TARANTO, L’ALBA SPEZZATA DI BAKARI SAKO: quando l’odio colpisce chi lavora
Alle cinque del mattino Taranto respira un silenzio sottile, quello che precede la luce. È l’ora in cui la città ancora dorme, ma una parte di essa è già sveglia: operai, braccianti, magazzinieri, persone che camminano con passo rapido verso il proprio turno di lavoro, con la stanchezza negli occhi e la responsabilità sulle spalle. Tra loro c’era anche Bakari Sako, 35 anni, originario del Mali, lavoratore che si stava recando al suo posto di lavoro passando per Piazza Fontana, nel cuore della Città Vecchia. Non ci è arrivato. Una baby gang lo ha aggredito, picchiato, ucciso. Un gesto feroce, senza motivo se non quello di aver incrociato, in quella strada vuota, un uomo di colore.
La cronaca parla di un assalto improvviso, di calci e pugni, di un corpo lasciato a terra. La giustizia farà il suo corso, accertando responsabilità e dinamiche. Ma c’è una verità che precede le aule del tribunale e che riguarda tutti noi: Bakari è morto perché era al posto sbagliato nel momento sbagliato, o forse perché era semplicemente diverso agli occhi di chi ha deciso che la diversità si può colpire, umiliare, annientare.
Bakari non era in strada per delinquere. Non era un vagabondo, non era una minaccia. Era un uomo che, alle cinque del mattino, andava a guadagnarsi il pane. In una società che proclama il valore del lavoro, che celebra il sacrificio e la fatica, è assurdo che proprio questo gesto quotidiano e dignitoso sia diventato il contesto della sua morte. La sua colpa, se di colpa si può parlare, è stata quella di esistere come straniero in un luogo in cui qualcuno ha deciso che lo straniero non ha diritto di muoversi liberamente, nemmeno all’alba, nemmeno per lavorare.
Questa è la crudeltà che deve interpellarci. Non è solo violenza fisica. È violenza simbolica. È il messaggio che si manda a chi fugge da guerre e povertà per cercare una vita onesta: il tuo impegno non conta, la tua pelle ti precede, il tuo destino è già scritto nelle paure degli altri.
Parlare di baby gang significa parlare di ragazzi. Di adolescenti che, invece di costruire il futuro, lo distruggono con le mani. Non sono mostri nati dal nulla. Sono figli di un contesto sociale in cui il disagio economico, la mancanza di riferimenti educativi, l’assenza di luoghi di aggregazione sana e la normalizzazione dell’odio hanno creato un terreno fertile.
Quando un gruppo di giovanissimi sceglie la violenza razziale come rito di gruppo, non è solo un problema di ordine pubblico. È un fallimento educativo. È la prova che la scuola, la famiglia, le istituzioni, la città nel suo insieme non sono riuscite a trasmettere un’idea di convivenza basata sul rispetto. L’odio non nasce spontaneamente in una generazione. Si impara. Si assorbe nei discorsi di casa, nei commenti al bar, nei meme sui social, nella percezione che l’altro sia un intruso, un peso, un pericolo.
E allora dobbiamo chiederci: che tipo di adulti stiamo crescendo? Quale idea di cittadinanza stiamo consegnando? Se un ragazzo di quindici anni non prova più nulla davanti al corpo di un uomo a terra, significa che abbiamo smarrito il senso stesso della comunità.
Non possiamo nasconderci dietro l’alibi del “disagio”. Il disagio spiega, ma non giustifica. Se Bakari fosse stato un ragazzo tarantino, bianco, con la stessa maglietta e la stessa borsa del lavoro, sarebbe stato aggredito allo stesso modo? La risposta, per quanto dolorosa, è probabilmente no. Il colore della pelle ha fatto la differenza. Ha trasformato un passante in un bersaglio.
Il razzismo non ha bisogno di ideologie elaborate. Gli basta un’occhiata, uno stereotipo, un pregiudizio sedimentato. È quel meccanismo per cui l’altro diventa invisibile come persona e visibile solo come categoria. Bakari non è stato visto come Bakari, con la sua storia, le sue speranze, la sua fatica. È stato visto come “il nero”, come l’estraneo. E l’estraneo, nella logica distorta di chi odia, non merita pietà.
