“Sanità punto zero”: intervista a Vitaliano Bruno dopo l’inchiesta su Casa di Comunità e San Marco
L’intervista che segue nasce all’indomani dell’articolo firmato da Lilli D’Amicis, pubblicato su Oraquadra con il titolo “La Casa di Comunità che non arriva: il San Marco di Grottaglie e la sanità pugliese sospesa tra promesse, debiti e parole vuote”.
Grottaglie (Ta) – Un editoriale che ha scosso il torpore istituzionale e rimesso al centro del dibattito pubblico ciò che da anni si tenta di rimuovere: la crisi della sanità pubblica nel territorio tarantino**, i ritardi strutturali, le responsabilità politiche e il destino incerto della Casa di Comunità prevista nel presidio San Marco.
A partire da quelle riflessioni – e dalle reazioni che hanno attraversato la comunità grottagliese – abbiamo raccolto la voce di Vitaliano Bruno, portavoce del Comitato Ospedale S. Marco di Grottaglie e della salute ionica.
Ne è nato un confronto diretto, senza filtri, che restituisce la fotografia di un sistema sanitario allo stremo e di una cittadinanza che non intende più accettare promesse a scadenza.
Bruno, partiamo dal nodo più evidente: lo slittamento dell’apertura del San Cataldo. Prima metà 2027, ora metà 2028. Che cosa significa per Taranto e per il territorio?*
Significa una cosa molto semplice: emergenza sanitaria strutturale.
Se prima la situazione era grave, ora è drammatica. Il rinvio al 2028, confermato dallo stesso Decaro, certifica che per anni ancora Taranto e la provincia – soprattutto l’area dell’ex ASL 5 e 6 – resteranno senza un ospedale di riferimento.
E quando la sanità pubblica è in ginocchio, chi dovrebbe intervenire per primo? I sindaci. Ma **il sindaco di Grottaglie e quello di Taranto hanno scelto di non vedere e non sentire**. Parlano di “fiato sul collo”, ma non sentono quello dei cittadini che passano 36 ore al Pronto Soccorso della Santissima Annunziata.
Lei insiste molto sul tema della medicina territoriale. Perché è così centrale?
Perché doveva essere **l’alternativa immediata** al ritardo del San Cataldo.
La Casa di Comunità di Grottaglie doveva essere consegnata a marzo, poi giugno, ora si parla di dicembre… e io dico chiaramente che **non sarà pronta**.
Il PNRR non è un elastico: ha tempi rigidi. E mentre si rinvia, i cittadini restano senza servizi essenziali: medici di base integrati, psicologi, accettazione, diagnostica, personale formato, macchinari.
Una Casa di Comunità non è un edificio: è un sistema. E qui **non c’è né l’edificio né il sistema**.
Di chi è la responsabilità di questo stallo?
La responsabilità è duplice.
Da un lato dirigenti ASL incapaci, che non hanno prodotto alcun valore aggiunto e che pure hanno incassato premi che nessuno sa su quali parametri siano stati assegnati.
Dall’altro il silenzio politico, che è ancora più grave.
A Grottaglie la maggioranza non ha mai preteso un confronto serio. A Taranto il sindaco Bitetti sembra non sapere che il Santissima Annunziata regge solo perché esiste il San Marco.
E se non si apre un secondo Pronto Soccorso, se non si potenzia la medicina territoriale, la città collassa.
Lei parla spesso di “Grottaglie punto zero” e “sanità punto zero”. Cosa intende?
Intendo che bisogna azzerare tutto.
Prendere atto del fallimento, sedersi attorno a un tavolo – un tavolo che nessuno vuole perché scotta – e ricominciare.
Serve una concertazione vera: ASL, Comune, Commissione Sanità, Regione.
E serve dire la verità: la Casa di Comunità di Grottaglie è a rischio, e se non si realizzano le altre, questa non vedrà mai la luce.
Il tempo del PNRR scade, non si rinnova.
Veniamo alla domanda più scomoda: quanto pesa la sanità privata in questo scenario? C’è chi dice che tutto questo caos favorisca il privato…
Non è una domanda scomoda, è una domanda realistica.
Quando il pubblico non funziona, il privato prospera.
E prospera non per qualità – su quella ho più di qualche dubbio – ma per i tempi: se paghi, ti curi.
È la negazione del principio costituzionale secondo cui la salute è un diritto universale.
E l’esempio di Grottaglie è emblematico: l’Igea funziona, ha ottimi medici, ma serve un portafoglio pieno.
E chi non ce l’ha? O rinuncia o si indebita.
Sta dicendo che la politica sta accompagnando il territorio verso un modello sanitario privatizzato?
Sto dicendo che i fatti parlano da soli.
Quando un ex assessore regionale alla sanità diventa protagonista del privato, quando le assicurazioni e le banche entrano nel settore, quando il sindacato tace… allora sì, la direzione è quella.
E il ceto medio – quello che ha sempre tenuto in piedi l’Italia – viene schiacciato: paga le tasse, non riesce a curarsi, e ora deve pure pagare l’addizionale IRPEF.
È un paradosso sociale prima ancora che sanitario.
Qual è, allora, la via d’uscita?
Una sola: far funzionare ciò che già abbiamo.
Rimettere in moto i servizi, pretendere trasparenza, aprire un tavolo permanente, assumersi responsabilità politiche e tecniche.
E soprattutto dire la verità ai cittadini: così la sanità pubblica non regge.
O si cambia rotta, o si consegna il territorio al business privato.

