A proposito dei Giardini Virgilio a Taranto, chiusi dalla procura
C’è un’immagine che Luciano Manna sceglie per raccontare la vicenda dei Giardini Virgilio, ed è un’immagine che non concede scappatoie: l’iceberg che si capovolge. Per anni abbiamo visto solo la parte che affiorava, quella comoda, quella che si voleva mostrare. Poi, all’improvviso, l’iceberg ruota, e ciò che era nascosto – la massa vera, ingombrante, ineludibile – viene a galla.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi, mentre la città assiste a una narrazione che tenta di ribaltare ruoli e responsabilità, trasformando chi ha gestito un bene pubblico in vittima e chi chiede legalità in carnefice.

Tutto è iniziato con un post, un video, un appello accorato: “Ci hanno chiuso senza colpe”, “Il Comune gioca con le nostre vite”, “59 persone a casa”. Una comunicazione costruita per colpire allo stomaco, per generare indignazione immediata, per spostare l’attenzione dal merito alla commozione. Ma i numeri – quelli veri, quelli che non si piegano – raccontano altro. La Sergen srl, negli ultimi tre anni, non ha mai superato i quindici dipendenti. A dicembre 2025 ne risultano sei. Da dove arrivano i cinquantanove lavoratori evocati come scudo umano? Nessuno lo spiega. Nessuno chiarisce. Nessuno si assume la responsabilità di dire la verità alla città.
Eppure, se si invoca la tutela del lavoro, la prima forma di rispetto dovrebbe essere proprio questa: la trasparenza.
Ma la parte sommersa dell’iceberg non riguarda solo i numeri. Gli atti della Procura, che Manna cita con precisione chirurgica, ricostruiscono una storia lunga anni: ampliamenti non autorizzati, strutture cresciute senza permessi su suolo pubblico, ordinanze ignorate, concessioni prorogate da chi non aveva alcun potere per farlo, violazioni igienico-sanitarie, segnalazioni rimaste senza risposta negli uffici comunali.
Una sequenza che non nasce oggi, né ieri. Una sequenza che si è consolidata nel tempo, mentre la città guardava altrove e la macchina amministrativa – quella che dovrebbe tutelare il bene comune – restava immobile.
Le ortofoto parlano più di qualsiasi video virale: dal 2018 al 2024 l’area dei Giardini Virgilio si è trasformata pezzo dopo pezzo, aggiungendo gazebo, tensostrutture, ballatoi, impianti, chioschi, palchi. Tutto su un terreno comunale, con una concessione scaduta nell’ottobre 2025. E mentre le strutture crescevano, le ordinanze di demolizione restavano lettera morta.
È servito l’intervento della Procura per fermare ciò che nessuno aveva voluto fermare prima.
C’è poi un altro punto, forse il più scomodo: il costo dell’illegalità.
Perché verificare anni di abusi non è gratis.
Dietro ogni accertamento ci sono dirigenti, funzionari, tecnici, polizia locale, carabinieri, NAS, ASL, magistrati.
Ore di lavoro, risorse pubbliche, energie sottratte ad altro.
È un prezzo che paghiamo tutti, anche chi oggi viene accusato di “non capire” o “non essere solidale”.
E i lavoratori?
Sono loro le vere vittime, ma non della legalità.
Sono vittime di una gestione che ha ignorato regole e limiti, e che oggi li usa come leva emotiva per spostare il dibattito.
È grave – gravissimo – aizzare i dipendenti contro i cittadini che chiedono semplicemente ciò che in una città normale non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione: che un bene pubblico sia gestito nel rispetto delle norme.
Alla fine, il senso del testo di Manna è limpido: non si tratta di una guerra personale, né di un attacco ai privati, né di un esercizio di moralismo.
È un atto d’amore verso Taranto.
Un richiamo alla responsabilità.
Un invito a guardare l’iceberg intero, non solo la parte che fa comodo mostrare.
Perché Taranto merita spazi pubblici restituiti alla comunità, non zone grigie dove l’abuso diventa prassi e la legalità un fastidio.
Merita amministrazioni che vigilano, non che chiudono gli occhi.
Merita cittadini informati, non manipolati.
Merita verità, non sceneggiature.
E soprattutto merita di non essere più spettatrice di un copione che conosce fin troppo bene: quello in cui chi viola le regole si presenta come vittima e chi le difende viene dipinto come nemico.
Questa volta no.
Questa volta l’iceberg si è capovolto.
E ciò che emerge non si può più ignorare.

