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BAROCCO E NEOBAROCCO: DA RUBENS A MITORAJ: quando il tempo si piega nelle sale del Castello Imperiali

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Dal 21 marzo 2026 le sale storiche del Castello Imperiali di Francavilla Fontana si sono aperte a un dialogo che attraversa

autoritratto giovanile (25 anni) di Gian Lorenzo Bernini 1623

quattro secoli di storia dell’arte. “Barocco e Neobarocco. Da Rubens a Mitoraj” non è una semplice esposizione antologica, ma un progetto curatoriale che interroga il presente attraverso il filtro di una delle stagioni più dirompenti e teatrali dell’arte europea. Organizzata da Micexperience Puglia Rete d’Imprese e dal Comune di Francavilla Fontana, nell’ambito del protocollo Puglia Walking Art e con la collaborazione della Direzione Regionale Musei Nazionali Puglia, la mostra si propone come un ponte tra il Seicento e la contemporaneità, tra la luce tagliente di Caravaggio e i bronzi frammentati di Igor Mitoraj.

La curatela è affidata a Pierluigi Carofano, storico dell’arte e docente, che muove dal saggio L’età neobarocca di Omar Calabrese per costruire un itinerario in cui la tensione emotiva, la complessità formale e la teatralità barocca trovano una nuova eco nei linguaggi visivi del Novecento e del Duemila. L’obiettivo è ambizioso: dimostrare che il Barocco non è un periodo chiuso nel 1650, ma una modalità del pensiero e della rappresentazione che riemerge ciclicamente, soprattutto quando la cultura avverte il bisogno di esplorare il limite, l’eccesso.
Prima di entrare nel merito delle opere, è necessario fermarsi sulla sede. Il Castello Imperiali, con la sua imponente mole quadrangolare e il bastione angolare, è uno dei più significativi esempi di architettura fortificata del Salento. Edificato nel XV secolo e trasformato nel Settecento in residenza nobiliare dalla famiglia Imperiali, il castello conserva intatto il carattere di luogo di passaggio tra difesa e rappresentazione, tra spazio chiuso e apertura scenica.
Questa doppia natura lo rende una cornice ideale per una mostra sul Barocco. Il Barocco, infatti, è l’arte della soglia: della transizione tra interno ed esterno, tra realtà e illusione, tra materia e luce. Le volte affrescate, i saloni ampi, le prospettive a cannocchiale del castello dialogano naturalmente con i dipinti e le sculture in esposizione, creando un’esperienza immersiva che non si limita alla contemplazione estetica ma coinvolge il corpo del visitatore nello spazio.
L’allestimento, progettato in forma immersiva, accompagna questo dialogo con pannelli bilingue in italiano e inglese, apparati didattici estesi e un catalogo-guida che vuole rendere l’esperienza accessibile non solo agli studiosi ma anche ai visitatori occasionali e ai gruppi scolastici. È una scelta coerente con lo spirito di Puglia Walking Art, progetto che mira a diffondere la cultura fuori dai grandi centri, valorizzando il patrimonio locale attraverso l’arte contemporanea.
“Liberazione di San Pietro dal carcere” di Matthias Stom XVII secolo

Per comprendere la posta in gioco della mostra è necessario tornare al Seicento. Il Barocco nasce nel clima della Controriforma cattolica come risposta visiva alla crisi religiosa e intellettuale aperta dal Protestantesimo e dal razionalismo. La Chiesa di Roma aveva bisogno di un’arte che toccasse le corde emotive del fedele, che lo coinvolgesse fisicamente, che lo persuadesse senza ricorrere solo alla parola.

