’unica medaglia e, avrei sofferto molto, ma molto meno!

A tale proposito il mio amato Maestro buddista Daisaku Ikeda, sul suo libro capolavoro: “Vita mistero prezioso” edito da Bompiani 1991/2016, ci spiega:

Una delle domande fondamentali della vita è “cos’è la morte?”

È un annullamento definitivo oltre il quale non esiste più nulla? O è l’ ingresso in un nuovo tipo di vita, una trasformazione più che una conclusione? Dobbiamo considerare la vita meramente come un breve periodo di attività che alla fine si conclude definitivamente?

Oppure la vita continua per sempre in una qualche forma? Per tutto il corso della storia dell’uomo, queste sono state le domande capitali alle quali la religione e la filosofia hanno cercato di rispondere.

Nichiren Daishonin ha detto: “Dovremmo prima risolvere il problema della morte e poi studiare tutte le altre questioni”.

Un concetto analogo, benché da una prospettiva esistenzialista, è stato espresso da Martin Heidegger, che scrisse che la vita umana è un “essere per la morte” e che la morte è intrinseca alla vita umana sin dal momento del concepimento. Queste sono osservazioni di pensatori che, guardando in faccia l’ineluttabile destino della morte, hanno cercato di arricchire l’esistenza umana e di renderla più vitale.

Qualunque analisi della vita che non tenga conto della realtà della morte, non può portare a risultati significativi. Nel profondo della nostra interiorità, tutti noi sappiamo di dover morire, e tuttavia tendiamo a evitare l’argomento.

 Persino quando ci troviamo faccia a faccia con la morte – per esempio, quando muore qualcuno che ci è caro, inconsciamente ci aggrappiamo all’illusione che la morte non ci riguardi, che non possa toccarci e che quindi, almeno per il momento, non siamo obbligati a prenderla in considerazione.

Lago di Como (Andia/Universal Images/Getty Images – dal web) elaborazione grafica digitale di S. Del Piano

La verità è che la consapevolezza della morte è un particolare privilegio degli esseri umani.

Sembra infatti che gli altri esseri viventi ne abbiano soltanto una fugace percezione nel momento in cui essa si avvicina, ammesso che ce l’ abbiano.

Il timore della morte è quindi una delle caratteristiche che distinguono gli uomini dagli animali, e deve essere considerato un segno dell’intelligenza dell’uomo. Eppure, a causa di questo privilegio, l’ uomo spesso è ossessionato dalla paura della morte e arriva agli estremi assurdi per liberarsene.

Il significato delle parole di Nichiren è che invece di distogliere lo sguardo dall’inevitabile, dovremmo guardare in faccia la morte con calma e con distacco, sviluppando così il coraggio e la determinazione di rendere la nostra vita più ricca e più feconda.

Se tutti evitassero di pensare alla morte non esisterebbero né la filosofia né la religione e, conseguentemente la nostra vita sarebbe più misera se non addirittura animalesca. Il confronto con la morte è stato definito la madre della filosofia. Ma è anche la madre della scienza, dato che gran parte della ricerca scientifica è rivolta a prolungare le aspettative di vita.

Gli uomini per quanto primitivi, hanno da sempre osservato il ritmo delle stagioni e il movimento dei corpi celesti, intuendo che la vita umana è anch’essa soggetta al continuo cambiamento (impermanenza) in accordo e connessione con i ritmi dell’universo. Vedendo che la vita ritorna alla Madre Terra con la morte e riappare con la nascita. La credenza nei ritmi ricorrenti di nascita e morte è molto comune fra i popoli primitivi.

Il “mana” dell’Oceania è concepito come una vitalità intrinseca che rende possibile la morte e la rinascita di tutti gli esseri viventi.

Fondamentalmente è la stessa cosa del più sofisticato concetto greco di “pneuma”. Persino tra i più primitivi antenati dell’uomo la saggezza umana percepiva una forza onnipresente che opera in tutto l’universo. In uno studio successivo gli uomini svilupparono vari tipi di animismo, secondo il quale tutti gli esseri viventi, compresi gli esseri umani, possiedono un’anima.

In questo tipo di religioni generalmente si crede che la vita sia lo stato in cui l’anima dimora in un particolare corpo e la morte lo stato in cui l’anima è liberata dai suoi confini fisici. Questa idea conduce direttamente all’idea dell’immortalità dell’anima, una dottrina comune a molte religioni superiori. Nelle religioni giudaico-cristiane, l’immortalità dell’anima è collegata al concetto di creazione divina.

In generale si ritiene che l’anima sia creata da Dio al momento del concepimento e che continui a esistere dopo la morte. Le anime di coloro che hanno fede in Dio possono ascendere al cielo e vivere eternamente; quelle di coloro che non credono sono condannate per sempre all’inferno. Secondo il Cristianesimo ci sarà un giudizio universale: squilleranno le trombe, i morti risorgeranno e tutti, i vivi e i morti, compariranno davanti a Dio per essere sottoposti al giudizio finale. Bisogna sottolineare che anche se il Cristianesimo crede nella resurrezione della carne, ritiene che essa avverrà una volta per tutte, dopo il giudizio finale, e da allora l’anima continuerà a esistere eternamente.

