A Grottaglie, la bellezza come atto politico: il pensiero di Barbara Nappini, la voce di Emilia Blasi e la sapienza generativa di Maria Carmela D’Acunto
Dalla visione di Barbara Nappini alle testimonianze di Emilia Blasi e Maria Carmela D’Acunto: nell’Ex Convento dei Cappuccini il cibo diventa atto politico, gesto generativo e scelta quotidiana di cura del territorio
Grottaglie (Ta) – All’Ex Convento dei Cappuccini l’atmosfera è densa, quasi sospesa. La Città delle Ceramiche accoglie Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, per la presentazione de La natura bella delle cose, e la sala gremita racconta già da sola il bisogno di ascolto e di comunità. Il dialogo con Manolo Ghionna (Slow Food – Vigne e Ceramcihe), Raffaella Capriglia e le donne del territorio scorre come una conversazione autentica: si parla di cura, responsabilità, cibo come relazione, bellezza come scelta quotidiana. Nappini ascolta, intreccia, rilancia. Il suo intervento è fermo e gentile, capace di riportare ogni riflessione alla concretezza dei gesti.

Ed è proprio da qui che parte la sua analisi più lucida e scomoda: il cibo, oggi, non è più soltanto nutrimento. Da quando negli anni ’90 Goldman Sachs ha inserito le materie prime alimentari nei listini finanziari, il cibo è diventato una commodity, uno strumento di speculazione. È lì che si è spezzato il legame tra produzione e diritto: un terzo del cibo mondiale viene buttato, eppure milioni di persone non mangiano non per scarsità, ma per mancanza di accesso economico. «Non si muore di fame perché il cibo non c’è, ma perché non è per tutti», ricorda Nappini.

La politica, schiacciata dalle logiche del profitto, ha smesso di governare e ha iniziato a inseguire l’economia. Per Slow Food, invece, il cibo deve uscire dalle logiche speculative ed entrare in una dimensione etica, governata da comunità, territori, istituzioni capaci di mettere al centro il bene collettivo. È un discorso che tocca la crisi climatica, i flussi migratori, la sostenibilità, fino alla prima partecipazione della presidente a Terra Madre: uno sguardo incantato, dice lei, davanti alla bellezza naturale delle cose.
I numeri confermano la distorsione: l’ultima indagine Smea mostra che, su 100 euro spesi al supermercato, solo 7 euro arrivano al contadino. Se il prodotto è trasformato, la quota scende a 1,50 euro. Il resto si disperde in una filiera che premia tutto tranne chi produce.

In questo quadro si inserisce la testimonianza potente di Emilia Blasi, giovane e coraggiosa coltivatrice del territorio. Dopo anni a Roma e un lavoro stabile, ha scelto di tornare a casa per costruire un progetto agricolo pulito, rigenerativo, radicato nella terra e aperto al mondo.
«Abbiamo terreni che sono quasi deserti dopo la rivoluzione verde. Dobbiamo tornare a guardare cosa c’è sotto i nostri piedi», racconta.
La sua è agricoltura organico-rigenerativa: restituire vita al suolo invece di consumarlo. Una scelta che spesso significa sentirsi soli, ma che trova forza nella rete, nella comunità, nelle condotte Slow Food.
Accanto a lei, la voce di Maria Carmela D’Acunto, cuoca dell’Alleanza, aggiunge un tassello decisivo: quello della trasformazione, della cucina come atto generativo.
«L’Alleanza è un’unione», dice. «Se siamo uniti, riusciamo a stare vicino ai più piccoli e a fare cultura, rete, sinergia».
Maria Carmela conosce bene la fatica dei produttori: lavora ogni giorno con Emilia, ne vede le difficoltà, la tenacia, la verità dei prodotti. «So cosa significa spiegare che una foglia di spinacio ha un buco perché ci è passata una lumachina. So cosa significa un’uva non brillante ma buona. Questo è creare sinergia».
Per lei, cucinare è un gesto materno, un atto di responsabilità verso chi produce e verso chi mangia. «Io genero tutti i giorni», dice. Genera quando accoglie un prodotto e gli dà vita, quando insegna ai ragazzi dell’alberghiero che ogni materia prima va amata, rispettata, capita. «Anche l’ingrediente più semplice può diventare straordinario». Il menù preparato con gli studenti per l’evento lo dimostra: uso consapevole, zero sprechi, rispetto delle stagioni, niente addensanti o scorciatoie industriali. Solo verità.
Il suo invito ai giovani è diretto, quasi un passaggio di testimone:
«Ogni volta che toccate un alimento, sappiate amarlo. Mettete cose buone a tavola. Rispettate la natura, rispettate le donne, rispettate la bellezza delle cose».
Il buffet finale – con i prodotti del Mercato della Terra, il lavoro dell’I.P.S.S.E.O.A. Mediterraneo e la mano sapiente di Maria Carmela – traduce in pratica ciò che il libro racconta: la bellezza come gesto quotidiano, come scelta possibile.
Le persone restano, si confrontano, sfogliano il volume. L’eco dell’incontro non si esaurisce nella sala: è un invito a riconoscere la bellezza essenziale delle cose e a difenderla, ogni giorno, attraverso il cibo, la terra, le relazioni, la comunità.