Da questa esigenza nasce un’estetica nuova, fondata su tre pilastri: movimento, luce, pathos. Le figure non sono più immobili e solenni come nel Rinascimento, ma colte in un istante di azione, in una torsione del corpo, in un’esplosione di sentimenti. La luce non è più diffusa e razionale, ma proviene da una fonte nascosta, squarcia il buio e crea contrasti drammatici. Lo spazio non è più geometrico e misurabile, ma si apre in profondità, si rompe, si moltiplica.
Peter Paul Rubens è l’incarnazione più compiuta di questo spirito. Nelle sue opere la materia pittorica diventa carne viva, le figure si intrecciano in vortici dinamici, i colori accesi esplodono sulla tela. Rubens non dipinge la realtà come appare, ma come viene percepita in un momento di massima intensità emotiva. La Regina Tomiri e la testa di Ciro ( immagine in evidenza)  è una scena di trionfo e giustizia che mostra l’uso drammatico del colore.
Accanto a Rubens, la mostra presenta Anthony van Dyck, il suo allievo più raffinato, che porta il barocco nella ritrattistica di corte con un’eleganza e una psicologia che influenzeranno per secoli la pittura europea. Poi Gian Lorenzo Bernini, scultore-architetto che trasforma il marmo in stoffa mossa dal vento e in carne pulsante, come nella Estasi di Santa Teresa. E ancora Pietro da Cortona, con i suoi cicli affrescati che aboliscono il soffitto e aprono il cielo, e Guido Reni, con la sua grazia classicheggiante che addolcisce il dramma barocco.
Questi artisti non lavorano per un pubblico di intenditori. Lavorano per la folla, per il popolo che entra nelle chiese e deve essere convertito, commosso, trascinato. Il Barocco è la prima arte di massa della storia moderna.
Se il Barocco è una risposta alla crisi del Cinquecento, il Neobarocco è una risposta alla crisi del Novecento. Il termine, reso celebre dal saggio di Omar Calabrese del 1987, non indica una semplice citazione stilistica del Seicento, ma una sensibilità diffusa che attraversa la cultura contemporanea: dal cinema alla moda, dall’architettura alla letteratura.
Il Neobarocco si caratterizza per il gusto del frammento, del dettaglio, della ripetizione, del caos ordinato. È l’estetica del labirinto, della superficie sovraccarica, della contaminazione tra codici alti e bassi. In un’epoca dominata dalla frammentazione dei media e dalla crisi delle grandi narrazioni, il Neobarocco rifiuta la linearità razionalista e abbraccia la complessità, l’ambiguità, la molteplicità dei punti di vista.
Nella mostra di Francavilla Fontana questo concetto trova espressione nel confronto con tre figure fondamentali del Novecento: Giorgio de Chirico, Tano Festa e Igor Mitoraj.
“L’archeologo pensatore” di Giorgio de Chirico 1972

Giorgio de Chirico, con la sua pittura metafisica, anticipa il Neobarocco già negli anni Dieci. Le sue piazze deserte, le statue classiche, le ombre lunghe creano un’atmosfera sospesa che rievoca il teatro barocco senza citarlo direttamente. È un Barocco senza pathos, raffreddato, intellettuale, dove l’architettura diventa scena di un dramma assente.

Tano Festa, esponente della Scuola di Piazza del Popolo, opera negli anni Sessanta-Settanta una rilettura ironica e pop dell’arte del passato. Le sue riproduzioni frammentate di Michelangelo o di Canova sono un omaggio e al tempo stesso una profanazione, un modo per far esplodere l’aura dell’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica. È Barocco in quanto eccesso, accumulo, citazione stratificata.
Igor Mitoraj chiude idealmente il cerchio. Scultore polacco attivo tra Parigi e la Toscana, Mitoraj lavora sul corpo umano frammentato, sulle teste acefale, sui torsì classici corrosi dal tempo. Eppure sono contemporanei, perché parlano della fragilità dell’uomo post-moderno, della sua identità spezzata, della sua nostalgia per l’armonia perduta. In Mitoraj il pathos barocco si trasforma in malinconia neobarocca: non più l’estasi mistica di Bernini, ma il silenzio interrogativo di una forma che si sgretola.
Il cuore della mostra è proprio questo confronto. Mettere Rubens accanto a Mitoraj non significa dire che uno copia l’altro. Significa mostrare come alcuni problemi artistici rimangano invariati attraverso i secoli, anche se cambiano i linguaggi.
Il primo problema è quello dello spazio. Nel Barocco lo spazio è dinamico, scenografico, teatrale. Bernini progetta il colonnato di San Pietro come una scenografia che abbraccia il fedele. Rubens costruisce le sue composizioni come palcoscenici in cui l’azione esplode verso lo spettatore. Nel Neobarocco lo spazio si frantuma, si moltiplica, diventa virtuale.
“Detroit” di Tano Festa di Tano Festa 1967

