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La Galleria Nazionale della Puglia: un secolo d’arte tra Palazzo Sylos Calò e la passione dei fratelli Devanna

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Nel cuore di Bitonto, tra le pietre calde della città antica e la piazza che ne è da secoli il centro civile, si apre uno dei luoghi più significativi per la storia dell’arte nel Mezzogiorno: la Galleria Nazionale della Puglia. Inaugurata nel 2009 e intitolata ai fratelli Girolamo e Rosaria Devanna, la pinacoteca rappresenta oggi la più importante raccolta statale del territorio pugliese, un patrimonio di circa cinquecento opere che spazia dal Cinquecento al Novecento e che racconta, al tempo stesso, la storia del collezionismo privato e quella dell’identità culturale del Sud Italia. La sede della Galleria è il Palazzo Sylos Calò, considerato la massima espressione dell’architettura civile rinascimentale pugliese. La sua storia è stratificata e rispecchia le vicende della città stessa. L’edificio sorge su una struttura medievale preesistente, ma è nel 1503 che inizia la sua trasformazione radicale, quando la famiglia Sylos, originaria di Burgos e giunta in Puglia al seguito di Alfonso d’Aragona, decide di farne la propria residenza nobiliare. Il promotore dei lavori è Giovanni Alfonso Sylos, uomo di cultura e di potere, che affida il progetto a maestranze locali reinterpretando i modelli rinascimentali toscani e romani in chiave meridionale. I lavori si concludono solo nel 1584 con la costruzione del loggiato a due ordini che si affaccia sulla piazza cittadina. È un elemento architettonico di grande eleganza, che crea un dialogo continuo tra lo spazio privato del palazzo e lo spazio pubblico della piazza, trasformando l’edificio in un vero e proprio palcoscenico urbano. Il loggiato, però, ha una storia travagliata. Tra il XVIII e il XIX secolo, Francesco Saverio III Sylos lo fa smontare per esigenze di rinnovamento e gusto neoclassico. Per quasi due secoli rimane smembrato, finché nel 1983 viene ricomposto con un intervento di restauro in anastilosi, cioè rimontando i pezzi originali nella loro posizione originaria. Oggi il loggiato è tornato a essere il segno distintivo del palazzo e uno dei simboli di Bitonto, un esempio raro di come la conservazione possa restituire non solo una forma, ma un rapporto tra architettura e città. La scelta di collocare qui la Galleria Nazionale non è casuale. Il palazzo rinascimentale, con i suoi saloni affrescati, i soffitti a cassettoni e la successione degli ambienti, offre una scenografia coerente con le opere esposte, soprattutto con la pittura del Cinquecento e del Seicento. L’arte antica trova così una dimensione domestica e civile che ne esalta il carattere di rappresentazione e di narrazione. Se il contenitore è storico, il contenuto è frutto di una vicenda umana e culturale di grande spessore. La Galleria nasce infatti dalla donazione allo Stato, avvenuta nel 2009, della collezione privata dei fratelli Girolamo e Rosaria Devanna, due bitontini appassionati d’arte che per oltre cinquant’anni hanno dedicato la loro vita alla ricerca di opere sul mercato antiquario nazionale e internazionale. Il loro approccio al collezionismo è lontano dall’idea di accumulo erudito. Girolamo e Rosaria sono mossi da un gusto per l’inedito e da una curiosità intellettuale che li porta a scovare dipinti dimenticati, attribuzioni incerte, opere di qualità spesso sottovalutate. La loro conoscenza della storia dell’arte, unita a un’intuizione visiva raffinata, consente loro di costruire una raccolta che non è una semplice sommatoria di nomi celebri, ma un percorso coerente che privilegia il dialogo tra le scuole, le tecniche, i periodi.
La donazione allo Stato ha un valore che va oltre il mero atto di liberalità. In un territorio come la Puglia, storicamente privo di una grande pinacoteca pubblica, la collezione Devanna colma un vuoto e restituisce alla comunità un patrimonio che altrimenti sarebbe rimasto disperso tra collezioni private o mercati esteri. È un esempio di come il collezionismo privato possa diventare un servizio pubblico, un atto di responsabilità culturale nei confronti delle generazioni future. Il museo è organizzato in cinque sezioni principali, disposte secondo un criterio prevalentemente cronologico, a cui si affiancano alcune sale tematiche che approfondiscono aspetti specifici della collezione. Il percorso inizia al piano terra con il Cinquecento e il Seicento, il cuore della raccolta, e prosegue al piano nobile con il Settecento e l’Ottocento, per concludersi al secondo piano con la sezione novecentesca inaugurata nel luglio 2021. La sezione del Cinquecento e del Seicento è quella che meglio rappresenta l’identità della collezione. Qui spicca il Ritratto di gentiluomo attribuito alla cerchia di Tiziano Vecellio, un’opera che testimonia la circolazione dei modelli veneti nel Sud Italia e l’importanza del ritratto come strumento di autorappresentazione della nobiltà locale. Accanto a Tiziano, la galleria conserva capolavori del barocco romano e napoletano: il Commiato di Cristo alla Madonna e alle pie donne di Giovanni Lanfranco, con la sua composizione dinamica e il pathos controriformato; il Cristo deriso di Bernardino Mei, che unisce la lezione caravaggesca a una raffinata resa cromatica; la Maddalena penitente di Simone Pignoni, esempio di spiritualità intensa e di realismo emotivo. Particolarmente ricca è la rappresentazione della scuola napoletana del Seicento, con opere di Andrea Vaccaro e Luca Giordano. Vaccaro è presente con tele che mostrano la sua capacità di fondere il naturalismo con una grazia compositiva di derivazione raffaellesca. Giordano, detto “Fa presto” per la velocità della sua esecuzione, è rappresentato con opere che evidenziano il suo virtuosismo e la sua capacità di spaziare dal soggetto sacro a quello mitologico.
Scena di naufragio” 1833 di Eugène Delacroix

