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PIAZZA FONTANA,IL SILENZIO DIVENTA VOCE: Taranto ricorda Bakari Sako

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Taranto – Questo pomeriggio Piazza Fontana, cuore antico della Città Vecchia di Taranto, ha smesso di essere un semplice luogo di passaggio. Per alcune ore è tornata a essere ciò che dovrebbe essere sempre: agorà, spazio di parola, di memoria, di responsabilità condivisa. La gente è arrivata a piedi, in bicicletta, con striscioni fatti a mano e occhi lucidi. Si è radunata per dire un nome che non vuole essere dimenticato: Bakari Sako.
Bakari, 35 anni, originario del Mali, è stato ucciso pochi giorni fa alle 5 del mattino da una baby gang mentre si recava al lavoro. Un lavoratore onesto, un uomo che aveva attraversato il deserto e il mare per cercare una vita dignitosa. La sua morte poteva restare una riga di cronaca. Invece Taranto ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Il presidio, promosso dal Coordinamento di Libera Taranto, dall’Associazione Babele APS, da Mediterranea Saving Humans Taranto e dalla Comunità Africana di Taranto e Provincia APS, ha preso il via alle 17:30 con un microfono aperto. Non un palco, non un comizio: uno spazio plurale, dove associazioni, cittadini, studenti, parrocchie, sindacati e realtà del volontariato hanno potuto parlare senza filtri.
La prima a prendere la parola è stata Awa, della Comunità Africana, con la voce rotta dall’emozione: “Bakari era uno di noi. Veniva qui per lavorare, non per creare problemi. Oggi siamo qui per dire che nessuna vita è invisibile”. Le sue parole sono cadute sul selciato come semi, raccolte da un silenzio denso, rotto solo dal vento che risale dal mare.
Intorno a lei, rappresentanti di Libera hanno ricordato che la lotta alle mafie e al razzismo sono la stessa battaglia: quella per la dignità umana. Mediterranea Saving Humans ha portato la testimonianza di chi ogni giorno soccorre chi fugge dalla guerra, sottolineando come il viaggio di Bakari non si sia fermato con lo sbarco, ma sia stato spezzato qui, nel cuore dell’Europa.
La stampa locale e nazionale ha documentato ogni momento. Telecamere di emittenti televisive regionali e nazionali hanno inquadrato i volti dei presenti, i cartelli con scritto “Non siete soli”, “Giustizia per Bakari”, “Taranto non odia”. I giornalisti non sono rimasti ai margini: hanno ascoltato, fatto domande, raccolto testimonianze. In una città spesso raccontata solo per emergenze e veleni, oggi Piazza Fontana ha offerto un’altra immagine di sé: civile, partecipe, stanca ma non rassegnata.
A intervenire sono stati anche insegnanti e studenti di licei tarantini. “Se un ragazzo di quindici anni picchia a morte un uomo che va a lavorare, il problema non è solo la sua famiglia. È il fallimento di tutti noi”, ha detto un’insegnante, provocando un applauso lungo e composto. Nessuno ha cercato slogan facili. Nessuno ha chiesto vendetta. Si è parlato di educazione, di prevenzione, di responsabilità collettiva.
Il presidio ha avuto il merito di non trasformare il dolore in spettacolo. Non c’erano cori gridati, non c’erano bandiere di partito. C’era gente comune che ha sentito il bisogno di esserci. Anziani seduti sulle panchine, giovani con le mani in tasca, operatori sociali, sacerdoti, immigrati di seconda generazione. Tutti insieme, senza distinzione, a ribadire che la Città Vecchia non appartiene a chi semina paura, ma a chi costruisce comunità.
Quando il sole ha iniziato a calare dietro i tetti di Piazza Fontana, la piazza si è fatta più silenziosa. Il microfono è passato di mano in mano, e ogni intervento chiudeva con la stessa frase: “Per Bakari, per tutti noi”. Non è retorica. È la consapevolezza che quando si uccide un uomo perché diverso, si colpisce il patto che tiene insieme una città.
Taranto esce da questo pomeriggio con una domanda aperta: quale idea di convivenza vogliamo costruire? La risposta non verrà da un decreto o da un’ordinanza. Verrà dal modo in cui ogni giorno decidiamo di guardare chi ci passa accanto, dal coraggio di non tacere davanti all’odio, dalla volontà di educare i nostri ragazzi al rispetto.
Il presidio si è sciolto lentamente, senza incidenti, senza polemiche. La piazza è tornata vuota, ma non è più la stessa. Per qualche ora è stata un laboratorio di democrazia dal basso, un luogo dove il lutto si è trasformato in impegno civile.
Bakari Sako non tornerà. Ma il suo nome, pronunciato oggi a voce alta, ha restituito a Taranto la possibilità di riconoscersi in un’idea più alta di sé: quella di una città che non si gira dall’altra parte, che non accetta che l’odio abbia l’ultima parola. Una città che, anche a costo di guardare in faccia le proprie ferite, sceglie di ricominciare dalla dignità.

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