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Ci hanno tolto molto più di una partita: il sogno condiviso di essere italiani

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di Stefania Romito

Io non sono una tifosa di calcio ma… quando penso ai Mondiali, sento qualcosa muoversi dentro che non ha nulla a che fare con il tifo.
È qualcosa di più profondo. Più antico.
Sono ricordi.

Ricordo le partite guardate con i miei genitori, il televisore acceso e quella tensione dolce che riempiva la stanza. Ricordo le urla improvvise, i salti dal divano, gli abbracci stretti senza dire una parola. Ricordo la felicità pura, quella che nasceva quando l’Italia segnava e per un attimo tutto il resto spariva.
E ricordo anche il dolore. Le sconfitte vissute come piccole tragedie, il silenzio dopo il fischio finale, gli occhi lucidi senza sapere bene perché.
Ma soprattutto ricordo cosa eravamo.
Durante i Mondiali non eravamo più solo persone. Eravamo un popolo. Un’unica voce. Un’unica emozione. Le strade piene, le bandiere alle finestre, gli sconosciuti che si sorridevano, che si abbracciavano. Non importava nulla di quello che ci divide ogni giorno.
Eravamo insieme.

E poi c’è il 1982. Anche per chi non l’ha vissuto davvero, è come se fosse dentro di noi. L’Italia che vince, la gioia che esplode ovunque, le piazze che diventano casa. Non era più calcio. Era orgoglio. Era appartenenza. Era sentirsi fieri di essere italiani, senza bisogno di spiegarlo.
Oggi tutto questo manca.
La mancata qualificazione non è solo una delusione sportiva. È un vuoto. È come se ci fosse stata tolta una parte di noi, la possibilità di rivivere quei momenti, di tornare, anche solo per un attimo, a essere quella comunità unita sotto la stessa bandiera.
Per noi adulti è una nostalgia che non trova spazio. Un ricordo che resta sospeso.

Ma per i più giovani è ancora di più. È qualcosa che non hanno mai avuto. Non sanno cosa significa aspettare una partita dei Mondiali con il cuore che batte forte, non conoscono quella gioia collettiva, quell’emozione che ti lega agli altri senza bisogno di parole.
Non possono capire fino in fondo cosa vuol dire.
E forse è questo che fa più male.
Non tanto non esserci.
Ma non poter dire a chi viene dopo di noi: “vedrai, è qualcosa di bellissimo”.
Perché certe emozioni non si raccontano.
Si vivono. Insieme.


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista pubblicista e scrittrice.

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