Il secondo problema è quello della materia. Il Barocco ama la materia che si trasforma: il marmo che diventa pelle, il bronzo che diventa drappo, la pittura che diventa carne. Il Neobarocco eredita questa fascinazione ma la rovescia: Mitoraj mostra la materia che si decompone, che si corrode, che perde la sua integrità. È lo stesso amore per la tattilità, ma con un segno opposto.

Il terzo problema è quello dell’immagine. Il Barocco costruisce immagini forti, immediatamente leggibili, capaci di comunicare anche a chi non sa leggere. Il Neobarocco problematizza l’immagine, la frammenta, la mette in dubbio. Tano Festa prende un’immagine iconica della tradizione e la decontestualizza, obbligando lo spettatore a ripensarla.
Una mostra di questo livello in una città di 36.000 abitanti come Francavilla Fontana ha un valore che va oltre l’aspetto culturale. È un segnale di come la Puglia stia ripensando il proprio ruolo nel mondo del panorama artistico nazionale.
Il protocollo Puglia Walking Art nasce proprio con questo scopo: creare una rete di eventi che colleghino i centri minori attraverso l’arte contemporanea, generando turismo culturale e formazione. Francavilla Fontana, con la sua posizione strategica tra Brindisi e Taranto e con il suo ricco patrimonio storico, diventa così un nodo di questa rete.
“Icaro cielo bianco” di Igor Mitoraj 2014

Il Castello Imperiali non è solo un contenitore neutro. La sua storia di residenza nobiliare settecentesca, già intrisa di gusto barocco salentino, crea una risonanza con le opere esposte. Il Barocco salentino, con le sue facciate riccamente scolpite in pietra leccese, è una declinazione locale del Barocco europeo, caratterizzata da una ornamentazione più ricca e popolare. Mettere Rubens e Bernini accanto a Mitoraj in questo contesto significa anche rileggere la tradizione locale alla luce di un contesto internazionale.

Un aspetto fondamentale del progetto è l’attenzione al pubblico scolastico. Gli apparati didattici estesi e il catalogo bilingue non sono un semplice supporto, ma parte integrante del percorso espositivo. L’idea è educare a uno sguardo non lineare, capace di cogliere le connessioni tra epoche diverse.
L’arte non è una successione di stili a compartimenti stagni, ma un flusso continuo di domande e risposte. Significa capire che il frammento di una statua greca può parlare allo stesso modo di un corpo contorto in un dipinto seicentesco: entrambi parlano della condizione umana.

“Il concerto” di Bernardo Strozzi, XVII secolo
Barocco e Neobarocco. Da Rubens a Mitoraj ci ricorda che gli stili non muoiono. Si trasformano, si ibridano, riemergono quando le condizioni culturali lo richiedono. Il Barocco è nato in un’epoca di crisi delle certezze. Il Neobarocco riemerge in un’epoca di crisi delle narrazioni. In entrambi i casi l’arte risponde con un aumento di complessità, con un rifiuto della semplificazione, con una celebrazione della molteplicità.
Il Castello Imperiali, con le sue pietre antiche e le sue sale restaurate, diventa per tre mesi un laboratorio in cui il passato non è un museo ma un interlocutore vivo. Il visitatore esce non solo con l’immagine di un dipinto o di una scultura nella mente, ma con una nuova consapevolezza: che la cultura è un dialogo continuo, e che ogni epoca può parlare con quella che l’ha preceduta se qualcuno ha il coraggio di metterle nella stessa stanza.
In un tempo dominato dall’immediatezza e dalla superficie, questa mostra è un invito a rallentare, a guardare meglio, a riconoscere le stratificazioni. Perché solo chi sa vedere la profondità può capire la superficie. E solo chi conosce il Barocco può comprendere davvero il nostro presente.

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