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TRAME D’IDENTITÀ: TRA SEGNO, MATERIA E VISIONE. LA FORZA DELL’ASTRATTISMO

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di Antonio Caramia 

L’attuale mostra presso Appia Road Gallery di arte contemporanea si manifesta in questa selezione di opere come un dialogo vibrante tra materia, segno e astrazione, dove ogni autore sembra scavare in una dimensione psicologica differente

Grottaglie (Ta) – Osservando il lavoro di Dino Ventura, ci si imbatte in una composizione di forte impatto grafico e concettuale; l’artista utilizza la parola e il segno nero, quasi calligrafico, per ancorare

Dino Ventura

un fondo cromaticamente eterogeneo, dove il testo “Sguardi che spiegano le ali” agisce come un ponte tra l’immagine e il pensiero poetico.

La sua capacità di far convivere geometrie taglienti e campiture sfumate rivela una ricerca sulla comunicazione che supera il visivo per farsi riflessione filosofica. Spostandoci verso una dimensione più tattile e sensoriale, l’opera di Amelia Prete colpisce per la sua densità materica. Qui la pittura si spoglia della necessità di rappresentare figure definite per farsi sostanza pura, una cascata verticale di sedimentazioni che evoca elementi naturali come la roccia o l’acqua. Il contrasto tra l’oro luminoso della parte superiore e le profondità cerulee di quella inferiore suggerisce una sorta di genesi cosmica o terrestre, dove la luce sembra filtrare attraverso strati di tempo e materia accumulata con sapiente vigore gestuale.

Amelia Prete

L’astrazione di Silvia Pastano si colora invece di toni notturni e misteriosi, quasi espressionisti. Le sue pennellate, cariche di una vitalità inquieta, creano un paesaggio dell’anima dove il rosso acceso emerge come un grido da un’oscurità dominata dai blu profondi e dai neri. È un’arte che sembra nutrirsi di contrasti violenti e riflessi improvvisi, ricordando quasi una città riflessa nell’acqua o una foresta in fiamme sotto la luna, invitando lo spettatore a perdersi in una narrazione emotiva non lineare ma estremamente coinvolgente.

Silvia Pastano

Un approccio radicalmente diverso è quello proposto da Alessandro D’Elia, che sceglie la via di un surrealismo biomorfo e giocoso. Su un fondo giallo saturo e vibrante, le sue forme organiche sembrano fluttuare come microrganismi o creature oniriche dotate di una propria coscienza. La scelta cromatica audace e la morbidezza delle linee conferiscono all’opera una qualità ipnotica e quasi infantile nel senso più alto del termine, ovvero capace di guardare al mondo con uno stupore nuovo, ridisegnando la realtà attraverso una lente fantastica e ironica.

Alessandro D’Elia
Unberto Colapinto

Infine, Umberto Colapinto ci riporta a una dimensione architettonica e paesaggistica trasfigurata dal ricordo. La sua veduta, pur mantenendo legami con la figurazione, si sfalda in una sintesi geometrica delicatissima, dove le case e i tetti diventano volumi di colore pastello. C’è una malinconia dolce in questa scomposizione della realtà, un silenzio sospeso che trasforma il borgo in un luogo metafisico. La sua è una pittura di sottrazione, dove ogni segno è calibrato per evocare un’atmosfera piuttosto che descrivere un luogo, chiudendo questo ideale percorso artistico con una nota di rarefatta bellezza poetica.


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