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NELLA DIMORA DELLA MEMORIA: Visita alla Casa Museo di Elisa Springer a Manduria

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In occasione della Giornata internazionale delle  Case della Memoria e dei Musei di personalità illustri il 18 ed il 19 aprile è stato possibile nella provincia di Taranto visitare la Casa Museo di Elisa Springer a Manduria. Varcare la soglia di questo scrigno della memoria, significa sospendere il passo e lasciare che il silenzio parli. Non è un luogo espositivo nel senso canonico del termine. È piuttosto un sacrario laico, un grembo di pietra e di luce dove il Novecento mostra la sua ferita più profonda e, insieme, la sua più ostinata volontà di redenzione. Qui, tra le mura che accolsero Elisa dopo l’inenarrabile, ogni oggetto, ogni fotografia, ogni pagina ingiallita diventa reliquia di un’esistenza che ha attraversato l’abisso e ha scelto di tornare per raccontare.
Elisa Springer, viennese di nascita, da genitori benestanti, e sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau, giunse a Manduria nel dopoguerra. Non fu una scelta casuale. Dopo la liberazione e il ritorno alla vita, l’Europa le appariva satura di echi e di ombre. Qui trovò, grazie al suo sposo conosciuto durante la prigionia, un lembo di terra dove il sole avesse un suono diverso, dove la lingua fosse nuova e la pietra antica abbastanza da accogliere il peso del suo vissuto senza giudicarlo. Manduria, con i suoi vicoli di calce, i messapi sepolti e la vastità del Primitivo che colora le campagne, divenne il suo eremo operoso.
La casa si sviluppa su due livelli, sobria all’esterno, quasi mimetizzata tra le abitazioni del centro storico. La facciata, in tufo locale, non ostenta nulla. Solo una targa discreta ricorda chi vi abitò. È varcando il portone in legno scuro che si compie il primo rito di passaggio. Già qui si percepisce la cifra della dimora: essenziale, mediterranea, eppure percorsa da una tensione morale che la rende diversa da ogni altra casa del circondario.
Al piano terra si apre la sala della testimonianza. Le pareti, dipinte di un bianco calcinato, ospitano teche e pannelli che ripercorrono la parabola di Elisa: l’infanzia viennese, gli studi, l’arresto, la deportazione, il ritorno. Il percorso museale rifugge ogni spettacolarizzazione. Non vi sono ricostruzioni immersive né effetti ad alto tasso emotivo. A parlare sono i documenti originali: il numero di matricola tatuato sul braccio, qui riprodotto su una pergamena, le lettere dal campo intercettate dalla censura, il passaporto con il timbro J che marchiava gli ebrei. Gli oggetti e la loro eloquenza muta palpitano di vita. La camera da letto è intatta. Un letto singolo in ferro battuto, coperto da una coperta di lana grezza. Sul comodino, un volume di poesie di Paul Celan con le pagine fittamente annotate. Accanto, gli occhiali dalle lenti spesse. Sul cassettone, fotografie: i genitori, scomparsi nella Shoah, e un ritratto di Manduria negli anni Settanta, con le campagne ancora intatte.
 Scrivere, per lei, era un dovere per non dimenticare tanto é vero che ha composto due libri  L’eco del silenzio e Il silenzio dei vivi.
Ciò che colpisce, aggirandosi tra le stanze, è la misura. Nulla è sovrabbondante. La sua pedagogia della memoria non aveva cattedre. Aveva una teiera e il tempo dell’ascolto.
Nel corridoio, una vetrina custodisce i pochi oggetti che Elisa riuscì a portare con sé dopo la liberazione: un cucchiaio di latta del campo, un fazzoletto ricamato dalla madre, un libricino di preghiere nascosto durante la prigionia. Sono lacerti di vita, sopravvissuti come lei. La loro esposizione non cede al feticismo del dolore. Sono disposti con pudore, accompagnati da didascalie essenziali che restituiscono il contesto senza retorica.
Le guide  narrano la sua vita privata e pubblica mostrando al visitatore  i  filmati, dove la Springer raccontava le sue drammatiche esperienze  col fine di  dare voce a chi non è sopravvissuto ai lager nazisti. Dopo aver abitato l’inferno, aveva scelto di misurare i giorni sul ritmo delle stagioni, sul profumo delle erbe. Non oblio, ma riconciliazione con i il tempo. La storia, qui, non urla, parla invece sommessamente.
La Casa museo non è un mausoleo. Fin dai primi anni dopo la scomparsa di Elisa, avvenuta nel 2004, l’abitazione è divenuta centro di didattica attiva. La Fondazione che la gestisce organizza laboratori per le scuole, incontri con storici, seminari sulla trasmissione della memoria. Nella sala al piano terra, una volta al mese, si tiene il “Tavolo di Elisa”: studenti, docenti e cittadini si riuniscono per leggere ad alta voce pagine di testimoni e discutere di diritti, di indifferenza, di responsabilità. È il lascito più vivo di Springer era ciò che lei ripeteva che ricordare non basta. Occorre comprendere i meccanismi che conducono alla disumanizzazione, per disinnescarli nel presente.
 Manduria  differentemente dai luoghi del suo martirio con le sue mura e le sue cripte, le offrì un radicamento arcaico, un tempo lungo in cui inserire la sua ferita novecentesca.
Visitare la Casa museo significa dunque compiere un viaggio doppio: dentro la biografia di una donna e dentro la coscienza d’Europa. Significa capire che la memoria, per non farsi monumento sterile, deve abitare le case, i gesti quotidiani.
Questo luogo non chiede commozione a buon mercato. Chiede assunzione di responsabilità. Chiede di varcare la soglia come persone diverse da quelle che sono entrate.

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