La sezione del Settecento si apre con Corrado Giaquinto, artista pugliese di nascita ma di fama europea, attivo tra Roma, Napoli e Madrid. La sua pittura, luminosa e decorativa, è il passaggio ideale tra il Barocco e il Rococò, e la Galleria ne conserva esempi significativi che documentano la sua abilità nel grande affresco decorativo. Il tardo Settecento e l’Ottocento segnano il passaggio verso la modernità. Qui la collezione si arricchisce di opere che riflettono le nuove sensibilità culturali europee. Il Discoforo di Andrea Appiani rappresenta il Neoclassicismo maturo, con il suo ideale di bellezza armonica e razionale. Johann Heinrich Füssli introduce il gusto preromantico con il suo Re Lear, un’opera che esplora le zone d’ombra della psiche umana e la dimensione del sublime. Gioacchino Toma, pittore pugliese di formazione accademica, offre una sua interpretazione della figura tragica di Ofelia, contaminando il soggetto shakespeariano con una sensibilità verista e sociale. Il Romanticismo è rappresentato dai ritratti di François Gerard, François Xavier Fabre e Thomas Sully, artisti che lavorano tra Europa e America e che definiscono l’iconografia del potere e dell’identità borghese. La pittura di storia trova in Vincenzo Camuccini uno dei suoi massimi interpreti italiani, mentre il secondo Ottocento è documentato dai paesaggi di Gabriele Smargiassi e Federico Rossano, esponenti della Scuola di Posillipo, e dalle novità luministiche di Giuseppe De Nittis. Di quest’ultimo è esposta la Veduta di Trafalgar Square, una piccola tela che cattura con immediatezza l’atmosfera londinese e che testimonia il contatto dell’artista barlettano con l’Impressionismo francese. Una svolta significativa nella storia della Galleria avviene nel luglio 2021 con l’apertura della nuova sala dedicata al Novecento, allestita al secondo piano con un linguaggio espositivo contemporaneo. Questa sezione arricchisce la collezione permanente con opere che mostrano la continuità tra Ottocento e Novecento e l’apertura verso le avanguardie. Il percorso si apre con lavori di inizio secolo che mantengono un legame con la tradizione simbolista e divisionista, come il bozzetto preparatorio Nel mare è il certame dei Regni di Adolfo De Carolis, il Paesaggio con centauri di Plinio Nomellini e gli studi grafici di Adolfo Wildt, scultore e disegnatore che esplora la linea e la forma con una sensibilità quasi metafisica. Il momento più sorprendente è l’incontro con il Nudo femminile del giovane Man Ray, realizzato nel 1912.

Generation gap” disegno del 1932 di Beatrice Wood
È un’opera giovanile, realizzata prima che l’artista americano diventasse uno dei protagonisti del Dadaismo e del Surrealismo, ma che già mostra la sua attenzione allo studio dal vero e alla resa plastica del corpo. La presenza di Man Ray nella collezione è significativa: testimonia l’attenzione dei Devanna anche per l’arte internazionale e per i movimenti d’avanguardia. Il Futurismo italiano è rappresentato da Ritmi dinamici curvilinei scattanti di Giacomo Balla, un’opera che esprime il movimento, la velocità, la frammentazione della percezione tipiche dell’estetica futurista. È un pezzo che introduce una rottura netta rispetto alla pittura tradizionale e che apre la collezione alla dimensione del XX secolo. Chiude il percorso il nucleo di opere grafiche di Beatrice Wood, artista statunitense legata al movimento Dada e nota anche come la “Mama of Dada”. Le sue incisioni e i suoi disegni introducono una dimensione ironica e sperimentale che dialoga con le ricerche europee e che amplia l’orizzonte geografico della collezione.

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