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La Bambina nel Catino: quando un libro diventa comunità

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Nel romanzo di Pina Colitta, la fragilità non è una ferita da nascondere ma una soglia da attraversare. La bambina nel catino racconta la storia di Sara, una donna che impara a guardarsi con verità, trasformando la memoria in cura e la scrittura in rinascita. Tra dialoghi autentici e linguaggio intriso di radici, Colitta costruisce un viaggio emotivo che parla di sorellanza, resilienza e libertà interiore. Un libro che non si legge soltanto, ma si ascolta — come nelle letture intime dell’autrice sui social — e che lascia il lettore più consapevole, più fragile, ma anche più libero.

Il successo del reading La Bambina nel Catino, svoltosi il 10 maggio nella Chiesa Vecchia di Villa Castelli (foto di copertina), ha confermato una verità semplice: ci sono libri che non si limitano a essere presentati, ma diventano esperienza condivisa. In quella serata intensa, il pubblico ha risposto con un ascolto profondo, restituendo al romanzo di Pina Colitta la sua natura più autentica: un testo che chiede di essere attraversato, non solo letto.

Ma il cuore del libro resta lì, nelle sue pagine, dove la fragilità non è una ferita da nascondere ma una soglia da oltrepassare. La Bambina nel Catino racconta la storia di Sara, una donna che impara a guardarsi con verità, trasformando la memoria in cura e la scrittura in rinascita. La sua voce arriva come un flusso di coscienza che non chiede permesso: accarezza e ferisce, ironizza e confessa, non si vergogna della propria nudità emotiva.

Sara non racconta: si racconta. E nel farlo trascina il lettore dentro un percorso che è insieme memoria, terapia, resistenza. La sua infanzia – un padre anaffettivo, una madre piegata dalla tristezza, una sorellanza fatta di protezione e rivalità, un catino che diventa simbolo di autonomia precoce – non è mai esibita come trauma, ma come materia viva da rielaborare. La memoria, nel romanzo, non è archivio: è organismo in movimento. Ogni ricordo è un passo verso la consapevolezza, ogni ferita un varco da cui entra luce.

Il dialogo con Anna, la psicoterapeuta, è uno dei punti più riusciti del libro: non un rapporto gerarchico, ma un incontro tra fragilità che si riconoscono. Anna non “aggiusta” Sara: la accompagna, inciampa con lei, le restituisce dignità. È una relazione che racconta la cura come reciprocità, non come intervento.

La scrittura di Colitta è diretta, colorita, spesso intrisa di dialetto: non folklore, ma radice. È la lingua delle madri, delle sorelle, delle donne che si passano la forza come si passa il pane. E questo emerge anche nel format che l’autrice porta sui social, soprattutto su Facebook: letture intime, quasi domestiche, in cui la sua voce restituisce al testo la sua origine orale. Colitta non presenta il libro: lo condivide.

I temi che attraversano la storia – la rinascita personale, l’autostima, la responsabilità emotiva, la dipendenza affettiva, la selezione delle relazioni, la sorellanza, la scrittura come cura – non sono mai capitoli separati. Sono fili intrecciati nel percorso di Sara, che procede per tentativi, ritorni, cadute, piccoli atti di coraggio. La sua fragilità non è un difetto da correggere, ma la soglia più autentica della sua umanità.

Certo, il romanzo ha qualche densità, qualche ripetizione che rallenta il passo. Ma è una lentezza che appartiene alla verità del processo: la terapia non è lineare, la memoria non è ordinata, la guarigione non è un grafico ascendente. Colitta non cerca scorciatoie narrative: sceglie la verità, anche quando è scomoda.

Alla fine, quella bambina che lava i piatti nel catino non è più solo Sara. È ogni creatura che ha imparato troppo presto a cavarsela da sola. È ogni donna che ha portato sulle spalle il peso degli altri. È ogni persona che ha dovuto ricostruirsi partendo dalle proprie crepe.

La Bambina nel Catino è un romanzo che lascia il lettore più consapevole, più fragile, ma anche più libero. Perché la fragilità, quando la si guarda senza paura, diventa forza. E la scrittura, quando nasce da un’urgenza vera, diventa cura.


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Lilli D'Amicis

𝐋𝐢𝐥𝐥𝐢 𝐃’𝐀𝐦𝐢𝐜𝐢𝐬 – Una vita per il giornalismo e la comunicazione indipendenteArcangela Chimenti D’Amicis, conosciuta da tutti come Lilli D’Amicis, è una giornalista di grande esperienza, indipendente e senza compromessi.Nata il 10 luglio 1955 a Grottaglie, dopo quasi vent’anni lontana dalla sua città natale vi è tornata nel 2010, continuando a esercitare con passione una professione che difende con determinazione dal 1984.Iscritta all’Ordine dei Giornalisti di Puglia dal marzo 1986, ha iniziato la sua carriera come corrispondente per il Corriere del Giorno di Taranto, collaborando poi con diverse emittenti televisive e radiofoniche: Videolevante Taranto, Retepuglia, TRCB e Puglia TV di Brindisi. Innovatrice per natura, ha ideato il primo TG condotto da bambini a Puglia TV, un esperimento così riuscito da essere presentato in un convegno ACLI a Sanremo.Dopo un periodo al Nord, ha lavorato con Astro TV e Uno TV a La Spezia, assumendo il ruolo di caporedattore. Nel 1993, a Roma, ha fatto parte della redazione cronaca e spettacoli de Il Tempo. Tornata in Puglia, ha collaborato con Ciccio Riccio FM, firmando per 25 anni le due testate giornalistiche (Ciccio Ticcio e Disco Box) realizzato per il Corriere del Giorno rubrriche di spettacolo "Radioascoltanto" e "Televisionando". Dopo 25 anni di direzione editoriale di Ciccio Riccio ha ceduto il testimone a Valentina Molfetta nuovo diretteore editoriale delle due testate succitate.Nel 1997 ha fondato ZOOM Grottaglie, magazine pocket con tiratura mensile di 2.000 copie, tra i primi in Puglia ad avere un sito internet (zoomonline.it). La chiusura nel 2001 fu causata da un furto devastante in redazione, segno evidente di quanto l’informazione libera e non asservita al potere potesse dare fastidio.Dal 2006 al 2015 ha ricoperto l’incarico di addetto stampa di un Senatore di Puglia, lavorando nel settore politico. Nel 2011 ha fondato il giornale online Oraquadra.info, ancora attivo, e già nel 2004 aveva avviato il blog di successo Tuttoilresto-noia.blogspot.com, con una media di 1.200/1.500 lettori giornalieri.Accanto alla carriera giornalistica, Lilli ha cresciuto due figli: Michela Tombolini, avvocato e prima wedding lawyer d’Italia, e Giovanni Tombolini, pilota di aerei e docente presso l’Istituto Carnaro Marconi Flacco Belluzzi, impegnato anche come pilota di Canadair per otto mesi all’anno.A 70 anni, sposata da 50 anni con Oreste Tombolini, ammiraglio MM in pensione, continua a essere operativa con la sua agenzia MT Eventi, specializzata in wedding e non solo. La sua storia dimostra che passione e professionalità non hanno età, finché la salute accompagna il cammino.E scusate se è poco!

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