Piazza Fontana non è una piazza qualunque. È il cuore pulsante della Città Vecchia di Taranto, un luogo di memoria, di incontri, di vita popolare. Che l’aggressione sia avvenuta lì, in quello spazio aperto e condiviso, ha un valore simbolico fortissimo. Significa che nessuno è più al sicuro. Significa che la violenza può irrompere dove la comunità dovrebbe sentirsi protetta.
Ma proprio per questo Piazza Fontana deve diventare oggi il luogo della risposta civile. Non della vendetta, ma della memoria attiva. Non della rabbia cieca, ma della ricostruzione di un patto sociale. Una piazza che è stata teatro di morte deve tornare a essere teatro di vita, di dialogo, di accoglienza.
La morte di Bakari non può essere archiviata come “fatto di cronaca”. È una ferita collettiva. E come ogni ferita, o la si cura o si infetta.
La prima responsabilità è delle istituzioni, chiamate a garantire sicurezza senza alimentare sospetto, a prevenire senza criminalizzare intere comunità. Ma la responsabilità è anche nostra, come cittadini. Ogni volta che taciamo davanti a una battuta razzista, ogni volta che guardiamo dall’altra parte davanti a un atto di prepotenza, ogni volta che riduciamo una persona alla sua origine o al suo colore, stiamo alimentando quel clima che poi sfocia nella violenza.
La scuola ha un ruolo centrale. Deve tornare a essere luogo in cui si insegna il valore dell’altro, non solo la matematica o la grammatica. Deve educare all’empatia, al riconoscimento dell’umanità comune che ci lega, oltre le differenze. Il lavoro educativo non può essere delegato solo ai docenti: è compito di tutta la comunità.
Taranto è una città ferita, ma non rassegnata. Una città che conosce la fatica, la disoccupazione, l’inquinamento, l’abbandono. Ma è anche una città che ha una storia millenaria di accoglienza, di scambi, di contaminazioni tra popoli e culture. Il mare che la bagna non ha mai costruito muri, ha sempre portato incontri.
Oggi Taranto è chiamata a scegliere quale anima vuole mostrare. Quella che si chiude nella paura e nella diffidenza, o quella che ritrova il coraggio della solidarietà. Non c’è una terza via. Il silenzio, in questi casi, è complicità.
Bakari Sako non è un numero, non è una statistica sull’immigrazione. È un padre, un figlio, un fratello. È un uomo che ha attraversato il deserto e il mare per cercare una possibilità. E quella possibilità gli è stata strappata a cinque minuti dall’inizio della sua giornata lavorativa.
La sua morte ci interroga sul tipo di società che vogliamo essere. Una società in cui il valore di una persona si misura dal passaporto o dal colore della pelle, oppure una società in cui ogni vita ha lo stesso peso, la stessa dignità, lo stesso diritto di protezione.
La risposta non può essere neutra. O scegliamo la parte della dignità umana, del lavoro, dei diritti, della convivenza. Oppure scegliamo la parte dell’indifferenza, che è la prima complice della violenza.
Il presidio promosso da Libera Taranto, Babele Aps, Mediterranea Saving Humans e dalla Comunità Africana non è solo una commemorazione. È un atto politico nel senso più alto del termine: è l’affermazione che la politica non è solo gestione del potere, ma cura della comunità.Un microfono aperto significa dare voce a chi non ne ha, significa trasformare il dolore in impegno, la rabbia in proposta. Significa dire che Taranto non si gira dall’altra parte.
Bakari non tornerà. Ma il suo nome può diventare il punto di partenza per una Taranto diversa. Una Taranto in cui alle cinque del mattino un uomo possa camminare verso il lavoro senza paura. Una Taranto in cui un ragazzo possa crescere imparando che la forza non è nel colpire chi è più fragile, ma nel tendergli la mano.
La dignità non ha colore. Il rispetto non ha nazionalità. La solidarietà non ha orario. E l’alba, anche la più buia, può tornare a essere promessa di un giorno migliore, se decidiamo di costruirlo insieme.

