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Sinfonie Viscerali. Tracce di “Luce e Materia”

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Di Antonio Caramia 

La ricerca archeologica dell’emozione di Silvia Pastano

La produzione artistica di Silvia Pastano si configura come un viaggio emozionale dove la materia pittorica e il gesto istintivo diventano strumenti di indagine del profondo. Osservando queste opere, si percepisce immediatamente una tensione vibrante tra la figurazione accennata e l’astrazione pura, un equilibrio precario che l’artista gestisce con una notevole sensibilità cromatica. Le sue tele non cercano di riprodurre la realtà ottica, ma ne estraggono l’essenza emotiva attraverso sovrapposizioni di strati, graffiature e colature che conferiscono alla superficie una qualità tattile quasi organica.

Nelle composizioni dominate dal blu profondo e dalla presenza di astri dorati, emerge una dimensione cosmica e solitaria. Qui, la Pastano sembra dialogare con l’immaginario di Joan Miró per quanto riguarda la semplificazione dei simboli celesti, ma lo fa con una densità materica che ricorda più da vicino l’espressionismo astratto di Jackson Pollock, specialmente nell’uso del dripping e della linea intrecciata che non definisce contorni, ma crea ritmi energetici. Il modo in cui la luce, spesso rappresentata da grandi dischi luminosi o da bagliori dorati, emerge dall’oscurità richiama le atmosfere notturne di James Whistler, sebbene filtrate attraverso una lente contemporanea molto più aggressiva e viscerale.

In altre opere, dove il colore esplode in tonalità calde di rosso, giallo e viola, è impossibile non tracciare un parallelo con l’espressionismo di Emil Nolde o le astrazioni liriche di Wassily Kandinsky. La Pastano condivide con questi maestri la convinzione che il colore possieda un potere spirituale autonomo. Tuttavia, la sua tecnica si sposta verso una fisicità che strizza l’occhio all’Informale europeo di Alberto Burri o Antoni Tàpies, specialmente quando inserisce elementi che sembrano quasi scarti naturali o fibre tessili, trasformando il quadro in un reperto, in una traccia di vita vissuta. Anche nei ritratti, dove il volto è parzialmente celato da una tempesta di pennellate, si avverte un’eco della pittura di Francis Bacon nella sua capacità di trasfigurare la carne in emozione pura, sebbene la Pastano mantenga una grazia cromatica che mitiga l’inquietudine in favore di una ricerca estetica più armoniosa.

La sua è una pittura “di getto” ed è un esempio di grande autenticità. Spesso questo approccio viene erroneamente scambiato per improvvisazione priva di controllo; al contrario, nell’opera della Pastano, la spontaneità è l’approdo di una disciplina interiore che permette all’inconscio di affiorare senza filtri razionali. La sua qualità principale risiede nella capacità di mantenere la freschezza dell’impulso iniziale pur costruendo strutture visive complesse. Non c’è compiacimento decorativo, ma una necessità comunicativa che trasforma il “getto” in un linguaggio strutturato. L’artista dimostra una padronanza nel gestire l’imprevisto della macchia e della colata, trasformando quello che potrebbe essere un errore in un perno visivo fondamentale. In questa immediatezza, la Pastano riesce a catturare l’impermanenza di un momento o di un sentimento, rendendo visibile l’invisibile e offrendo allo spettatore non un’immagine da guardare, ma un’esperienza da attraversare.

Analizzando la matericità e la resa visiva delle opere di Silvia Pastano, emerge un utilizzo sapiente e stratificato di tecniche miste, dove il confine tra pittura e scultura bidimensionale si fa estremamente labile. L’artista non si limita alla stesura del colore, ma costruisce la superficie del quadro attraverso un processo di addizione e sottrazione che conferisce alle tele una profondità quasi geologica.

In alcune opere, come quella che ritrae steli simili a canne al vento, è evidente l’inserimento di elementi polimaterici ed elementi naturali o sintetici applicati a collage. Questi inserti vengono inglobati nella resina o nel colore stesso, creando un effetto di fossilizzazione contemporanea. L’artista sembra inoltre che voglia praticare il grattage, ovvero la rimozione parziale del colore ancora fresco tramite spatole o strumenti appuntiti, per far riemergere gli strati cromatici sottostanti; questa tecnica “a scavo” o di semplice pulitura rivela una volontà di ricerca archeologica dell’emozione, dove la bellezza risiede proprio in ciò che viene svelato sotto la superficie.

 

 

Antonio Caramia

 


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