La Pacciaredda – Trent’anni di teatro che somiglia alla sua gente
Grottaglie (Ta) – Ci sono appuntamenti che non hanno bisogno di essere segnati sul calendario: li riconosci dal passo, dal mormorio della sala, da quel modo tutto grottagliese di prepararsi a ridere prima
ancora che si alzi il sipario.
Così, anche quest’anno, sono tornata a vedere la nuova commedia del Gruppo Teatro Carmine, un rito che si ripete da trent’anni e che continua a tenere insieme una comunità intera.

È una storia che nasce da lontano, da un’idea semplice della Congrega del Carmine, quando Gaspare Mastro — allora giovane, oggi maestro riconosciuto nella pittura e nella decorazione ceramica — decise che anche i ragazzi della congrega meritavano un palco, un luogo dove raccontarsi e riconoscersi.
Non c’era ambizione professionale, non c’era la pretesa di “fare teatro”: c’era il desiderio di dare forma a ciò che siamo. E forse è proprio per questo che quel seme ha messo radici così profonde.
La Pacciaredda è figlia di questa storia, commedia in due atti scritta, sceneggiata e diretta da Gaspare Mastro.
Non imita, non rincorre modelli, non cerca effetti speciali.
È un teatro che si nutre della vita quotidiana, delle nchiosce, delle voci che si intrecciano, delle ironie che smussano le fatiche del vivere. È un teatro che non inventa: osserva.

Gaspare Mastro ha detto con la sua consueta semplicità: i personaggi nascono dalle persone, non il contrario. E infatti ogni ruolo sembra cucito addosso a chi lo interpreta, come un abito che non ha bisogno di essere adattato.
Agata Lanucara, nei panni di Peppina, entra in scena come un piccolo terremoto buono:

pittoresca, spontanea, irresistibile. È uno di quei personaggi che non si recitano, si abitano.
Grazia Lupo, Margherita, è un monumento alla verve grottagliese: ironica, precisa, capace di maneggiare il dialetto con una naturalezza che non è mai caricatura ma identità. Tiene la scena con una sicurezza che trascina.
E poi c’è Franco Quaranta, Massimo, con il suo linguaggio “zagalato”, le lettere che mancano, la comicità che nasce dalla fragilità e non dalla derisione. La sua improbabile candidatura a sindaco mette in moto l’intera nchioscia, creando un vortice di situazioni che fanno ridere perché sono vere.
In mezzo a loro, come sempre, compare Tonino, interpretato da Mastro: il “diversamente abile mentale” che attraversa le sue commedie come un filo rosso. Non è mai macchietta: è la parte più fragile della comunità, quella che chiede protezione e ricorda a tutti che l’umanità non è un concetto astratto, ma un gesto quotidiano. Poi tutto il resto degli interpreti/ personaggi hanno fatto da ottimo corollario scenico interpretativo che hanno ancora una volta incorniciato un bel successo per questa commedia dal tutto esaurito per le sei repliche (anche quelle di maggio).
A fine spettacolo, è salito sul palco don Alessandro, parroco della chiesa Madonna del Carmine.
Le sue parole hanno aggiunto una profondità inattesa, ma perfettamente coerente con ciò che avevamo appena visto.

Ha parlato dell’amore:
di quello contaminato dagli interessi, dalle debolezze, dalle macchie inevitabili della vita;
di quello che la quotidianità purifica, riportandolo alla sua essenza più vera;
di quello che, pur non essendo mai nominato, attraversa la commedia come una presenza silenziosa.
Ha ricordato che l’amore che dona, che protegge, che si offre senza chiedere nulla, è lo stesso che la comunità cristiana riconosce come fondamento.
E ha ringraziato il gruppo per ciò che trasmette non solo alla città, ma anche alla parrocchia: una presenza discreta, rumorosa solo durante le prove, ma capace di fare compagnia anche quando non si vede.
E così, La Pacciaredda diventa molto più di una commedia riuscita.
È la conferma che quel progetto nato trent’anni fa nella Congrega del Carmine non ha perso la sua forza: raccontare Grottaglie a Grottaglie, con ironia, con verità, con un senso profondo di comunità.
È un teatro che non si esaurisce perché non finge: si rigenera.
E mentre il pubblico applaude, Gaspare Mastro annuncia già il titolo della prossima commedia: La Scarpetta.
Un titolo semplice, come tutto ciò che funziona davvero.
Un titolo che promette un altro anno di risate, di umanità, di storie che ci somigliano.
Finché “il Signore vuole” ha concluso Gaspare Mastro.