La fede nell’immortalità è anche un dogma dell’Islamismo, secondo il quale al momento del giudizio finale i morti verranno divisi in tre gruppi: quelli chiamati a restare accanto al trono di Allah, quelli che andranno in paradiso e quelli condannati a un inferno di fuoco.

Lo Zoroastrismo crede in due tipi di giudizio: un giudizio individuale, che l’anima subisce immediatamente dopo la morte, e un giudizio finale al quale verranno sottoposti i vivi e i morti simultaneamente.

Queste religioni insieme al Giudaismo dal quale sia il Cristianesimo che l’Islamismo traggono origine, hanno molti punti in comune. Tutte sostengono che la vita individuale è creata da Dio al momento del concepimento, che ogni anima continuerà a vivere dopo la morte del corpo, e che tutti i morti risorgeranno nel giorno del giudizio, quando Dio deciderà il destino definitivo di ciascuno.

Bisogna notare che nessuna di queste fedi, che per ragioni pratiche possiamo definire occidentali, ha avuto un’influenza dominante in Oriente. L’atteggiamento orientale verso la vita e la morte, come si può vedere in India e nell’Asia orientale, è fondamentalmente diverso da quello occidentale.

A questo proposito è interessante ricordare l’analogia usata da Richard Coudenhove-Kalergi, che diceva che gli orientali considerano la vita come la pagina di un libro, mentre gli occidentali la considerano come l’intero libro.

Per il modo di vedere orientale, morire significa arrivare alla fine di una pagina e passare a una nuova; per gli occidentali vivere significa leggere tutto il libro fino alla fine. L’atteggiamento orientale verso la vita e la morte si può vedere sia nell’induismo sia nel Buddismo.

Queste due grandi religioni, malgrado le loro differenze, sostengono entrambe la dottrina della trasmigrazione o reincarnazione, ovvero l’idea che la vita, essendo eterna, attraversi un ciclo infinito di morti e rinascite.

La morte fisica non è una fine, ma soltanto una trasformazione dei fattori e delle funzioni che nel loro insieme formano e sostengono una vita individuale. La vita è ininterrotta e si estende dall’infinito passato all’infinito futuro.

Se paragoniamo la vita come suggerisce Coudenhove-Kalergi, alla pagina di un libro, il libro stesso non ha né inizio né fine. Per quante pagine vengano voltate, la storia continua all’infinito.

La reincarnazione è strettamente connessa alla credenza orientale nel karma, che è la somma totale delle cause accumulate da una particolare vita, che determinano il futuro di quella vita stessa. In generale le religioni occidentali considerano che il destino di un uomo sia determinato in vita dalla volontà di Dio e dopo la morte dal giudizio di Dio.

Le religioni orientali credono invece che il destino di un uomo sia determinato dal suo karma (dalle sue azioni e dalle cause che pone in essere) e che sia quindi, il naturale risultato della Legge Mistica di Causa ed Effetto. In particolare, per il Buddismo le gioie e le sofferenze della vita presente sono determinate dalle cause accumulate nelle vite precedenti. Di conseguenza le cause accumulate nella vita presente sono i fattori che determineranno il futuro in questa e nelle prossime vite, in un processo senza fine.

Nel suo trattato “Il significato profondo del Sutra del Loto”, T’ien-t’ai ha scritto: “Le mie sofferenze presenti sono il risultato delle mie azioni nel passato; i frutti della mia attuale pratica della fede matureranno nel futuro”.

 

Mi sembra che nella religione cristiana, se un uomo trascorre una vita di sofferenze dal giorno della nascita a quello della morte, l’unica cosa che può fare è rimproverare Dio per la sua mancanza di misericordia. Secondo la logica Cristiana, infatti è Dio che crea sia il bene sia il male. Abbracciando il Buddismo invece, noi prendiamo coscienza che le cause essenziali dei nostri problemi risiedono nella nostra stessa vita. Accettando la responsabilità delle nostre sofferenze, è possibile superarle e raggiungere uno stato indistruttibile di consapevolezza, pace e felicità. Quando una persona scopre di essere padrona del proprio destino, trova una luminosa stella di speranza che le permette di vedere oltre il velo dell’illusione. Secondo la mia opinione, per l’uomo moderno, la concezione Buddista della vita ha molto più senso dell’idea che tutto dipenda da Dio”.

 (continua…)

in copertina: Lago di Como (photo Andia/Universal Images Group/Getty Images, dal web) elaborazione grafica digitale di S. Del Piano

 

Dedico queste pubblicazioni al mio amato Maestro e 3° Presidente dell’Istituto Buddista Soka Gakkai International, Daisaku Ikeda, con immensa gratitudine per i suoi insegnamenti.

Domenica Loredana Fina 

 


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