Debutta “La Pacciaredda”: trent’anni di Teatro Carmine e una storia nuova
In scena per la prima volta con il Gruppo Teatro Carmine – debutto 24 aprile, repliche 25-26 aprile e 8-9-10 maggio
Gaspare, “La Pacciaredda” debutta quest’anno, ma arriva dentro una storia lunga trent’anni: gli anni di vita del Gruppo Teatro Carmine. Che significato ha questo esordio?
«È vero, la commedia va in scena per la prima volta, ma nasce dentro una tradizione che dura da tre decenni. Ogni anno portiamo un lavoro nuovo, e questo debutto si inserisce in quella continuità. È come se il gruppo avesse un respiro proprio: ogni stagione un testo, ogni testo un pezzo di vita. “La Pacciaredda” è figlia di questa storia, ma porta una voce nuova, più tagliente, più intima.»
Il tema centrale è il “darsi agli altri”. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla vita quotidiana. Il gesto di darsi sembra semplice, ma è pieno di contraddizioni. Ci si può dare per amore, per responsabilità, oppure per convenienza. La commedia mette a nudo questa doppia motivazione. Lo fa con ironia, ma senza sconti: chi agisce col cuore si riconosce, chi recita una parte pure.»
La Pacciaredda è un personaggio-limite. Perché una figura così radicale?
«Perché la follia vera è uno specchio che non perdona. Lei è “pazza davvero”, non una caricatura. E allora la domanda diventa: chi è normale? Chi è folle? Chi dice la verità? La Pacciaredda non giudica, ma smonta le ipocrisie degli altri. È il punto di rottura che costringe tutti a guardarsi dentro.»
C’è una satira politica evidente, ma senza riferimenti a partiti. Una scelta voluta?
«Assolutamente sì. Non mi interessa la polemica partitica. Mi interessa il meccanismo della promessa vuota, del “vi do mari e monti”. È un fenomeno trasversale, eterno. La politica qui è un pretesto per parlare di autenticità. La satira funziona quando non si attacca a un colore, ma a un comportamento.»
Grottaglie è molto presente: ambienti, linguaggi, personaggi. Quanto conta questo radicamento?
«Conta tantissimo. I miei personaggi hanno il “DNA di Grottaglie”. Non perché siano macchiette, ma perché sono veri. La comunità si riconosce, e questo amplifica il messaggio. Anche temi che sembrano ovvi – come l’assistenza ai genitori – diventano meno scontati quando li metti in scena con sincerità.»
In questa edizione hai scelto di ridurre il tuo cameo. Perché?
«Perché volevo che la scena appartenesse agli altri. Il Gruppo Teatro Carmine è fatto di attori che hanno molto da dire. Il mio compito è farli emergere. Se un giorno servirà, il mio ruolo potrà riallargarsi. Ma questa volta era giusto così: lasciare spazio, dare fiducia.»
Le repliche hanno già un forte seguito. Cosa ti dice questo riscontro?
«Che il pubblico riconosce la coerenza. Io non faccio commedie “di moda”. Porto avanti una linea precisa: ironia, verità, niente ipocrisie. Non è uno stile per tutti, ma chi lo ama lo segue. E questo è il segnale più bello.»
C’è un’attenzione particolare ai giovani. Perché?
«Perché li vedo interessati ma spesso fermi. Parlare il loro linguaggio è fondamentale. Non basta invitarli: bisogna farli sentire parte del processo creativo. Con Auser, con le scuole, con i progetti futuri… voglio che abbiano spazio. La cultura si costruisce insieme.»
Se dovessi riassumere “La Pacciaredda” in una frase?
«Una commedia che ti fa ridere e poi ti chiede: “Quando ti dai agli altri, lo fai col cuore o per convenienza?”»
CHI è GASPARE MASTRO?
Gaspare Mastro è l’arte come memoria viva di Grottaglie
Nato a Grottaglie nel 1956, Gaspare Mastro appartiene a quella generazione di artisti che non hanno mai smesso di guardare la propria terra come una sorgente inesauribile. Cresciuto tra vicoli, botteghe e colori d’argilla, ha respirato fin da ragazzo l’atmosfera di una città che vive di mani, di gesti antichi, di creatività quotidiana. Non stupisce che la sua formazione sia passata dall’antico Istituto d’Arte oggi Liceo Artistico “Calò”, fucina di talenti e luogo dove Mastro ha affinato lo sguardo, prima ancora della tecnica.
