APERTAMENTE di Lilli D’Amicis – Castello Episcopio: le domande che nessuno vuole affrontare
Ci sono momenti in cui il giornalismo deve smettere di rincorrere le dichiarazioni e iniziare a porre domande. Domande vere, non di cortesia. Domande che illuminano ciò che da troppo tempo resta in ombra.
Il Castello Episcopio è uno di questi casi alla luce degli ultimi avvenimenti.
Da oltre cinquant’anni Grottaglie ripete gli stessi errori, come se il suo monumento identitario fosse un oggetto decorativo e non un’infrastruttura culturale strategica. Lo dice da anni l’architetto Antonio Fanigliulo, uno dei pochi ad aver studiato il Castello con metodo, rigore e responsabilità. Ma le sue parole sembrano scivolare addosso a chi governa.
E allora, se le risposte non arrivano, è il momento di cambiare prospettiva: partire dalle domande.
Domande che non cercano lo scontro, ma la verità.
Chi ha deciso che il Castello dovesse restare un bene “locale”, quando altrove strutture analoghe sono diventate poli regionali?
È una scelta politica, tecnica o semplicemente un’abitudine amministrativa mai messa in discussione?
Quali atti concreti dimostrano che la gestione del Castello è stata frammentaria, episodica, priva di una visione?
Perché nessuno ha mai avuto il coraggio di dichiarare che un monumento di questa portata non può dipendere dal ciclo elettorale?
Per quale motivo non si è mai avviato un percorso verso una Fondazione o un modello di governance indipendente?
È mancanza di volontà, di competenze o di trasparenza?

Quali interventi fondamentali sono stati rimandati, e con quali conseguenze sullo stato di conservazione del Castello?
Perché si continua a parlare di “rigenerazione” senza affrontare le vulnerabilità strutturali che Fanigliulo denuncia da anni?
Quali competenze mancano oggi all’interno del Comune per gestire un bene monumentale con criteri contemporanei?
E perché non si è mai aperto un confronto pubblico su questo punto?
Che futuro avrà il Castello se continuerà a essere trattato come un contenitore per eventi e non come un’infrastruttura culturale territoriale?
La parola “eutanasia”, usata dall’architetto, non è una provocazione: è una diagnosi.
Non è più tempo di slogan, né di passerelle.
Il Castello Episcopio non è un fondale per fotografie istituzionali: è un organismo vivo, fragile, che chiede competenza, visione e responsabilità.
E allora sì, oggi più che mai servono domande.
Domande che non cercano colpevoli, ma soluzioni.
Domande che non accusano, ma pretendono chiarezza.
Domande che una comunità ha il diritto di porre e che chi governa ha il dovere di affrontare.
E a proposito di chiarezza val bene precisare sull’uso del termine ristrutturazione e come affermava Nanni Moretti nel film “Palombella rossa”: “Le parole sono importanti!!!”, anche in questo caso bisogna utilizzare le parole giuste: Consolidamento strutturale e Restauro conservativo della materia.
Le problematiche che affliggono uno dei nostri simboli architettonici della Città di Grottaglie, ovvero il Castello episcopio, sono ben più gravi di un edificio da sottoporre a semplice ristrutturazione; ci troviamo di fronte a problematiche che contraddistinguono un fabbricato, vincolato in modo diretto, in collabenza e quindi necessitante di lavori di consolidamento ultra specialistici nel campo dei Beni Culturali, perché un monumento non muore all’improvviso: muore quando smettiamo di guardarlo per ciò che è.
E Grottaglie, questo, non può permetterselo.