Pittore, ceramista, uomo di teatro: definirlo con una sola etichetta sarebbe impossibile. La sua è una vocazione poliedrica, un’arte che si muove su più piani ma che ha un unico centro gravitazionale: Grottaglie. Nei suoi quadri, figurativi e caldi come la terra che li ispira, ritornano le tradizioni, i luoghi amati, i personaggi che hanno popolato la sua memoria. Ogni tela è un frammento di vita, spesso accompagnato da poesie in dialetto scritte di suo pugno, come se la parola avesse bisogno del colore per completarsi, e il colore della parola per respirare.
Il teatro arriva come un’estensione naturale di questo mondo. Mastro scrive e dirige commedie che parlano la lingua della gente, che raccontano la semplicità, i valori, le contraddizioni di una comunità. Le sue opere teatrali registrano spesso il tutto esaurito: non per moda, ma per riconoscimento. Il pubblico vede se stesso, si ritrova, si emoziona. È un teatro che non imita: restituisce. Che non inventa: ascolta. Che non giudica: osserva con ironia e affetto.
La “grottagliesità” è la sua cifra, ma non come nostalgia sterile. È una nostalgia attiva, che ricostruisce, che salva ciò che rischia di perdersi. Nei suoi quadri ritroviamo le chiese e le cappelle del centro storico, studiate con cura quasi devota; nelle sue mostre recenti compaiono nature morte che sembrano parlare, oggetti quotidiani che diventano simboli, memorie che si fanno forma.
Mastro non si è mai fermato. Continua a esporre, a raccontare, a donare alla città pezzi della sua visione. Su Facebook, sulla sua pagina ufficiale, scorrono ritratti, opere, momenti di vita artistica; su YouTube vivono le interviste, le presentazioni, i video delle sue mostre; su Oraquadra.info si ritrova la traccia scritta di un percorso che non smette di evolversi.
Gaspare Mastro è, in fondo, un narratore. Che usi il pennello, la penna o il palcoscenico, il suo racconto è sempre lo stesso: Grottaglie, la sua gente, la sua memoria. Un racconto che continua, anno dopo anno, come un filo che non si spezza.
La storia teatrale di Gaspare Mastro
Gaspare comincia nel dicembre del 1996, quando al Cinema Vittoria debutta “Nata a lu spizzu”. È il primo passo di un percorso che, anno dopo anno, diventerà un appuntamento fisso per la città. Due anni dopo, nel marzo 1998, sempre al Vittoria arriva “A casa di Don Pascali”, confermando che quella voce teatrale, ironica e profondamente radicata nella vita quotidiana, aveva già trovato il suo pubblico.
Nel 1999 il palcoscenico cambia: “Bbelli tiempi” approda al Teatro Monticello, luogo che diventerà la casa stabile delle produzioni future. L’anno successivo, nel giugno 2000, “Cì vué criti criti” viene rappresentata all’Auditorium del Liceo Artistico, un ritorno alle origini formative dell’autore.
Il 2001 porta in scena “Tutti a casa mea” nella Sala Teatro Carmine, mentre nel 2003 Mastro torna all’Auditorium con “La bbona strata”. Nel 2005, con “Lu spizziu”, il Teatro Monticello diventa definitivamente il centro della sua attività teatrale.
Da qui in avanti, ogni titolo è un tassello di un mosaico che racconta Grottaglie e la sua gente. Nel 2007 arriva “Cc’è cafeu”, nel 2009 una nuova edizione di “Bbelli tempi”, nel 2010 “La sacristia”. Il 2012 vede il debutto di una delle opere più articolate, “La capu è nu spuecchio ti cipodda, seguita nel 2013 da “Tutti a mari”.
Gli anni successivi consolidano un ritmo creativo costante: “La miticina ggiusta” nel 2014, “Lu condominio” nel 2015, “Senza nisciunu ntaresse” nel 2016, “Non c’eti comu a nuui” nel 2017. Nel 2018 arriva “La chiazza cuperta”, seguita nel 2019 da “L’uecchii ti luci”, ultimo spettacolo prima della lunga pausa imposta dagli anni difficili che seguiranno, quelli della Covid.
Il ritorno sul palco avviene nel 2023 con “La scatla parlanti”, accolta con entusiasmo dal pubblico. Nel 2024 è la volta de “L’amanti ti maritima”, mentre il 2025 vedrà il debutto di “Cì eti l’ultimu”, una sorta di sigillo simbolico su trent’anni di teatro, creatività e appartenenza.

